Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.» Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Fabula LVI (seconda parte)

(continua da qui)

I guardiani si disperdono, arretrano. Delfine sibila e attacca.
È molto più rapida di quanto ci si aspetterebbe da una creatura di quelle dimensioni. Piega il busto in avanti, parallelo al terreno, ma contorce il collo al punto da mantenere il viso rivolto davanti a sé. Poi la coda da serpente la sospinge, velocissima. In un attimo raggiunge strisciando le creature del santuario. Li travolge, li schiaccia sotto le sue spire, li fa a pezzi con le mani.
Riesco a seguirla a malapena con lo sguardo. Nello stesso istante può sfondare il torace di un guardiano con un pugno, decapitarne un altro addentandolo alla gola e spazzare con la coda distruggendone un terzo. Li bracca, uno per uno. I bastoni provocano scintille contro le sue squame senza neanche ammaccarle, lei invece non lascia scampo.
Ci mette una manciata di secondi ad annientare quelli che la stavano accerchiando. Poi inverte bruscamente la marcia e punta su di me. La evito gettandomi di lato, rotolo e mi rialzo subito, ma la sua coda mi sta già arrivando addosso. Faccio in tempo solo a incrociare le braccia davanti al volto e a piegare le gambe per assorbire meglio l’impatto. Continua a leggere

Fabula LVI (prima parte)

La lotta è ricominciata. La accolgo a braccia aperte, mi ci getto con gioia ed entusiasmo.
Ho lasciato perdere bastoni e getti di fiamme. Strappo le armi ai miei avversari e le uso contro di loro. Spezzo ossa, frantumo denti, squarcio carne. Ricordo a tutti perché ci chiamano Furie.
Mi colpiscono, ogni tanto. Meno di quanto vorrebbero, e con meno effetto di quanto sperassero. Una ferita di striscio con un coltello, una mazza che mi sfiora nel punto sbagliato, squame affilate che mi sfregano contro la pelle. Me ne accorgo a malapena. Non mi rallentano neanche.
Sono sporca di sudore, polvere e soprattutto sangue, molto più altrui che mio. Sono attenta a ogni movimento intorno a me, pianifico tre mosse in avanti, tengo a bada il dolore e gestisco la fatica. Non ho tempo per pensare. Continua a leggere

Fabula LII (prima parte)

Iniziano ad arrivare alla spicciolata. Passano in volo sopra la piazza, per poi appollaiarsi sui tetti dei palazzi vicini. Scrutano dalle strade intorno a noi, occhi gialli e rossi che brillano per un istante a gruppi di due, tre o quattro, e poi scompaiono nel buio. Sondano le nostre difese con piccole divinazioni che fanno sfrigolare i bordi dei sigilli tracciati da Malombra.
Scout, avanguardie. Folletti, spiriti minori, creature asservite mandate ad aprire la strada all’orda.
«Arrivano.» Svuoto a terra l’acqua con cui avevo riempito la ciotola di vetro. Durante la nostra conversazione Deifobe mi è sembrata ancora più provata di prima, e la descrizione della situazione in cui mi sono infilata non l’ha tirata su di morale. Ha promesso di mandare aiuto “appena possibile”. Mi sa che ci toccherà vedercela da soli.
«Sami non è ancora tornato.» Irene prende la ciotola, e si china a riporla nella valigetta. Poi mi passa le fiale. Continua a leggere