Fabula I (seconda parte)

(continua da qui)

Fisso i miei occhi nello specchio, faccio respiri profondi e ritmici. Uno, due, tre. Rilasso il corpo, cancello le preoccupazioni. Araneus, i debiti, l’ansia della vittoria si allontanano da me insieme al mio fiato. Nella mia mente può esserci spazio per un solo pensiero. Quattro, cinque, sei. Lascio scivolare via la stanza, la sua luce, i suoi movimenti e rumori. Esiste solo la liscia, perfetta superficie di ossidiana. E mi ci immergo, come in un lago dalle acque d’inchiostro. Sette, otto, nove. Spingo la mia coscienza attraverso quelle tenebre, a guidarmi solo la consapevolezza del luogo che voglio raggiungere. I piani vuoti dell’edificio, proprio sopra la mia testa. Non è un viaggio lungo, e posso farlo anche alla cieca. Devo solo concentrarmi. Devo solo volerlo un po’ di più… Continua a leggere

Fabula I (prima parte)

L’impresario è un ometto brizzolato, con una faccia tonda in cima a un corpo magrissimo. Il suo completo grigio è rattoppato qua e là, e le sue mani non stanno ferme un secondo. A parte quella piccola, palmata e rosa pallido in cui termina il suo terzo braccio, che gli spunta dal petto e pende inerte attraverso la camicia aperta sotto la giacca.
Occhi sporgenti, gialli e acquosi mi fissano inespressivi attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali. «Stiamo per cominciare» mi dice. La sua voce è un gracidio sgradevole, e il suo alito puzza di alcool e carne marcia. Continua a leggere

Intermezzo – Malombra

Nel corso degli anni ho finito per sospettare di averla sognata, quella casa. Un sogno vivido e ricorrente, mescolato con frammenti di realtà, coltivato e ingigantito dalla mia mente di bambino fino a travestirsi da ricordo, e cresciuto distorto e deforme a causa della continua innaffiatura con pillole e alcol che ho riservato al mio cervello.
Ma, per quanto fosse un sospetto plausibile, non sono mai riuscito a convincermene fino in fondo. “Plausibile”, del resto, è una parola che per me non ha mai avuto molto senso.

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