Intermezzo – Le Dodici Notti

Sa quando dormi,
sa quando sei sveglio,
sa se sei stato buono o cattivo…
Tribuno, fottuto guardone di merda!

Le parole, in un festivo rosso e verde, mi fissano dal piano del tavolo davanti a me. Il ragazzo che mi è seduto di fronte, invece, osserva tutto tranne la mia faccia.
Non che ci sia molto altro da vedere, nella sala degli interrogatori. Le incrostazioni di ghiaccio sui vetri della finestra. Le fiammelle delle candele che riempiono la stanza, perché neanche nella sede dell’EXO si può stare tranquilli al buio, nel periodo del Solstizio. Il bonsai decorato con minuscole palline colorate che qualcuno con troppo tempo libero ha piazzato sul davanzale.
«Tre anni.» Affondo una mano nel cestino che ho in grembo, prendendo una manciata di mandorle ricoperte di cioccolato amaro. Me ne infilo un paio in bocca, parlando mentre mastico. «Tre anni che ti diamo la caccia, e tu ti fai beccare da una guardia di sicurezza mentre infili propaganda dei seguaci dei 47 in una cassetta delle lettere.» Scuoto la testa. «Non sono arrabbiato. Solo deluso.»

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Intermezzo – Santi con la spada (seconda parte)

(continua da qui)

Il bar è piccolo e deserto, l’aria resa appena respirabile da un minuscolo e rumoroso ventilatore. L’uomo dietro il bancone mi ha servito in silenzio acqua fresca e un tè freddo dolciastro, per poi rimettersi ad ascoltare le voci dalla radio che parlano di guerra. Non ha avuto da ridire neanche sulla capra che si aggira curiosa tra la manciata di tavolini di plastica.
Jana, seduta davanti a me, mi ascolta. Non credevo di avere così tanto bisogno di parlare finché non ho cominciato, e lei è perfetta nel suo ruolo. Non si perde una parola, sorride, amara o divertita, e scuote la testa al momento giusto, riempie le pause e le esitazioni con piccoli, discreti incoraggiamenti. Continua a leggere

Intermezzo – Santi con la spada (prima parte)

«Ha chiamato la zia. Ieri notte mamma…» Non ho bisogno di dire altro. Quando uso il tono da sorella maggiore sa che parlo sul serio.
Giulio non si volta, ma la testa gli sprofonda tra le spalle e il ticchettio della tastiera del pc si interrompe. 
«Alla fine l’hanno fatto.» La sua voce è quella di sempre. Nessun singhiozzo, nessun tremore. «L’hanno avvelenata.»
«Ma cosa dici?»
«Tutte quelle pillole, giorno dopo giorno… lo sapevo…»
Mi avvicino a lui, piano. «Non era veleno, erano medicine.» Gli sfioro con le dita i capelli cortissimi. «La stavano curando.»
«Non aveva bisogno di essere curata.» Piega all’indietro la testa, per fissarmi. I suoi occhi sembrano piccoli, in quel volto largo, e chiarissimi. Gli occhi di nostra madre. «Non stava male.»
«Sì invece, lo sai anche tu.» Aggrotta la fronte, e torna a guardare lo schermo. Un forum, credo, dai colori troppo scuri e su cui si alternano muri di testo giallo e verde acido. Trattengo un sospiro. «Ci aspettano per il funerale, dovremo partire…»
«No.» Continua a leggere

Intermezzo – La sentinella

 

Spalanco gli occhi di scatto. E poi li richiudo, feriti dolorosamente dalla luce che mi piove addosso spietata attraverso le vetrate attorno alla stanza.
Quando li riapro, stavolta con lentezza e attenzione, mi ritrovo a fissare l’orologio sul comodino accanto a me. Non sono passati neanche venti minuti, da quando mi sono sdraiato per quelle che sarebbero dovute essere tre ore di sonno.
Qualcosa mi ha svegliato.
Mi metto a sedere tra i cigolii della branda, mentre cerco di capire cosa sia stato. Non una variazione nel picchiettio regolare che sale dal basso, quello continua indisturbato. Meglio. In città non gradiscono le interruzioni del lavoro.
Mi costringo ad alzarmi in piedi, e lo sforzo è sufficiente a farmi venire il fiatone. Ma a svegliarmi non sono stati neanche il raschiare nei miei polmoni, il rantolare ruvido del mio respiro, il vago sapore di sangue in fondo alla bocca. A quelli ci ho fatto l’abitudine.  Continua a leggere

Intermezzo – Il domovoi di Izabela

Da sotto il braciere nel soggiorno vedo sempre sbucare qualche ciuffo di peli neri e grigi. Appartengono al domovoi che vive lì. Cerco di non guardare in quella direzione, quando passo per la stanza, ma non ci riesco. So che c’è. Sento i suoi occhietti puntati sulla mia schiena, anche se non riesco a vederli. Mi dà lo stesso fastidio dell’indossare qualcosa a cui ho scordato di staccare il cartellino.
Alle volte esce dalla sua tana, ma solo quando mia madre e il cane non sono in giro. Un secondo è un minuscolo ometto peloso, e quello dopo è seduto sul divano, ha una corporatura normale e la faccia di uno dei miei fratelli. Le copia dalle foto che teniamo esposte nelle cornici che affollano i vecchi, pesanti mobili che riempiono la stanza, quindi loro sembrano sempre giovanissimi. Come se il tempo si fosse fermato a quando ero piccola, e la Frattura non li avesse mai portati via. Continua a leggere