Fabula V (prima parte)

Negli ultimi tempi raggiungere il santuario dell’Ardente è diventato complicato. Qualunque strada si prenda, per accedere all’edificio bisogna superare due posti di blocco, presentando documenti e una ragionevole spiegazione della propria presenza lì prima a degli annoiati addetti municipali in tuta arancione, accampati dietro delle transenne, e poi a dei molto più attenti agenti di sicurezza EXO con abiti e occhiali scuri, sfollagente dall’aria cattiva, gioielli incisi con parole di potere, biciclette da corsa nere e nuove di zecca.
«Niniane?» La donna che sta esaminando la mia attestazione di identità ha capelli castani, legati in una stretta treccia dietro la testa ma rasati sui lati, occhiali dalle lenti a specchio e un cameo di giada che le chiude il colletto della camicia, e che per qualche motivo rende Lidia nervosa. Continua a leggere

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Fabula LVIII (terza parte)

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Ci aggrappiamo l’uno all’altra per mantenere l’equilibrio. «Che succede?» Riesco a malapena a sentire la voce della sirena, coperta dall’esplosione violenta di un tuono sopra le nostre teste.
Le ombre intorno a noi cambiano, si muovono, danzano impazzite. Sollevo gli occhi. La luna si sta spostando attraverso il cielo, rapida come una sfera che rotola su un piano inclinato. La sabbia sotto i nostri piedi continua a ondeggiare, i cumuli di rifiuti franano, il rumore delle onde si è trasformato in un ruggito minaccioso.
«Sei tu?» Tessalonica è terrorizzata. La sua voce perfetta ora è tremante, rotta, supplicante. «Stai facendo tu questo? Fermati…»
«Credo sia opera di un mio amico.» La bestia di Malombra deve aver iniziato a… fare qualunque cosa faccia quando si nutre. «Non devi avere paura, stiamo cercando di liberarti.»
«No, non potete farlo, distruggerà tutto! » Il rumore di qualcosa che si spezza, assordante. Una voragine si apre alla nostra sinistra, ingoiando un pezzo di spiaggia e tutto ciò che vi si era depositato. «I miei ricordi, la mia identità, quel poco che rimane…» Continua a leggere

Fabula LIV (prima parte)

«Quello ha ucciso la cantante?» Silva mi afferra per le spalle e mi fa voltare verso di sé. La sua pelle scotta tanto da fare male. Mi lascia andare subito, quando si  accorge della mia smorfia di dolore. «E anche altri? Il monacello?»
«Monacello?» rispondo, confuso. «Non lo so. Penso che potrebbe aver assassinato anche una Pizia, però…»
«Dovrò andare a fargli qualche domanda di persona, allora.» Gli occhi della donna scintillano di luce arancione. Ricordano un po’ quelli di Lume. «È il mio arresto, mi occupo io di lui!»
«Ehi, smettetela voi due!» Vittoria è sporca di fuliggine e sangue, e ha più lividi e ferite di quando mi sono allontanato, poco fa. Tutti ne hanno, a parte Malombra. «Quello di cui state parlando è uno dei nostri!» Si avvicina e mi squadra in volto, furiosa. «Ti stai sbagliando.» Continua a leggere

Fabula L (terza parte)

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«Non stai dicendo sul serio. Non può essere.»
«Io non dico bugie» risponde Lume, risentita. «Mai.»
«Ma perché?» Mi accorgo di aver alzato troppo la voce quando alcuni degli occhi luminosi si voltano verso di me. Faccio una pausa per calmarmi, e continuo abbassando il tono. «Perché l’Ardente vuole sacrificarli? Sono qui per voi.»
«Esatto. Hanno chiesto e ottenuto doni per vegliare sul santuario. Ora devono farlo.»
«Vegliare sul santuario non è la stessa cosa che affrontare un’orda di assassini!»
Mi guarda, la testa leggermente piegata di lato, in un gesto che forse vuole esprimere confusione. Un po’ di cera cola dalle candele sul suo capo, macchiandole lo splendido vestito.
«Ma non è questo il punto» continuo. «Se si trattasse soltanto del rispetto dei patti, non avreste nulla da ridire sui nostri tentativi di proteggerli. Noi non abbiamo promesso nulla a nessuno.» Continua a leggere

Fabula L (seconda parte)

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La prima cosa che mi colpisce è lo sbalzo di temperatura. Intorno al santuario l’aria è più tiepida del normale, ma qui all’interno fa davvero caldo. Un’afa da giornata estiva, di quelle che ormai sono solo un ricordo. La seconda è il silenzio. Dai suoni della piazza mi separa solo una sottile lastra di vetro, eppure arrivano attutiti e soffocati, come se si fossero allontanati chissà quanto nel tempo che ho impiegato a fare un passo.
Ci vuole qualche secondo prima che riesca ad abituarmi a queste nuove sensazioni e a rendermi davvero conto di ciò che mi circonda. Sono in uno spazioso foyer, che una volta dev’essere stato elegante, o almeno pretenzioso. È ancora possibile intravedere il marmo del pavimento sotto lo strato di cenere, fuliggine e cera che lo ricopre, e il fumo ha annerito il rosso dei muri e l’oro degli infissi, ma senza nasconderli del tutto. Tre scalinate portano al piano di sopra, e tra loro vedo ingressi per altre stanze e divanetti polverosi.
L’ingresso è pervaso da una luce delicata e soffusa, di cui non riesco a capire l’origine ma che arriva uniforme in ogni punto della stanza senza creare nessuna ombra. Com’è che attraverso le porte non si riesce a vedere nulla di tutto questo? Continua a leggere