Intermezzo – Il domovoi di Izabela

Da sotto il braciere nel soggiorno vedo sempre sbucare qualche ciuffo di peli neri e grigi. Appartengono al domovoi che vive lì. Cerco di non guardare in quella direzione, quando passo per la stanza, ma non ci riesco. So che c’è. Sento i suoi occhietti puntati sulla mia schiena, anche se non riesco a vederli. Mi dà lo stesso fastidio dell’indossare qualcosa a cui ho scordato di staccare il cartellino.
Alle volte esce dalla sua tana, ma solo quando mia madre e il cane non sono in giro. Un secondo è un minuscolo ometto peloso, e quello dopo è seduto sul divano, ha una corporatura normale e la faccia di uno dei miei fratelli. Le copia dalle foto che teniamo esposte nelle cornici che affollano i vecchi, pesanti mobili che riempiono la stanza, quindi loro sembrano sempre giovanissimi. Come se il tempo si fosse fermato a quando ero piccola, e la Frattura non li avesse mai portati via. Continua a leggere

Fabula XLI (prima parte)

«Perché non lasci perdere? Finirai solo per rallentarci.»
«Non vedo come, ho mangiato mentre camminavamo.»
«E smettila di fingere di non capire!»
Silva e Davelli hanno continuato a discutere per tutto il percorso fino a casa di Izabela, e anche ora che lei è rientrata non sembrano aver intenzione di smettere.
Appoggiato contro un muro li ascolto litigare, mentre osservo luci sporadiche accendersi qua e là nella via, e i passanti in bicicletta rallentare curiosi per cogliere qualche frammento della lite.
Mila è accanto a me, il cappotto che nasconde la spada stretto contro il petto, gli occhi rivolti al cielo. «Sta succedendo qualcosa.» Continua a leggere

Fabula XXXIX

Odore di vino scadente che si mescola a quello di frittura e spezie. Gruppetti di uomini e donne di mezza età che mangiano zuppe e arrosti di chissà cosa, chiacchierano in varie lingue e giocano a carte. Ai muri poster scoloriti di squadre di calcio e vecchi film. Una parete è occupata da un altarino, foto di ragazze e ragazzi circondate da fiori di carta colorata e allineate sotto lo sguardo benevolo di una divinità egiziana dalle ali multicolori raffigurata in una cartolina, della Madonna Immacolata effigiata su un santino, e della statuetta di plastica di una dea indiana a quattro braccia, con due mani aperte e due che reggono fiori.
Il Terzo Cerchio conserva ancora una certa aria da osteria nelle sedie di paglia, nei tavolini di legno e nei bassi soffitti di pietra, ma, come quasi ogni locale nel rione Tumuli, si sta trasformando in un luogo in cui ricordare le cose e le persone perse. O cercare di dimenticarle. Continua a leggere

Fabula XXXVI (seconda parte)

(continua da qui)

«Non ci volevo credere, quando è successo. Avevamo sacrificato così tanto, fatto cose che…» La voce di Mila si spezza. Le lascio il tempo di ricomporsi. «Credo di aver ucciso un dio, o qualcosa di molto simile, in quella battaglia. Uno non troppo potente, e che si stava ancora risvegliando. Quando il suo sangue toccava terra nascevano cose mai esistite prima… piccoli animali simili a granchi ma con tre occhi, fiori con sette petali disposti intorno a bocche piene di piccoli denti, una parola con quattro significati incompatibili… Una simile morte non è fatta per essere vista e sopportata da un essere umano. Poco prima il Divinatore mi aveva pregato di farlo smettere di soffrire, quando il suo corpo aveva iniziato a sciogliersi in centinaia di insetti, e io l’avevo accontentato. Certe notti lo sogno ancora. E tutto è diventato inutile, quando il Templare ha fatto quello che non avrei mai creduto possibile.» Continua a leggere

Fabula XXXVI (prima parte)

L’appartamento odora di verdure cotte e fumo. La donna seduta nella poltrona di fronte a me mi fissa in silenzio, tirando lunghe boccate dalla sua pipa. Sembra molto anziana, come il cane accovacciato ai suoi piedi, un botolo dalla testa grossa che deve aver avuto un carlino tra i suoi progenitori più recenti.
Mi raddrizzo sul divano, facendo scricchiolare e lamentare la fodera di plastica che lo ricopre. Silva mi colpisce con il gomito, per poi sorridere alla donna.
«È una bellissima casa» osserva Mila, con tono cordiale. Non so se lo creda davvero o stia solo cercando di essere cortese: il salotto in cui ci troviamo è soffocato da massicci mobili di legno vecchio stile, ingombri di piccoli soprammobili e grosse cornici di legno e argento con foto del pre-Frattura, e male illuminato dalla luce prodotta da un braciere a tre piedi che si trova proprio accanto a me, e in cui si sta consumando del carbone. Da sotto il contenitore di metallo vedo sbucare un ciuffo di folti peli grigi. C’è un altro animale nascosto lì sotto?
La donna con la pipa si limita a rispondere con un grugnito. Posso capirla: tre estranei con l’aria di chi è appena uscito da una rissa si sono presentati a casa sua, e una di loro si porta dietro una spada. Una cosa del genere renderebbe nervoso chiunque. Continua a leggere