Fabula III (seconda parte)

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L’aria si anima, trema come acqua, si riempie dei riverberi della sottilissima, delicata trama di magia che sembra pervadere ogni cosa in città, appena sotto lo strato più superficiale di realtà. Scivola attraverso i muri, cristallizzandosi in complessi modelli geometrici su più livelli, tanto da farmi sospettare che questo edificio non abbia ancora finito di materializzarsi del tutto. Vibra e scintilla quando il passaggio delle frecce magiche del mio collega solleva onde nella sua struttura. Si avvolge intorno al lemure come un filo dorato che lega tra loro le vesti, l’arma, ciò che la creatura spaccia per un corpo, e si annoda attorno e sotto la maschera in un nucleo di energia arcana, sigilli necromantici e disperata ostinazione a esistere nonostante tutto.
Non siamo una minaccia. Cerco di trasmettere il concetto allo spettro, di farlo risuonare nella sua mente al di sopra dei ruggiti della rabbia e dell’eco della disperazione, facendolo correre lungo il filo che tiene insieme la sua essenza. So che da qualche parte in lui c’è un barlume di coscienza, la capacità di ascoltare, comprendere e ragionare. Non volevamo invadere il vostro territorio. Se mi spingo abbastanza a fondo posso raggiungerla. Noi vogliamo solo…
La maschera si abbatte sul mio naso. Un crack sinistro che viene annegato in un’ondata di dolore. Crollo a terra reggendomi il volto, mentre il sangue mi scivola viscido tra le dita. Attraverso le lacrime che mi stanno riempiendo gli occhi vedo il lemure sollevare la lancia, deciso a trafiggermi. Se riuscissi a sfiorare la trama, ad allentare solo un po’ il legame che mantiene lo spettro in quella forma fisica, potrei farlo svanire, renderlo immateriale per il tempo sufficiente a metterci in salvo.
Ma i filamenti di magia si sottraggono al mio tocco, si fanno inconsistenti, sfuggenti. Anche impegnandomi con tutte le forze, anche sapendo che ne va della mia vita, non riesco a manipolarli neanche quel tanto che basterebbe a fermare l’arma che scende rapida su di me… Continua a leggere

Fabula III (prima parte)

L’edificio è comparso nel corso di una settimana, un po’ alla volta, facendosi spazio tra due palazzine senza disturbarne l’esistenza, sistemandosi in una di quelle tasche di realtà che la città sembra tenere da parte, ripiegate e nascoste, in attesa di trovare qualcosa di interessante da infilarci dentro.
Due piani, un minuscolo cortile sul retro, circondato da un’inferriata tutta ruggine, un incongruo tetto spiovente e, a piano terra, una vetrata ricoperta di fogli di giornale e un’insegna infranta, che indicava chissà quale negozio. Continua a leggere

Fabula LX

Irene rigira il coltello nel petto di Fra, prima di estrarlo schizzandosi addosso gocce del sangue scuro che imbratta la lama di ferro. I serpenti sibilano minacciosi contro il licantropo, che riesce a emettere solo un singulto prima di accasciarsi a terra, proprio accanto a me.
«No… no…» Le parole sembrano rifiutarsi di lasciare la mia bocca, riesco solo a sussurrare. Guardo il ragazzo che artiglia il lastricato con tanta, disperata forza da spezzarsi le unghie, mentre un rivolo di sangue gli scende da un angolo della bocca, che apre e chiude a scatti come se stesse cercando di divorare l’aria che gli serve per respirare. «Non dovevi, non era necessario.»
«Ti avrebbe ucciso.» Lei mi parla tenendo lo sguardo rivolto a terra. La sua voce non esita, non tradisce emozioni. Sta solo facendo una constatazione.
«Non puoi dirlo. È Fra, cazzo!» Come in risposta al suo nome, lui volta il viso verso di me. I suoi occhi sono smarriti, spaventati. Umani, anche se ancora di quell’insopportabile colore giallo.
«Forse lo è, e magari ci ha sempre ingannato. O forse è il lupo. Chiunque sia, è qualcuno che ti ha squarciato un braccio senza pensarci due volte.» Avevo quasi dimenticato la ferita. Riesco a malapena a rendermi conto di tutte le parti del corpo che mi fanno male. Immagino non sia un buon segno, ma in questo momento sembra una benedizione. «E avrebbe fatto lo stesso con la tua gola, lo sai.» Continua a leggere

Fabula LIV (seconda parte)

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«Ehi, hai visto come sono ridotti i tuoi?» interviene Malombra, con un sospiro. «Perché non li porti via finché ne rimane ancora qualcuno intero?»
L’huldra lo guarda a malapena. «Marchiato e rotto. Sei peggio di questa cambiata
Mi aspetto una risposta immediata e pungente, e invece lui resta in silenzio per un secondo. E quando riprende a parlare, avvicinandosi alla creatura, la sua voce trema. «Cos’hai detto?»
«Che almeno il meticcio ci è nato, così.» Indica con un cenno Silva. «Tu che scusa hai per quel parassita schifoso che ti porti dentro?»
Malombra scatta in avanti, ma l’huldra se lo aspettava. Il suo bastone di legno si muove, e quello di metallo vola via dalle mani del fattucchiere, piegato nel punto in cui è stato colpito
Silva si lancia contro la fata, ma le fiamme scivolano sulla pelle della creatura senza lasciare traccia, e all’huldra basta tendere il braccio per afferrare la donna per la gola. Il fuoco divampa immediatamente intorno alla mano, ma la fata sembra non accorgersene neanche. Stringe le dita candide, che affondano con troppa facilità nel collo della cambiata. Continua a leggere

Fabula LII (seconda parte)

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Malombra inizia a sghignazzare, ma è l’unico. Tra le bande e i non umani pare che Bud e Terence siano poco apprezzati.
L’huldra, soprattutto, non sembra aver gradito, o capito, o entrambe le cose. Scuote la testa con sufficienza. Non mi teme, pensa di conoscermi e di potermi gestire. Ottimo. Con lei al comando sono certa che cercheranno di passare da qui.
Torna indietro verso i suoi, brandendo in alto il bastone, e urla qualcosa in chissà quale lingua. I Variaghi rispondono gridando in coro la stessa parola.
E poi comincia. A un segnale che non riesco a cogliere umani, cambiati, spiriti si lanciano all’attacco, tutti insieme. I più veloci sono un gruppetto di folletti bellicosi che si gettano contro le difese della piazza per verificarne la forza, e poi si allontanano di corsa ululando di dolore, lasciandosi dietro scie di scintille. Continua a leggere