Fabula XIII (seconda parte)

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Un nuovo ramo si allunga verso di me con un sibilo. Mi sposto quanto basta per farmelo passare accanto, esteso in tutta la sua lunghezza. E poi, prima che possa ritrarsi, lo afferro e lo avvolgo attorno al collo dell’Archivista più vicino.
Il sacerdote è così concentrato su Sami che ci mette un attimo prima di iniziare a gemere, sbavare e divincolarsi. Tempo sufficiente per trascinarlo contro di me, la gola stretta nel cappio che ho creato e non ho nessuna intenzione di allentare. La rosa gialla lotta, strattona il suo stelo cercando di liberarlo, e ottiene soltanto di strozzare l’Archivista e lacerargli la pelle con le spine. Il suo compagno finalmente distoglie l’attenzione dal bel tipo e la rivolge a me. Scopre i denti e batte le mani a terra, inferocito.
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Fabula XIII (prima parte)

Credo di aver visto, una volta, un film in cui Jennifer Lopez entrava nella mente di Vincent D’Onofrio. Un posto poco piacevole a base di animali fatti a pezzi, strumenti di tortura ed elaboratissimi costumi improbabili.
Ecco, stando qui nel Roseto mi sembra quasi di passeggiare nella mente della Sibilla. Un luogo angusto, malsano, antico e pieno di segreti, che prospera nutrendosi di conoscenze che condivide raramente, e solo col preciso scopo di controllare e manipolare il pensiero e le certezze dell’intera città. E per ospitare una quantità ridicola di fiori, certo.
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Fabula XI (prima parte)

La foto che ho rubato è colma di magia. O meglio, lo è quello che ritrae.
Il cerchio di contenimento che avrebbe dovuto intrappolare il gigante era composto da due circoli concentrici tracciati in rosso, separati da un’intricata, spessa banda di sigilli e piccole lettere nere. Geometricamente perfetto, tranne nei punti in cui è interrotto da profonde crepe, là dove il pavimento ha ceduto sotto il peso della creatura.
A prima vista mi era sembrato un lavoro preciso e professionale, certo, ma non fuori dal comune. Quando però, in cerca di indizi, ho messo la foto sotto una lente di ingrandimento, mi sono dovuto ricredere. Continua a leggere

Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.» Continua a leggere

Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere