Fabula IX (prima parte)

«Le hai notate, quando abbiamo attraversato il cordone? Le transenne?»
La cosa che si muove tra le mia dita è viscida e gelatinosa, fredda al tatto, del colore del sangue secco. Rabbrividisco ogni volta che pulsa e si contorce, a ogni passo devo combattere contro l’impulso di gettarla via e cercare un modo per incenerirla. Sono quasi certo che, da un momento all’altro, mi salterà in faccia per soffocarmi, invadendo naso e bocca, scivolandomi in gola, magari salendo a scavarsi un comodo nido nel mio cervello. Continua a leggere

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Fabula VII

Sono le otto del mattino, e al Rione Capro è notte.
Non una notte molto grande, più o meno delle dimensioni di un isolato, ma è comunque impossibile non notarla. Inizia, un paio di metri dietro le transenne che pretendono di contenerla, come un offuscamento della vista, un improvviso affievolirsi della luce, per poi diventare più simile a una vasta zona d’ombra causata da un qualche invisibile ostacolo frapposto contro il cielo. Solo che a quell’ostacolo sembra non esserci fine, e al di là della penombra il buio non fa che diventare più fitto.
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Intermezzo – Le Dodici Notti

Sa quando dormi,
sa quando sei sveglio,
sa se sei stato buono o cattivo…
Tribuno, fottuto guardone di merda!

Le parole, in un festivo rosso e verde, mi fissano dal piano del tavolo davanti a me. Il ragazzo che mi è seduto di fronte, invece, osserva tutto tranne la mia faccia.
Non che ci sia molto altro da vedere, nella sala degli interrogatori. Le incrostazioni di ghiaccio sui vetri della finestra. Le fiammelle delle candele che riempiono la stanza, perché neanche nella sede dell’EXO si può stare tranquilli al buio, nel periodo del Solstizio. Il bonsai decorato con minuscole palline colorate che qualcuno con troppo tempo libero ha piazzato sul davanzale.
«Tre anni.» Affondo una mano nel cestino che ho in grembo, prendendo una manciata di mandorle ricoperte di cioccolato amaro. Me ne infilo un paio in bocca, parlando mentre mastico. «Tre anni che ti diamo la caccia, e tu ti fai beccare da una guardia di sicurezza mentre infili propaganda dei seguaci dei 47 in una cassetta delle lettere.» Scuoto la testa. «Non sono arrabbiato. Solo deluso.»

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Fabula V (prima parte)

Negli ultimi tempi raggiungere il santuario dell’Ardente è diventato complicato. Qualunque strada si prenda, per accedere all’edificio bisogna superare due posti di blocco, presentando documenti e una ragionevole spiegazione della propria presenza lì prima a degli annoiati addetti municipali in tuta arancione, accampati dietro delle transenne, e poi a dei molto più attenti agenti di sicurezza EXO con abiti e occhiali scuri, sfollagente dall’aria cattiva, gioielli incisi con parole di potere, biciclette da corsa nere e nuove di zecca.
«Niniane?» La donna che sta esaminando la mia attestazione di identità ha capelli castani, legati in una stretta treccia dietro la testa ma rasati sui lati, occhiali dalle lenti a specchio e un cameo di giada che le chiude il colletto della camicia, e che per qualche motivo rende Lidia nervosa. Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere