Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere. Continua a leggere

Intermezzo – Lupercalia

«Dammi retta, Benny. I veri soldi non sono negli incantesimi d’amore. Sono nei contro-incantesimi!»
Attraverso il tavolo della mensa guardo Viola, gli occhi pesantemente truccati di nero, i capelli scuri punteggiati da ciocche bianche quanto il suo camice. «Ma che, dici davvero?»
Annuisce, mentre gratta sulla testa il suo famiglio. Lei ne ha uno supertradizionale, un gatto nero magro e arruffato, con occhi verdi che brillano come se dietro avessero una fiammella sempre accesa. «Una volta era diverso. Quando arrivava questo periodo dell’anno era tutto un “fammi un talismano per trovare qualcuno”, “incantami la candela che voglio accendere stasera a cena”, “puoi vedere se riuscirò a scopare almeno stavolta?”, e nessuno si lamentava dei prezzi.»
«E funzionavano le cose che facevi?» Viola è la veterana delle streghe curatrici dell’ospedale. Dice di essere stata una strega già prima della Frattura, una di quelle che adoravano antiche divinità e celebravano la luna piena quando quasi nessun altro lo faceva, solo per scoprire poi che gli Dei non erano proprio come se li aspettavano. Continua a leggere

Fabula XXII

«Ci sono delle gallerie, sotto la Cattedrale dei Caduti» mi sussurra il ragazzo, col tono di chi sta rivelando un segreto.
Gli lancio un’occhiata, distogliendo per un attimo l’attenzione dalla flebo che sto sostituendo. «Ah sì?» Ha sui vent’anni, e non ha un bell’aspetto. Le occhiaie sono viola e profonde, il colorito della pelle ha la stessa sfumatura di giallo sporco delle lenzuola e della federa del cuscino del letto in cui è sdraiato, ed è troppo magro. Non è la prima volta che vedo tossici del suo tipo, qui in ospedale.
«Vanno giù sottoterra, per chilometri e chilometri» continua. Fissa il soffitto, attento a chissà cosa. «Sono le catacombe dei frati, con un casino di… come si chiamano… Alle pareti, le cassettine per le ossa…» Continua a leggere

Fabula VIII

«Così è questa la famosa donnina, eh?»
Seduta compostamente a gambe incrociate sulla soglia del bagno, lei alza la testa quando si sente chiamata in causa. Le fessure che ha al posto degli occhi si inclinano verso il basso, quella al posto della bocca si stringe. Cos’è, un’espressione concentrata? Continua a leggere

Fabula II

Da qualche notte il mio telefono squilla. Lo fa per due volte, e poi il silenzio. Qui, vicino alla Frattura, i telefoni funzionano così raramente che ero convinto mi avessero staccato la linea.
Ogni volta che succede, la piccola donna in kimono che vive nel mio bagno si affaccia alla porta. Ha la pelle liscia e bianca, e gli occhi e la bocca sono semplici fessure, ma mi sembra comunque che abbia un’espressione preoccupata. Non ha l’aria serena di quando passeggia canticchiando sul bordo del lavandino, la mattina presto, o si bagna i piedi nell’acqua rimasta nel piatto doccia dopo che mi sono lavato.  Continua a leggere