Fabula XIII (seconda parte)

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Un nuovo ramo si allunga verso di me con un sibilo. Mi sposto quanto basta per farmelo passare accanto, esteso in tutta la sua lunghezza. E poi, prima che possa ritrarsi, lo afferro e lo avvolgo attorno al collo dell’Archivista più vicino.
Il sacerdote è così concentrato su Sami che ci mette un attimo prima di iniziare a gemere, sbavare e divincolarsi. Tempo sufficiente per trascinarlo contro di me, la gola stretta nel cappio che ho creato e non ho nessuna intenzione di allentare. La rosa gialla lotta, strattona il suo stelo cercando di liberarlo, e ottiene soltanto di strozzare l’Archivista e lacerargli la pelle con le spine. Il suo compagno finalmente distoglie l’attenzione dal bel tipo e la rivolge a me. Scopre i denti e batte le mani a terra, inferocito.
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Fabula XIII (prima parte)

Credo di aver visto, una volta, un film in cui Jennifer Lopez entrava nella mente di Vincent D’Onofrio. Un posto poco piacevole a base di animali fatti a pezzi, strumenti di tortura ed elaboratissimi costumi improbabili.
Ecco, stando qui nel Roseto mi sembra quasi di passeggiare nella mente della Sibilla. Un luogo angusto, malsano, antico e pieno di segreti, che prospera nutrendosi di conoscenze che condivide raramente, e solo col preciso scopo di controllare e manipolare il pensiero e le certezze dell’intera città. E per ospitare una quantità ridicola di fiori, certo.
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Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.» Continua a leggere

Fabula IV (seconda parte)

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«Lascialo andare!» ordino, consapevole dell’inutilità delle mie parole.
«Altrimenti?» chiede il Catapano, avvicinando la bocca al collo di Sami. «Sei disarmata, il tuo collega è in ostaggio, mi basta gridare per far arrivare i miei uomini. Come pensi di fermarmi?»
Mi prende pure in giro, lo stronzo! Trattengo la prima risposta che mi viene in mente. Mi sono infilata in trappola come una principiante, ma forse c’è ancora spazio per una soluzione diplomatica che non preveda il ritrovarci con le gole squarciate. O almeno un modo di guadagnare tempo per farmi venire in mente una via d’uscita. «Non so davvero cosa credi di ottenere con un’idiozia simile, ma…»
Il vampiro mi interrompe sbuffando. Sembra deluso. «No, non ci siamo. Ti ho fatto una domanda precisa.»
«Ma cosa …»
«Come. Pensi. Di. Fermarmi» ripete, scandendo ogni parola con esasperante lentezza. Continua a leggere

Fabula IV (prima parte)

Non riesco a decidere cosa questo sotterraneo sia stato, in origine. Un magazzino? Il piano interrato di un condominio? L’ingresso di un garage? Se c’erano elementi che ne rendevano chiara la funzione, sono stati abbattuti ed eliminati nel corso della sua trasformazione in una cripta.
L’aria sa di chiuso, polvere, cera e piante appassite. Tutt’intorno a me, montati su tavolini pieghevoli, ci sono altarini dedicati ai defunti: una foto incorniciata di un volto sorridente, quattro o cinque candele accese, vecchi fiori infilati in vasetti colmi d’acqua. E, qua e là, in piedi accanto al proprio sacrario, i vurdalak che sono venuti ad accogliermi.
Non sono decisamente vampiri alla Gary Oldman. Questi uomini e donne hanno un aspetto ordinario, a volte insignificante. Molti sembrano avanti con gli anni, e, benché le immagini che li ritraggono a volte sembrino risalire al pre-Frattura, tutti appaiono identici alla loro versione nelle foto, a parte il pallore, gli occhi nascosti da lenti scure nonostante la penombra e le vistose cicatrici sulla gola. Continua a leggere