Fabula VII

Sono le otto del mattino, e al Rione Capro è notte.
Non una notte molto grande, più o meno delle dimensioni di un isolato, ma è comunque impossibile non notarla. Inizia, un paio di metri dietro le transenne che pretendono di contenerla, come un offuscamento della vista, un improvviso affievolirsi della luce, per poi diventare più simile a una vasta zona d’ombra causata da un qualche invisibile ostacolo frapposto contro il cielo. Solo che a quell’ostacolo sembra non esserci fine, e al di là della penombra il buio non fa che diventare più fitto.
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Fabula III (seconda parte)

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L’aria si anima, trema come acqua, si riempie dei riverberi della sottilissima, delicata trama di magia che sembra pervadere ogni cosa in città, appena sotto lo strato più superficiale di realtà. Scivola attraverso i muri, cristallizzandosi in complessi modelli geometrici su più livelli, tanto da farmi sospettare che questo edificio non abbia ancora finito di materializzarsi del tutto. Vibra e scintilla quando il passaggio delle frecce magiche del mio collega solleva onde nella sua struttura. Si avvolge intorno al lemure come un filo dorato che lega tra loro le vesti, l’arma, ciò che la creatura spaccia per un corpo, e si annoda attorno e sotto la maschera in un nucleo di energia arcana, sigilli necromantici e disperata ostinazione a esistere nonostante tutto.
Non siamo una minaccia. Cerco di trasmettere il concetto allo spettro, di farlo risuonare nella sua mente al di sopra dei ruggiti della rabbia e dell’eco della disperazione, facendolo correre lungo il filo che tiene insieme la sua essenza. So che da qualche parte in lui c’è un barlume di coscienza, la capacità di ascoltare, comprendere e ragionare. Non volevamo invadere il vostro territorio. Se mi spingo abbastanza a fondo posso raggiungerla. Noi vogliamo solo…
La maschera si abbatte sul mio naso. Un crack sinistro che viene annegato in un’ondata di dolore. Crollo a terra reggendomi il volto, mentre il sangue mi scivola viscido tra le dita. Attraverso le lacrime che mi stanno riempiendo gli occhi vedo il lemure sollevare la lancia, deciso a trafiggermi. Se riuscissi a sfiorare la trama, ad allentare solo un po’ il legame che mantiene lo spettro in quella forma fisica, potrei farlo svanire, renderlo immateriale per il tempo sufficiente a metterci in salvo.
Ma i filamenti di magia si sottraggono al mio tocco, si fanno inconsistenti, sfuggenti. Anche impegnandomi con tutte le forze, anche sapendo che ne va della mia vita, non riesco a manipolarli neanche quel tanto che basterebbe a fermare l’arma che scende rapida su di me… Continua a leggere

Fabula III (prima parte)

L’edificio è comparso nel corso di una settimana, un po’ alla volta, facendosi spazio tra due palazzine senza disturbarne l’esistenza, sistemandosi in una di quelle tasche di realtà che la città sembra tenere da parte, ripiegate e nascoste, in attesa di trovare qualcosa di interessante da infilarci dentro.
Due piani, un minuscolo cortile sul retro, circondato da un’inferriata tutta ruggine, un incongruo tetto spiovente e, a piano terra, una vetrata ricoperta di fogli di giornale e un’insegna infranta, che indicava chissà quale negozio. Continua a leggere

Fabula XXIII (seconda parte)

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«Non è arrivata?» chiedo, porgendo a Silva un bicchierino di plastica. Dall’angolo di strada a cui ci troviamo la bancarella di Mila si distingue a malapena tra le teste dei manifestanti, ma anche così è evidente che lì non c’è nessuno.
«Non si è ancora fatta vedere. Forse l’hanno avvisata di questo casino.» Lo prende, e mi lancia un’occhiata interrogativa. «L’hai zuccherato?»
Allineati davanti all’ingresso del Santuario dei Ritornati, i Cercatori d’Anime pregano. Sono svariate decine, uomini e donne, per la maggior parte molto giovani o molto anziani. Parecchio più numerosi del gruppetto di agenti che li fronteggia, allineati in un sottile cordone scuro, nervosi e a disagio. Continua a leggere

Fabula XXIII (prima parte)

Apro gli occhi al tintinnare delle campanelle legate all’acchiappasogni che pende sopra la mia testa. Aspetto che la vista si abitui a quel po’ di luce grigia che entra dalla finestra aperta, respirando profondamente e cercando di prepararmi a quello che potrei trovarmi di fronte tra poco. Poi sollevo il busto e mi guardo attorno.
La creatura è ferma ai piedi del mio letto. È piegata sulle gambe pelose, che terminano in zampe che ricordano quelle di un uccello, ma non credo possa arrivare neanche all’altezza delle mie spalle. Indossa un cappuccio a punta fatto di quella che sembra una sottile corteccia marrone pallido, da cui si affaccia un volto grigio e spigoloso, umano ma dai tratti troppo marcati.
Sta fissando con intensità la barriera di sale e salvia con cui ho circondato il letto. Solleva una mano ricoperta, o forse fatta, dello stesso materiale del cappuccio, e la avvicina al cerchio. Continua a leggere