Fabula XXIII (prima parte)

Apro gli occhi al tintinnare delle campanelle legate all’acchiappasogni che pende sopra la mia testa. Aspetto che la vista si abitui a quel po’ di luce grigia che entra dalla finestra aperta, respirando profondamente e cercando di prepararmi a quello che potrei trovarmi di fronte tra poco. Poi sollevo il busto e mi guardo attorno.
La creatura è ferma ai piedi del mio letto. È piegata sulle gambe pelose, che terminano in zampe che ricordano quelle di un uccello, ma non credo possa arrivare neanche all’altezza delle mie spalle. Indossa un cappuccio a punta fatto di quella che sembra una sottile corteccia marrone pallido, da cui si affaccia un volto grigio e spigoloso, umano ma dai tratti troppo marcati.
Sta fissando con intensità la barriera di sale e salvia con cui ho circondato il letto. Solleva una mano ricoperta, o forse fatta, dello stesso materiale del cappuccio, e la avvicina al cerchio. Continua a leggere

Fabula XXI (seconda parte)

(continua da qui)

Qui, in questo tempo bloccato, non siamo da soli. Me ne sto rendendo conto un po’ per volta. Ci sono cose che si muovono al margine del mio campo visivo, che si spostano veloci e svaniscono se tento di metterle a fuoco. Quando non sono assordato dalla voce del mago riesco a sentire mormorii incomprensibili proprio alle mie spalle. Come se pensare, in questa situazione, non fosse già abbastanza difficile.
Ippolito sta bluffando. Se mi sta interrogando vuol dire che non sa cosa so o penso. Come può essere certo che stia mentendo? «Silva mi sta facendo un favore» improvviso. Ripenso alle lezioni di Marta al call center, ai consigli su come raccontare balle ai clienti. Beh, lei non usava queste parole, ma il concetto era piuttosto chiaro. «Mi hanno offerto un lavoro che non mi convince, e le ho chiesto se conoscesse qualcuno che potesse aiutarmi a chiarirmi le idee.» Aggiungere quanta più verità possibile alle menzogne era la sua raccomandazione principale. “Aiuta a dare sostanza e credibilità a quello che dite”. E poi, non essere troppo specifici né troppo vaghi. «L’ho convinta a farmi parlare con una sua amica che lavora qui, un’addetta alle analisi. Non credevo che fosse un problema…» E sempre mantenere un tono naturale.
Ma qual è il tono naturale per una situazione del genere? Urla disperate e incoerenti balbettii terrorizzati?
Per alcuni secondi il mago resta in silenzio. Poi ruota la testa verso di me. È un movimento lento e faticoso, che lo fa ansimare e sbuffare, rende rossa per lo sforzo la pelle del collo e del volto. E quando lo ha compiuto, solo la sorpresa mi impedisce di gridare. Le pupille dei suoi occhi sono scomparse, ma sotto le sclere bianco latte due piccole creature sono aggrappate ai suoi zigomi. Continua a leggere

Fabula XXI (prima parte)

Come si diventa un mago? Come si ottiene una convinzione così profonda, così incrollabile che il mondo debba piegarsi alla tua volontà, da convincere la realtà stessa a obbedire?
Izabela e Silva sono sedute sul divano di fronte a me, sepolte tra i cuscini viola, a parlare fitto del caso, di Mila, del modo migliore di procedere a questo punto, ma non riesco a seguire i loro discorsi.
Cazzo, oggi ho incontrato un mago. Un mago vero. Sono un operatore spiritico, ho studiato come funziona la magia, ne so riconoscere le tracce e gli effetti, riesco a sentirla. Ho conosciuto sciamani, medium, esorcisti, cambiati di ogni tipo. Ma quell’uomo anziano e molto più basso di me, col suo completo chiaro, il farfallino, la pelle macchiata sul cranio pelato e la barbetta grigia abbarbicata al mento era diverso da tutti loro. Lui mi ha fatto paura. Continua a leggere

Fabula XIII

«Un incantesimo è, essenzialmente, un atto di volontà così forte, così assoluto, che riesce a imporsi sulla realtà e a cambiarla. Tutto il resto, formule, componenti, giorni e orari particolari sono elementi accessori, utili a focalizzare, dirigere e rinforzare quella volontà, ma di cui, in teoria, si potrebbe fare a meno.»
La sala è gelida e semivuota. I pochi presenti sono seduti lontano l’uno dall’altro, e guardano a malapena la relatrice, una quarantenne con capelli del rosso più improbabile che abbia mai visto. Tengo la mano destra affondata nella tasca del giubbotto. Con le dita frugo piano, cercando di non pensarci e di affidarmi all’istinto, nel sacchetto di rune che ci ho nascosto. Continua a leggere