Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Fabula L (prima parte)

Le porte del santuario dell’Ardente sono chiuse.
Tremano sotto i colpi di decine di pugni e la pressione dei corpi ammassati contro di loro, ma non cedono, non si socchiudono neanche. La folla in fuga urla, lotta, spinge, calpesta, ma tutti i suoi sforzi finiscono per infrangersi contro quella barriera di metallo e vetro opaco, che sta iniziando a sporcarsi di sudore e sangue.
Sono tutti terrorizzati. Insultano, pregano di farli entrare nel tempio, litigano tra loro. E non sanno ancora cos’altro si sta avvicinando.
Vittoria ha ragione, devo calmarli in qualche modo, prima che sprofondino del tutto nel panico. Peccato che si sia dimenticata di dirmi come fare. Vorrei ci fosse Marciano qui con me, con la sua voce da capra farsi ascoltare sarebbe…
Qualcosa di caldo e brillante mi sfreccia davanti alla faccia. Un Cules, un piccolo spirito elementale, poco più di una manciata di scintille e un barlume di coscienza. Al mio arrivo li ho visti svolazzare tutt’intorno al santuario, ma adesso si stanno radunando sopra la folla, come per tenerla d’occhio. In realtà credo siano attratti dall’accumularsi di emozioni forti. Le creature delle fiamme tendono a essere empatiche, e tutta questa paura e rabbia devono essere un richiamo irresistibile.
Un’altra scintilla mi vola intorno alla testa, ma questa volta più lentamente. Si allontana di qualche metro, e poi torna subito indietro, restando sospesa davanti ai miei occhi. «E tu cosa vuoi?» provo a chiederle. La fiammella ondeggia lentamente, senza reagire. Faccio per sfiorarla con un dito… Continua a leggere

Fabula XLV (terza parte)

(continua da qui)

«Oh, no…» È tutto il disappunto che mi concedo di esprimere. Con quello che sta succedendo, i libri distrutti dovrebbero essere l’ultima delle mie preoccupazioni. Ma non posso fare a meno di supplicare qualunque entità in ascolto che Irene non abbia dato fuoco all’unica copia disponibile di qualcosa.
Vittoria rovescia lo spettro all’interno del cerchio. Il lemure balza subito in piedi, ma quando prova ad avvicinarsi alle fiamme esita, e torna verso il centro.
«Fuoco. Altro che nastro adesivo.» Irene parla con voce rotta, a malapena udibile. Mi sembra che abbia anche difficoltà ad articolare le parole. È seduta a terra, rannicchiata, le gambe strette al petto, il viso premuto contro le ginocchia. I suoi serpenti ora non sembrano più furiosi. Si muovono guardinghi, e fanno scattare le lunghe lingue come se stessero assaggiando l’aria. Continua a leggere

Fabula XXX (prima parte)

«Non potete andare a casa, dannazione! Neanche ce l’avete, una casa!»
Malombra è seduto sul pavimento dello stanzino immerso nella penombra. Sono entrato mentre stava gridando, ma non c’è nessuno con lui. «Ehi, tutto bene?»
Si affretta a rimettersi gli occhiali prima di voltarsi a guardarmi, un occhio visibile attraverso la lente trasparente, l’altro nascosto da quella scura. «No. I fantasmi che hai riunito per fare il buon samaritano si stanno innervosendo. Non vogliono rimanere qui, e a chi credi che vadano a rompere le palle?» Continua a leggere

Fabula XXIV (seconda parte)

(continua da qui)

Resto in silenzio per alcuni secondi, mentre cerco di comprendere il pieno significato di quella parola. «Anime?»
«O almeno una delle anime di un essere vivente. Conosco chi ne conta tre, cinque o anche di più» spiega Jindrich, stringendosi nelle spalle. «Ma se ti fa impressione puoi chiamarla essenza spirituale, coscienza, impronta psichica… Per me fa lo stesso, non mi interessa la filosofia.»
Tento una risatina ironica, che però suona più che altro nervosa. «Eddai, ne ho incontrati un po’ di spiriti e spettri, e non assomigliano a bolle luminose.» Indico uno degli scaffali. «E non credo si possano conservare in un barattolo per il sale a forma di baita innevata.» Mi volto verso Marciano, aspettandomi di trovarlo impegnato a trattenere le risate per non tradire lo scherzo che mi stanno facendo. Ma lui sta guardando a terra, serissimo, e ondeggia sugli zoccoli come fa quando è a disagio. Continua a leggere