Fabula XIV (seconda parte)

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Annuisco e mi asciugo gli occhi, sporcandomi le dita di trucco sciolto. Lidia non se ne cura e mi riprende per mano, ricominciando a camminare. Mentre mi trascina con lei lancio un’altra occhiata al cielo. La luna sembra più piccola e meno luminosa, adesso, ed è così trasparente che posso vedere il soffitto della stanza dietro la sua superficie. È una strana visione, non più realistica dell’immagine creata da un proiettore. Non riesco a credere di averla scambiata per vera solo un attimo fa.
«Oh, ecco.» Lidia si ferma e indica il muro di fronte a noi, visibile attraverso l’ologramma di cielo notturno. Poggiato contro la parete c’è un tavolino quadrato di plastica bianca. «Che ci sia o no un Dio, qua dentro, perlomeno c’è un altare.»
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Fabula XIV (prima parte)

Ho trovato il risciò davanti al portone, stamattina. Non uno sgangherato carretto arancione a più posti trainato da una bicicletta, come quelli che i Municipi stanno sperimentando per sopperire ad autobus che partono sempre più di rado.
No, quello era un veicolo laccato in rosso lucido e oro, con un solo sedile e dall’aria confortevole. A sorreggerlo per le aste c’era un uomo corpulento e pelato, con piccole orecchie appuntite, gambe che sotto il ginocchio si trasformavano in zampe pelose, zoccoli al posto dei piedi e una lunga, folta coda da cavallo che gli spuntava appena sopra il fondoschiena, tra l’orlo della t-shirt e quello dei pantaloncini.
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Fabula I (terza parte)

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È una strana sensazione, essere spaventata mentre sono fuori dal mio corpo. Normalmente a questo punto la paura mi avrebbe paralizzata. Posso immaginarmi immobile nel buio, col cuore che batte sempre più in fretta, la pelle percorsa da brividi, le braccia strette contro il corpo, il respiro strozzato, la mandibola pietrificata che rifiuta di aprirsi anche solo per gridare. L’istinto mi ordina di sgranare gli occhi cercando di cogliere qualcosa nelle tenebre, di tendere le orecchie per captare il più flebile suono, e non serve a placarlo il fatto che razionalmente sappia di non essere in grado di farlo.
«Smettila» sbotta il daimon. «Così mi confondi!» Continua a leggere