Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.» Continua a leggere

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Fabula IV (seconda parte)

(continua da qui)

«Lascialo andare!» ordino, consapevole dell’inutilità delle mie parole.
«Altrimenti?» chiede il Catapano, avvicinando la bocca al collo di Sami. «Sei disarmata, il tuo collega è in ostaggio, mi basta gridare per far arrivare i miei uomini. Come pensi di fermarmi?»
Mi prende pure in giro, lo stronzo! Trattengo la prima risposta che mi viene in mente. Mi sono infilata in trappola come una principiante, ma forse c’è ancora spazio per una soluzione diplomatica che non preveda il ritrovarci con le gole squarciate. O almeno un modo di guadagnare tempo per farmi venire in mente una via d’uscita. «Non so davvero cosa credi di ottenere con un’idiozia simile, ma…»
Il vampiro mi interrompe sbuffando. Sembra deluso. «No, non ci siamo. Ti ho fatto una domanda precisa.»
«Ma cosa …»
«Come. Pensi. Di. Fermarmi» ripete, scandendo ogni parola con esasperante lentezza. Continua a leggere

Fabula IV (prima parte)

Non riesco a decidere cosa questo sotterraneo sia stato, in origine. Un magazzino? Il piano interrato di un condominio? L’ingresso di un garage? Se c’erano elementi che ne rendevano chiara la funzione, sono stati abbattuti ed eliminati nel corso della sua trasformazione in una cripta.
L’aria sa di chiuso, polvere, cera e piante appassite. Tutt’intorno a me, montati su tavolini pieghevoli, ci sono altarini dedicati ai defunti: una foto incorniciata di un volto sorridente, quattro o cinque candele accese, vecchi fiori infilati in vasetti colmi d’acqua. E, qua e là, in piedi accanto al proprio sacrario, i vurdalak che sono venuti ad accogliermi.
Non sono decisamente vampiri alla Gary Oldman. Questi uomini e donne hanno un aspetto ordinario, a volte insignificante. Molti sembrano avanti con gli anni, e, benché le immagini che li ritraggono a volte sembrino risalire al pre-Frattura, tutti appaiono identici alla loro versione nelle foto, a parte il pallore, gli occhi nascosti da lenti scure nonostante la penombra e le vistose cicatrici sulla gola. Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Fabula LX

Irene rigira il coltello nel petto di Fra, prima di estrarlo schizzandosi addosso gocce del sangue scuro che imbratta la lama di ferro. I serpenti sibilano minacciosi contro il licantropo, che riesce a emettere solo un singulto prima di accasciarsi a terra, proprio accanto a me.
«No… no…» Le parole sembrano rifiutarsi di lasciare la mia bocca, riesco solo a sussurrare. Guardo il ragazzo che artiglia il lastricato con tanta, disperata forza da spezzarsi le unghie, mentre un rivolo di sangue gli scende da un angolo della bocca, che apre e chiude a scatti come se stesse cercando di divorare l’aria che gli serve per respirare. «Non dovevi, non era necessario.»
«Ti avrebbe ucciso.» Lei mi parla tenendo lo sguardo rivolto a terra. La sua voce non esita, non tradisce emozioni. Sta solo facendo una constatazione.
«Non puoi dirlo. È Fra, cazzo!» Come in risposta al suo nome, lui volta il viso verso di me. I suoi occhi sono smarriti, spaventati. Umani, anche se ancora di quell’insopportabile colore giallo.
«Forse lo è, e magari ci ha sempre ingannato. O forse è il lupo. Chiunque sia, è qualcuno che ti ha squarciato un braccio senza pensarci due volte.» Avevo quasi dimenticato la ferita. Riesco a malapena a rendermi conto di tutte le parti del corpo che mi fanno male. Immagino non sia un buon segno, ma in questo momento sembra una benedizione. «E avrebbe fatto lo stesso con la tua gola, lo sai.» Continua a leggere