Fabula V (seconda parte)

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Ci metto qualche secondo a capire davvero ciò che ha detto. «Impazzire?»
«Un incidente o due. Niente di cui ti debba preoccupare, vero, piccola mia?» Il Focolare mi sfiora il volto con una mano, e una sensazione di caldo, familiare benessere inizia a diffondersi attraverso il mio corpo, irradiandosi dalla pelle bollente della mia guancia. «Non c’è niente di male, capitano in tutti i lavori.»
Mi ritrovo ad annuire, e anche Lidia, che era diventata così irrequieta da farmi temere per un attimo che si sarebbe materializzata contro la mia volontà, si calma un po’. «Tutti, certo» mormoro, senza pensarci. Continua a leggere

Fabula V (prima parte)

Negli ultimi tempi raggiungere il santuario dell’Ardente è diventato complicato. Qualunque strada si prenda, per accedere all’edificio bisogna superare due posti di blocco, presentando documenti e una ragionevole spiegazione della propria presenza lì prima a degli annoiati addetti municipali in tuta arancione, accampati dietro delle transenne, e poi a dei molto più attenti agenti di sicurezza EXO con abiti e occhiali scuri, sfollagente dall’aria cattiva, gioielli incisi con parole di potere, biciclette da corsa nere e nuove di zecca.
«Niniane?» La donna che sta esaminando la mia attestazione di identità ha capelli castani, legati in una stretta treccia dietro la testa ma rasati sui lati, occhiali dalle lenti a specchio e un cameo di giada che le chiude il colletto della camicia, e che per qualche motivo rende Lidia nervosa. Continua a leggere

Fabula I (terza parte)

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È una strana sensazione, essere spaventata mentre sono fuori dal mio corpo. Normalmente a questo punto la paura mi avrebbe paralizzata. Posso immaginarmi immobile nel buio, col cuore che batte sempre più in fretta, la pelle percorsa da brividi, le braccia strette contro il corpo, il respiro strozzato, la mandibola pietrificata che rifiuta di aprirsi anche solo per gridare. L’istinto mi ordina di sgranare gli occhi cercando di cogliere qualcosa nelle tenebre, di tendere le orecchie per captare il più flebile suono, e non serve a placarlo il fatto che razionalmente sappia di non essere in grado di farlo.
«Smettila» sbotta il daimon. «Così mi confondi!» Continua a leggere