Intermezzo – Le Dodici Notti

Sa quando dormi,
sa quando sei sveglio,
sa se sei stato buono o cattivo…
Tribuno, fottuto guardone di merda!

Le parole, in un festivo rosso e verde, mi fissano dal piano del tavolo davanti a me. Il ragazzo che mi è seduto di fronte, invece, osserva tutto tranne la mia faccia.
Non che ci sia molto altro da vedere, nella sala degli interrogatori. Le incrostazioni di ghiaccio sui vetri della finestra. Le fiammelle delle candele che riempiono la stanza, perché neanche nella sede dell’EXO si può stare tranquilli al buio, nel periodo del Solstizio. Il bonsai decorato con minuscole palline colorate che qualcuno con troppo tempo libero ha piazzato sul davanzale.
«Tre anni.» Affondo una mano nel cestino che ho in grembo, prendendo una manciata di mandorle ricoperte di cioccolato amaro. Me ne infilo un paio in bocca, parlando mentre mastico. «Tre anni che ti diamo la caccia, e tu ti fai beccare da una guardia di sicurezza mentre infili propaganda dei seguaci dei 47 in una cassetta delle lettere.» Scuoto la testa. «Non sono arrabbiato. Solo deluso.»

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Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Fabula LVII (prima parte)

Pioggia. Mi batte con forza sul volto in grosse gocce gelide, scuotendomi da un torpore pesante da ammalato. Mi scivola sulle labbra secche e spaccate, sulla lingua gonfia e dolorante, dandole un po’ di sollievo. Il suo suono è gentile. Non si impone, non ordina, non confonde. Non pretende nulla da me, solo di inzupparmi, di scorrermi lungo le guance e il collo, giù per il petto e le braccia, fino alle mani, alle dita libere, a quelle che stringono l’elsa della spada…
La spada?
La consapevolezza torna improvvisa, ed è brutale. Il Velato e Zampa de Gal. Il viaggio con l’omuncolo. Le saracinesche di quello strano luogo, le cose che nascondevano, acquattate nel buio a spiare in attesa dell’istante in cui nessuno le stesse guardando per emergere, afferrarmi e trascinarmi via con loro. E poi la caduta… no, lo scivolare, verso l’alto, o il basso, o in chissà quale direzione, attraverso rumori colorati e lampi assordanti, sfiorando frammenti di immagini e luoghi e volti sconosciuti e familiari e noti senza averli mai visti, mentre le voci nella lama dell’Ospitaliere urlavano e si ritraevano, terrorizzate all’idea di perdersi e smettere di esistere… Continua a leggere

Fabula LV (seconda parte)

(continua da qui)

«Cosa sta succedendo?» Renzo si ferma, si guarda attorno spaesato. Siamo in un altro luogo. E in un’altra ora del giorno, a giudicare dalla luce che filtra dalle nubi chiare sopra di noi.
«Non restare indietro!» lo chiamo, mentre l’omuncolo mi guida lungo un sentiero costeggiato da aiuole fiorite. Grossi fiori dai petali carnosi, di colori che sfumano dal rosa pallido al rosso sangue. Emanano un odore disgustoso, soffocante.
Non vedo muri o recinzioni, solo delle costruzioni in lontananza che sembrano capannoni industriali. Le finestre sfondate, l’intonaco caduto e la ruggine parlano di abbandono di vecchia data. Continua a leggere

Fabula LV (prima parte)

«Sai dove sono?» Il seguace dei 47 annuisce. Quest’uomo è pieno di sorprese. Prima maneggia la spada dell’Ospitaliere come se nulla fosse, e adesso dice di sapere dov’è il covo del Velato. E quella Pizia l’ha chiamato per nome? «Dobbiamo raggiungerli, subito!»
«Ma che dici?» sbuffa Davelli. «Siamo ridotti a pezzi.»
«Per andarvene da qui dovrete passare dall’Ardente. La Madre e i nostri compagni saranno sicuramente felici di vedervi» aggiunge l’uomo calvo, con un ghigno. «Il piano verrà completato, non potete farci niente.»
«Col cazzo!» Ci sono arrivato così vicino, non posso arrendermi proprio adesso. «C’è troppo in gioco.» La città che precipita nel caos è una prospettiva che mi fa ancora più paura, anche se di poco, dell’avere in giro due maghi incazzati personalmente con me. «Lo troverò, dovessi passare sopra la drakaina.» O, più realisticamente, fare una fine orribile provandoci. Continua a leggere