Fabula VI

Ho frequentato fattucchieri, spettri e satiri. Ho fatto affari con i più bizzarri dei folletti. Ho affrontato una sirena e mercanteggiato con un dio. Lavoro per le Furie. Ormai sono pronto ad affrontare qualunque cosa questa città possa mettere sulla mia strada.
Questo è quello che pensavo fino a dieci minuti fa.
«Mi ha offeso.» I dieci minuti passati da quando Cristoforo mi ha dato dei ragguagli confusi, infilato una cartellina tra le mani e spinto in questa stanza. Con lui. «Mi ha chiamato con quel nome.»
Ogni volta che la creatura parla mi sembra di sentire il rombo di un tuono in lontananza, e la sedia sotto di me ha un tremito. Aggrotta le sopracciglia, due cespugli bianchi che non riescono a nascondere il verde profondo di occhi larghi all’incirca quanto una tazzina da caffè. Continua a leggere

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Fabula IV (seconda parte)

(continua da qui)

«Lascialo andare!» ordino, consapevole dell’inutilità delle mie parole.
«Altrimenti?» chiede il Catapano, avvicinando la bocca al collo di Sami. «Sei disarmata, il tuo collega è in ostaggio, mi basta gridare per far arrivare i miei uomini. Come pensi di fermarmi?»
Mi prende pure in giro, lo stronzo! Trattengo la prima risposta che mi viene in mente. Mi sono infilata in trappola come una principiante, ma forse c’è ancora spazio per una soluzione diplomatica che non preveda il ritrovarci con le gole squarciate. O almeno un modo di guadagnare tempo per farmi venire in mente una via d’uscita. «Non so davvero cosa credi di ottenere con un’idiozia simile, ma…»
Il vampiro mi interrompe sbuffando. Sembra deluso. «No, non ci siamo. Ti ho fatto una domanda precisa.»
«Ma cosa …»
«Come. Pensi. Di. Fermarmi» ripete, scandendo ogni parola con esasperante lentezza. Continua a leggere

Fabula IV (prima parte)

Non riesco a decidere cosa questo sotterraneo sia stato, in origine. Un magazzino? Il piano interrato di un condominio? L’ingresso di un garage? Se c’erano elementi che ne rendevano chiara la funzione, sono stati abbattuti ed eliminati nel corso della sua trasformazione in una cripta.
L’aria sa di chiuso, polvere, cera e piante appassite. Tutt’intorno a me, montati su tavolini pieghevoli, ci sono altarini dedicati ai defunti: una foto incorniciata di un volto sorridente, quattro o cinque candele accese, vecchi fiori infilati in vasetti colmi d’acqua. E, qua e là, in piedi accanto al proprio sacrario, i vurdalak che sono venuti ad accogliermi.
Non sono decisamente vampiri alla Gary Oldman. Questi uomini e donne hanno un aspetto ordinario, a volte insignificante. Molti sembrano avanti con gli anni, e, benché le immagini che li ritraggono a volte sembrino risalire al pre-Frattura, tutti appaiono identici alla loro versione nelle foto, a parte il pallore, gli occhi nascosti da lenti scure nonostante la penombra e le vistose cicatrici sulla gola. Continua a leggere

Fabula II

Nei libri, la Frattura non è mai avvenuta. Le vecchie pagine stampate raccontano di un mondo in cui il sole non è stato inghiottito da un manto perenne di nubi, in cui computer, cellulari, auto e tv non hanno improvvisamente smesso di funzionare tutti insieme, in cui una lampadina accesa non è qualcosa per cui ringraziare gli dei. In cui di solito neanche ci sono dei, né spettri, spiriti e folletti emersi da uno strappo nella realtà a rimodellare il mondo secondo una fantasia aliena. Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere