Fabula XII (seconda parte)

(continua da qui)

«Ti sei rincoglionito dalla paura?» geme Linus. «Quest’impalcatura è un rottame! E anche se per miracolo non dovesse crollarci sotto i piedi, poi dove andremmo?»
«Bisogna togliersi dalla strada, seminarle!» insisto. «Potremmo trovare una finestra da sfondare, finire su un tetto da cui sia possibile raggiungere le scale, o…»
«E facciamo finta di niente con le merde che ci lasciano qui a crepare?» mi interrompe Spina.
«A quello penseremo dopo. Muoviamoci, finché sono ancora spaventate.»
Senza una parola Ucci si aggrappa con un saltello alla passerella sopra di noi e ci si issa. Col suo aiuto riusciamo tutti ad arrampicarci.
«Qualcuno soffre di vertigini?» Sotto i miei piedi, le assi di legno e la lastra di metallo su cui cerco di restare dritto sembrano pericolosamente instabili. Continua a leggere

Annunci

Fabula XII (prima parte)

«Agostino, cosa è successo in quell’appartamento?»
Non avrei dovuto restituire la coperta a Linus, avrei potuto usarla per ripararmi la testa dalla pioggia che mi sta facendo attaccare la camicia alla pelle. Le suole consumate delle mie scarpe scivolano sull’asfalto viscido, ma non rallento.
«Ce lo volete dire che avete visto?»
Davanti a me la notte artificiale sfuma in quella reale, che cala rapida al di là delle transenne e del cordone della polizia. Gli agenti hanno impugnato gli sfollagente appena hanno notato l’avvicinarsi della luce delle torce di Linus e Spina.
Continua a leggere

Fabula IX (prima parte)

«Le hai notate, quando abbiamo attraversato il cordone? Le transenne?»
La cosa che si muove tra le mia dita è viscida e gelatinosa, fredda al tatto, del colore del sangue secco. Rabbrividisco ogni volta che pulsa e si contorce, a ogni passo devo combattere contro l’impulso di gettarla via e cercare un modo per incenerirla. Sono quasi certo che, da un momento all’altro, mi salterà in faccia per soffocarmi, invadendo naso e bocca, scivolandomi in gola, magari salendo a scavarsi un comodo nido nel mio cervello. Continua a leggere

Fabula VII

Sono le otto del mattino, e al Rione Capro è notte.
Non una notte molto grande, più o meno delle dimensioni di un isolato, ma è comunque impossibile non notarla. Inizia, un paio di metri dietro le transenne che pretendono di contenerla, come un offuscamento della vista, un improvviso affievolirsi della luce, per poi diventare più simile a una vasta zona d’ombra causata da un qualche invisibile ostacolo frapposto contro il cielo. Solo che a quell’ostacolo sembra non esserci fine, e al di là della penombra il buio non fa che diventare più fitto.
Continua a leggere

Fabula III (seconda parte)

(continua da qui)

L’aria si anima, trema come acqua, si riempie dei riverberi della sottilissima, delicata trama di magia che sembra pervadere ogni cosa in città, appena sotto lo strato più superficiale di realtà. Scivola attraverso i muri, cristallizzandosi in complessi modelli geometrici su più livelli, tanto da farmi sospettare che questo edificio non abbia ancora finito di materializzarsi del tutto. Vibra e scintilla quando il passaggio delle frecce magiche del mio collega solleva onde nella sua struttura. Si avvolge intorno al lemure come un filo dorato che lega tra loro le vesti, l’arma, ciò che la creatura spaccia per un corpo, e si annoda attorno e sotto la maschera in un nucleo di energia arcana, sigilli necromantici e disperata ostinazione a esistere nonostante tutto.
Non siamo una minaccia. Cerco di trasmettere il concetto allo spettro, di farlo risuonare nella sua mente al di sopra dei ruggiti della rabbia e dell’eco della disperazione, facendolo correre lungo il filo che tiene insieme la sua essenza. So che da qualche parte in lui c’è un barlume di coscienza, la capacità di ascoltare, comprendere e ragionare. Non volevamo invadere il vostro territorio. Se mi spingo abbastanza a fondo posso raggiungerla. Noi vogliamo solo…
La maschera si abbatte sul mio naso. Un crack sinistro che viene annegato in un’ondata di dolore. Crollo a terra reggendomi il volto, mentre il sangue mi scivola viscido tra le dita. Attraverso le lacrime che mi stanno riempiendo gli occhi vedo il lemure sollevare la lancia, deciso a trafiggermi. Se riuscissi a sfiorare la trama, ad allentare solo un po’ il legame che mantiene lo spettro in quella forma fisica, potrei farlo svanire, renderlo immateriale per il tempo sufficiente a metterci in salvo.
Ma i filamenti di magia si sottraggono al mio tocco, si fanno inconsistenti, sfuggenti. Anche impegnandomi con tutte le forze, anche sapendo che ne va della mia vita, non riesco a manipolarli neanche quel tanto che basterebbe a fermare l’arma che scende rapida su di me… Continua a leggere