Fabula XIV (prima parte)

Ho trovato il risciò davanti al portone, stamattina. Non uno sgangherato carretto arancione a più posti trainato da una bicicletta, come quelli che i Municipi stanno sperimentando per sopperire ad autobus che partono sempre più di rado.
No, quello era un veicolo laccato in rosso lucido e oro, con un solo sedile e dall’aria confortevole. A sorreggerlo per le aste c’era un uomo corpulento e pelato, con piccole orecchie appuntite, gambe che sotto il ginocchio si trasformavano in zampe pelose, zoccoli al posto dei piedi e una lunga, folta coda da cavallo che gli spuntava appena sopra il fondoschiena, tra l’orlo della t-shirt e quello dei pantaloncini.
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Fabula XIII (seconda parte)

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Un nuovo ramo si allunga verso di me con un sibilo. Mi sposto quanto basta per farmelo passare accanto, esteso in tutta la sua lunghezza. E poi, prima che possa ritrarsi, lo afferro e lo avvolgo attorno al collo dell’Archivista più vicino.
Il sacerdote è così concentrato su Sami che ci mette un attimo prima di iniziare a gemere, sbavare e divincolarsi. Tempo sufficiente per trascinarlo contro di me, la gola stretta nel cappio che ho creato e non ho nessuna intenzione di allentare. La rosa gialla lotta, strattona il suo stelo cercando di liberarlo, e ottiene soltanto di strozzare l’Archivista e lacerargli la pelle con le spine. Il suo compagno finalmente distoglie l’attenzione dal bel tipo e la rivolge a me. Scopre i denti e batte le mani a terra, inferocito.
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Fabula XIII (prima parte)

Credo di aver visto, una volta, un film in cui Jennifer Lopez entrava nella mente di Vincent D’Onofrio. Un posto poco piacevole a base di animali fatti a pezzi, strumenti di tortura ed elaboratissimi costumi improbabili.
Ecco, stando qui nel Roseto mi sembra quasi di passeggiare nella mente della Sibilla. Un luogo angusto, malsano, antico e pieno di segreti, che prospera nutrendosi di conoscenze che condivide raramente, e solo col preciso scopo di controllare e manipolare il pensiero e le certezze dell’intera città. E per ospitare una quantità ridicola di fiori, certo.
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Fabula XII (terza parte)

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La strix sulla scala tenta di nuovo di superare la barriera, inutilmente. Ma non so per quanto ancora reggerà, e dai rumori che sento credo che gli altri uccelli si stiano arrampicando all’esterno del ponteggio. Mi resta soltanto una manciata di sale, e nessuna idea su cosa fare quando sarà finito.
Arretro lungo la passerella, tenendo la candela stretta contro il corpo per proteggerla dal vento. «Non siamo bambini.» Percepire i confusi, contrastanti bisogni e desideri delle strigi è nauseante. E cercare di usarli a mio vantaggio lo è ancora di più. «Non abbiamo nulla che possa interessarvi. Che volete da noi?»
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Fabula XII (seconda parte)

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«Ti sei rincoglionito dalla paura?» geme Linus. «Quest’impalcatura è un rottame! E anche se per miracolo non dovesse crollarci sotto i piedi, poi dove andremmo?»
«Bisogna togliersi dalla strada, seminarle!» insisto. «Potremmo trovare una finestra da sfondare, finire su un tetto da cui sia possibile raggiungere le scale, o…»
«E facciamo finta di niente con le merde che ci lasciano qui a crepare?» mi interrompe Spina.
«A quello penseremo dopo. Muoviamoci, finché sono ancora spaventate.»
Senza una parola Ucci si aggrappa con un saltello alla passerella sopra di noi e ci si issa. Col suo aiuto riusciamo tutti ad arrampicarci.
«Qualcuno soffre di vertigini?» Sotto i miei piedi, le assi di legno e la lastra di metallo su cui cerco di restare dritto sembrano pericolosamente instabili. Continua a leggere