Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

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Fabula LVII (prima parte)

Pioggia. Mi batte con forza sul volto in grosse gocce gelide, scuotendomi da un torpore pesante da ammalato. Mi scivola sulle labbra secche e spaccate, sulla lingua gonfia e dolorante, dandole un po’ di sollievo. Il suo suono è gentile. Non si impone, non ordina, non confonde. Non pretende nulla da me, solo di inzupparmi, di scorrermi lungo le guance e il collo, giù per il petto e le braccia, fino alle mani, alle dita libere, a quelle che stringono l’elsa della spada…
La spada?
La consapevolezza torna improvvisa, ed è brutale. Il Velato e Zampa de Gal. Il viaggio con l’omuncolo. Le saracinesche di quello strano luogo, le cose che nascondevano, acquattate nel buio a spiare in attesa dell’istante in cui nessuno le stesse guardando per emergere, afferrarmi e trascinarmi via con loro. E poi la caduta… no, lo scivolare, verso l’alto, o il basso, o in chissà quale direzione, attraverso rumori colorati e lampi assordanti, sfiorando frammenti di immagini e luoghi e volti sconosciuti e familiari e noti senza averli mai visti, mentre le voci nella lama dell’Ospitaliere urlavano e si ritraevano, terrorizzate all’idea di perdersi e smettere di esistere… Continua a leggere

Fabula LIII (seconda parte)

(continua da qui)

Resto piuttosto deluso quando mi accorgo che non succede nulla. Non ero certo di cosa aspettarmi, ma di sicuro non questo. A parte l’emozione di stringere la lama incantata dell’Ospitaliere, non avverto niente di particolare.
Mi rialzo, piano, consapevole che gli sguardi di tutti sono fissi su di me. Attendono che faccia qualcosa. Soprattutto il Velato e Zampa de Gal, che hanno smesso di litigare e mi osservano, tesi e pronti a reagire.
Una sgradevole sensazione di qualcosa che si insinua sotto la mia pelle. La vista. Anna fa un passo avanti, e stavolta la sua impassibilità pare aver lasciato il posto a… disappunto? Preoccupazione? «Oh, Renzo» mormora. Non capisco di cosa…
Le voci esplodono all’improvviso, tutte insieme. Sono tantissime, e hanno tutte un sacco di cose da dire. Urlano, protestano, cercano di sopraffarsi, e non si curano del fatto che sembra mi stiano gridando nelle orecchie… no, dietro le orecchie, dalla parte sbagliata della testa! Fa male, cazzo, malissimo! Vogliono sfondarmi i timpani? Spappolarmi il cervello? Continua a leggere

Fabula XIV (seconda parte)

(continua da qui)

Da infermiere ne so un po’, del corpo umano e delle sue sofferenze. È il mio lavoro tentare di alleviarle. Ma, quando si tratta di infliggerle, Davelli sembra saperne molto più di me. Da quanto sta andando avanti? Un quarto d’ora? Sembra molto di più, ma non voglio sopravvalutare la mia resistenza. Continua a leggere

Fabula VIII

«Così è questa la famosa donnina, eh?»
Seduta compostamente a gambe incrociate sulla soglia del bagno, lei alza la testa quando si sente chiamata in causa. Le fessure che ha al posto degli occhi si inclinano verso il basso, quella al posto della bocca si stringe. Cos’è, un’espressione concentrata? Continua a leggere