Fabula XIV (seconda parte)

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Annuisco e mi asciugo gli occhi, sporcandomi le dita di trucco sciolto. Lidia non se ne cura e mi riprende per mano, ricominciando a camminare. Mentre mi trascina con lei lancio un’altra occhiata al cielo. La luna sembra più piccola e meno luminosa, adesso, ed è così trasparente che posso vedere il soffitto della stanza dietro la sua superficie. È una strana visione, non più realistica dell’immagine creata da un proiettore. Non riesco a credere di averla scambiata per vera solo un attimo fa.
«Oh, ecco.» Lidia si ferma e indica il muro di fronte a noi, visibile attraverso l’ologramma di cielo notturno. Poggiato contro la parete c’è un tavolino quadrato di plastica bianca. «Che ci sia o no un Dio, qua dentro, perlomeno c’è un altare.»
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Fabula XIV (prima parte)

Ho trovato il risciò davanti al portone, stamattina. Non uno sgangherato carretto arancione a più posti trainato da una bicicletta, come quelli che i Municipi stanno sperimentando per sopperire ad autobus che partono sempre più di rado.
No, quello era un veicolo laccato in rosso lucido e oro, con un solo sedile e dall’aria confortevole. A sorreggerlo per le aste c’era un uomo corpulento e pelato, con piccole orecchie appuntite, gambe che sotto il ginocchio si trasformavano in zampe pelose, zoccoli al posto dei piedi e una lunga, folta coda da cavallo che gli spuntava appena sopra il fondoschiena, tra l’orlo della t-shirt e quello dei pantaloncini.
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Fabula XIII (seconda parte)

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Un nuovo ramo si allunga verso di me con un sibilo. Mi sposto quanto basta per farmelo passare accanto, esteso in tutta la sua lunghezza. E poi, prima che possa ritrarsi, lo afferro e lo avvolgo attorno al collo dell’Archivista più vicino.
Il sacerdote è così concentrato su Sami che ci mette un attimo prima di iniziare a gemere, sbavare e divincolarsi. Tempo sufficiente per trascinarlo contro di me, la gola stretta nel cappio che ho creato e non ho nessuna intenzione di allentare. La rosa gialla lotta, strattona il suo stelo cercando di liberarlo, e ottiene soltanto di strozzare l’Archivista e lacerargli la pelle con le spine. Il suo compagno finalmente distoglie l’attenzione dal bel tipo e la rivolge a me. Scopre i denti e batte le mani a terra, inferocito.
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Fabula XIII (prima parte)

Credo di aver visto, una volta, un film in cui Jennifer Lopez entrava nella mente di Vincent D’Onofrio. Un posto poco piacevole a base di animali fatti a pezzi, strumenti di tortura ed elaboratissimi costumi improbabili.
Ecco, stando qui nel Roseto mi sembra quasi di passeggiare nella mente della Sibilla. Un luogo angusto, malsano, antico e pieno di segreti, che prospera nutrendosi di conoscenze che condivide raramente, e solo col preciso scopo di controllare e manipolare il pensiero e le certezze dell’intera città. E per ospitare una quantità ridicola di fiori, certo.
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Fabula XII (terza parte)

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La strix sulla scala tenta di nuovo di superare la barriera, inutilmente. Ma non so per quanto ancora reggerà, e dai rumori che sento credo che gli altri uccelli si stiano arrampicando all’esterno del ponteggio. Mi resta soltanto una manciata di sale, e nessuna idea su cosa fare quando sarà finito.
Arretro lungo la passerella, tenendo la candela stretta contro il corpo per proteggerla dal vento. «Non siamo bambini.» Percepire i confusi, contrastanti bisogni e desideri delle strigi è nauseante. E cercare di usarli a mio vantaggio lo è ancora di più. «Non abbiamo nulla che possa interessarvi. Che volete da noi?»
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