Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.» Continua a leggere

Fabula VI

Ho frequentato fattucchieri, spettri e satiri. Ho fatto affari con i più bizzarri dei folletti. Ho affrontato una sirena e mercanteggiato con un dio. Lavoro per le Furie. Ormai sono pronto ad affrontare qualunque cosa questa città possa mettere sulla mia strada.
Questo è quello che pensavo fino a dieci minuti fa.
«Mi ha offeso.» I dieci minuti passati da quando Cristoforo mi ha dato dei ragguagli confusi, infilato una cartellina tra le mani e spinto in questa stanza. Con lui. «Mi ha chiamato con quel nome.»
Ogni volta che la creatura parla mi sembra di sentire il rombo di un tuono in lontananza, e la sedia sotto di me ha un tremito. Aggrotta le sopracciglia, due cespugli bianchi che non riescono a nascondere il verde profondo di occhi larghi all’incirca quanto una tazzina da caffè. Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Fabula LX

Irene rigira il coltello nel petto di Fra, prima di estrarlo schizzandosi addosso gocce del sangue scuro che imbratta la lama di ferro. I serpenti sibilano minacciosi contro il licantropo, che riesce a emettere solo un singulto prima di accasciarsi a terra, proprio accanto a me.
«No… no…» Le parole sembrano rifiutarsi di lasciare la mia bocca, riesco solo a sussurrare. Guardo il ragazzo che artiglia il lastricato con tanta, disperata forza da spezzarsi le unghie, mentre un rivolo di sangue gli scende da un angolo della bocca, che apre e chiude a scatti come se stesse cercando di divorare l’aria che gli serve per respirare. «Non dovevi, non era necessario.»
«Ti avrebbe ucciso.» Lei mi parla tenendo lo sguardo rivolto a terra. La sua voce non esita, non tradisce emozioni. Sta solo facendo una constatazione.
«Non puoi dirlo. È Fra, cazzo!» Come in risposta al suo nome, lui volta il viso verso di me. I suoi occhi sono smarriti, spaventati. Umani, anche se ancora di quell’insopportabile colore giallo.
«Forse lo è, e magari ci ha sempre ingannato. O forse è il lupo. Chiunque sia, è qualcuno che ti ha squarciato un braccio senza pensarci due volte.» Avevo quasi dimenticato la ferita. Riesco a malapena a rendermi conto di tutte le parti del corpo che mi fanno male. Immagino non sia un buon segno, ma in questo momento sembra una benedizione. «E avrebbe fatto lo stesso con la tua gola, lo sai.» Continua a leggere

Fabula LVI (seconda parte)

(continua da qui)

I guardiani si disperdono, arretrano. Delfine sibila e attacca.
È molto più rapida di quanto ci si aspetterebbe da una creatura di quelle dimensioni. Piega il busto in avanti, parallelo al terreno, ma contorce il collo al punto da mantenere il viso rivolto davanti a sé. Poi la coda da serpente la sospinge, velocissima. In un attimo raggiunge strisciando le creature del santuario. Li travolge, li schiaccia sotto le sue spire, li fa a pezzi con le mani.
Riesco a seguirla a malapena con lo sguardo. Nello stesso istante può sfondare il torace di un guardiano con un pugno, decapitarne un altro addentandolo alla gola e spazzare con la coda distruggendone un terzo. Li bracca, uno per uno. I bastoni provocano scintille contro le sue squame senza neanche ammaccarle, lei invece non lascia scampo.
Ci mette una manciata di secondi ad annientare quelli che la stavano accerchiando. Poi inverte bruscamente la marcia e punta su di me. La evito gettandomi di lato, rotolo e mi rialzo subito, ma la sua coda mi sta già arrivando addosso. Faccio in tempo solo a incrociare le braccia davanti al volto e a piegare le gambe per assorbire meglio l’impatto. Continua a leggere