Fabula IV (seconda parte)

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«Lascialo andare!» ordino, consapevole dell’inutilità delle mie parole.
«Altrimenti?» chiede il Catapano, avvicinando la bocca al collo di Sami. «Sei disarmata, il tuo collega è in ostaggio, mi basta gridare per far arrivare i miei uomini. Come pensi di fermarmi?»
Mi prende pure in giro, lo stronzo! Trattengo la prima risposta che mi viene in mente. Mi sono infilata in trappola come una principiante, ma forse c’è ancora spazio per una soluzione diplomatica che non preveda il ritrovarci con le gole squarciate. O almeno un modo di guadagnare tempo per farmi venire in mente una via d’uscita. «Non so davvero cosa credi di ottenere con un’idiozia simile, ma…»
Il vampiro mi interrompe sbuffando. Sembra deluso. «No, non ci siamo. Ti ho fatto una domanda precisa.»
«Ma cosa …»
«Come. Pensi. Di. Fermarmi» ripete, scandendo ogni parola con esasperante lentezza. Continua a leggere

Intermezzo – Santi con la spada (seconda parte)

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Il bar è piccolo e deserto, l’aria resa appena respirabile da un minuscolo e rumoroso ventilatore. L’uomo dietro il bancone mi ha servito in silenzio acqua fresca e un tè freddo dolciastro, per poi rimettersi ad ascoltare le voci dalla radio che parlano di guerra. Non ha avuto da ridire neanche sulla capra che si aggira curiosa tra la manciata di tavolini di plastica.
Jana, seduta davanti a me, mi ascolta. Non credevo di avere così tanto bisogno di parlare finché non ho cominciato, e lei è perfetta nel suo ruolo. Non si perde una parola, sorride, amara o divertita, e scuote la testa al momento giusto, riempie le pause e le esitazioni con piccoli, discreti incoraggiamenti. Continua a leggere

Intermezzo – Santi con la spada (prima parte)

«Ha chiamato la zia. Ieri notte mamma…» Non ho bisogno di dire altro. Quando uso il tono da sorella maggiore sa che parlo sul serio.
Giulio non si volta, ma la testa gli sprofonda tra le spalle e il ticchettio della tastiera del pc si interrompe. 
«Alla fine l’hanno fatto.» La sua voce è quella di sempre. Nessun singhiozzo, nessun tremore. «L’hanno avvelenata.»
«Ma cosa dici?»
«Tutte quelle pillole, giorno dopo giorno… lo sapevo…»
Mi avvicino a lui, piano. «Non era veleno, erano medicine.» Gli sfioro con le dita i capelli cortissimi. «La stavano curando.»
«Non aveva bisogno di essere curata.» Piega all’indietro la testa, per fissarmi. I suoi occhi sembrano piccoli, in quel volto largo, e chiarissimi. Gli occhi di nostra madre. «Non stava male.»
«Sì invece, lo sai anche tu.» Aggrotta la fronte, e torna a guardare lo schermo. Un forum, credo, dai colori troppo scuri e su cui si alternano muri di testo giallo e verde acido. Trattengo un sospiro. «Ci aspettano per il funerale, dovremo partire…»
«No.» Continua a leggere

Fabula IV (prima parte)

Non riesco a decidere cosa questo sotterraneo sia stato, in origine. Un magazzino? Il piano interrato di un condominio? L’ingresso di un garage? Se c’erano elementi che ne rendevano chiara la funzione, sono stati abbattuti ed eliminati nel corso della sua trasformazione in una cripta.
L’aria sa di chiuso, polvere, cera e piante appassite. Tutt’intorno a me, montati su tavolini pieghevoli, ci sono altarini dedicati ai defunti: una foto incorniciata di un volto sorridente, quattro o cinque candele accese, vecchi fiori infilati in vasetti colmi d’acqua. E, qua e là, in piedi accanto al proprio sacrario, i vurdalak che sono venuti ad accogliermi.
Non sono decisamente vampiri alla Gary Oldman. Questi uomini e donne hanno un aspetto ordinario, a volte insignificante. Molti sembrano avanti con gli anni, e, benché le immagini che li ritraggono a volte sembrino risalire al pre-Frattura, tutti appaiono identici alla loro versione nelle foto, a parte il pallore, gli occhi nascosti da lenti scure nonostante la penombra e le vistose cicatrici sulla gola. Continua a leggere

Fabula III (seconda parte)

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L’aria si anima, trema come acqua, si riempie dei riverberi della sottilissima, delicata trama di magia che sembra pervadere ogni cosa in città, appena sotto lo strato più superficiale di realtà. Scivola attraverso i muri, cristallizzandosi in complessi modelli geometrici su più livelli, tanto da farmi sospettare che questo edificio non abbia ancora finito di materializzarsi del tutto. Vibra e scintilla quando il passaggio delle frecce magiche del mio collega solleva onde nella sua struttura. Si avvolge intorno al lemure come un filo dorato che lega tra loro le vesti, l’arma, ciò che la creatura spaccia per un corpo, e si annoda attorno e sotto la maschera in un nucleo di energia arcana, sigilli necromantici e disperata ostinazione a esistere nonostante tutto.
Non siamo una minaccia. Cerco di trasmettere il concetto allo spettro, di farlo risuonare nella sua mente al di sopra dei ruggiti della rabbia e dell’eco della disperazione, facendolo correre lungo il filo che tiene insieme la sua essenza. So che da qualche parte in lui c’è un barlume di coscienza, la capacità di ascoltare, comprendere e ragionare. Non volevamo invadere il vostro territorio. Se mi spingo abbastanza a fondo posso raggiungerla. Noi vogliamo solo…
La maschera si abbatte sul mio naso. Un crack sinistro che viene annegato in un’ondata di dolore. Crollo a terra reggendomi il volto, mentre il sangue mi scivola viscido tra le dita. Attraverso le lacrime che mi stanno riempiendo gli occhi vedo il lemure sollevare la lancia, deciso a trafiggermi. Se riuscissi a sfiorare la trama, ad allentare solo un po’ il legame che mantiene lo spettro in quella forma fisica, potrei farlo svanire, renderlo immateriale per il tempo sufficiente a metterci in salvo.
Ma i filamenti di magia si sottraggono al mio tocco, si fanno inconsistenti, sfuggenti. Anche impegnandomi con tutte le forze, anche sapendo che ne va della mia vita, non riesco a manipolarli neanche quel tanto che basterebbe a fermare l’arma che scende rapida su di me… Continua a leggere