Fabula XIV (prima parte)

Ho trovato il risciò davanti al portone, stamattina. Non uno sgangherato carretto arancione a più posti trainato da una bicicletta, come quelli che i Municipi stanno sperimentando per sopperire ad autobus che partono sempre più di rado.
No, quello era un veicolo laccato in rosso lucido e oro, con un solo sedile e dall’aria confortevole. A sorreggerlo per le aste c’era un uomo corpulento e pelato, con piccole orecchie appuntite, gambe che sotto il ginocchio si trasformavano in zampe pelose, zoccoli al posto dei piedi e una lunga, folta coda da cavallo che gli spuntava appena sopra il fondoschiena, tra l’orlo della t-shirt e quello dei pantaloncini.
«Per l’Ardente» ha detto appena mi ha vista, le uniche parole che ha pronunciato per tutto il percorso fino al santuario. Da parte mia, essere trainata da un persona è stato così imbarazzante che non sarei riuscita a rivolgerli la parola anche se non avessi avuto la testa occupata da parecchie domande e un daimon furibondo.
Il viaggio, perlomeno, è stato più rapido di quanto mi aspettassi. Nessun posto di blocco ci ha fermato e, Dei, è passato tanto di quel tempo dall’ultima volta che ho visto le strade scorrere via così in fretta. Forse era stata proprio il giorno della Frattura…
«Ti ha fatto piacere essere presa da casa, bambina mia? Non saremo stati troppo invadenti?» Focolare mi ha accolta all’ingresso del Tempio, un enorme sorriso sul suo abbozzo di volto.
«Oh, no, grazie. Ma, davvero, non ce n’era bisogno…» ho balbettato. Come facevate a sapere dove abito? O quando sarei uscita di casa? sono le cose che avrei dovuto chiederle. Lidia gliele avrebbe di sicuro domandate.
«Ovviamente ti abbiamo tenuta d’occhio da quando hai lasciato il santuario.» Un tempismo così sospetto da farmi temere ancora una volta che Focolare sia in grado di leggermi la mente. «Come ti ho già detto, quello che ti è stato offerto è un ruolo… controverso. Anche se non hai ancora accettato, l’Ardente ha ritenuto che avresti potuto avere bisogno di protezione.» L’Ardente? Proprio lui? O è stato solo un modo per indicare le autorità del Tempio? «Ma adesso una decisione l’hai presa, mia cara? Non ci abbandonerai e ci darai una mano, vero?» Mi ha fissata, gli occhi che ardevano più del solito. Il suo calore confortante, commovente e carico d’affetto mi ha circondata e sommersa. Ed è stato troppo tardi per informarmi sul perché dovrei essere protetta, o da cosa.
Così sono finita di nuovo qui, davanti a una porta d’argento in cima a una scalinata candida. Focolare stavolta è rimasta al piano di sotto. Non è salutare per me essere troppo vicina alla stanza, quando l’ingresso si apre mi ha detto. Dalla preoccupazione che mi trasmette Lidia inizio a pensare non sia salutare per nessuno.
Ma ormai non posso più tirarmi indietro. E poi ho indossato il mio costume da Niniane, messo la parrucca, fatto esercizi spirituali tutta la notte, finché non sono crollata. Sono pronta ad andare in scena.
Poso le mani sulla porta. Non è solo il metallo a essere freddo, anche il legno sembra gelido sotto le mie dita, come fosse solo una sottile copertura che nasconde una lastra di ghiaccio. Mi faccio coraggio e spingo, con meno decisione di quanta ne avevo programmata. Sufficiente però a spalancare le ante, che si aprono lente e silenziose verso l’interno, rivelando una stanza immersa nel buio.
Fisso l’oscurità, incerta. Mi ripeto la descrizione del lavoro fatta da Focolare: assistere, ascoltare, occasionalmente celebrare. Contenere, se ce ne fosse bisogno. Niente di complicato, cose che ogni strega è in grado di fare. Anche se di solito gli Dei sono presenti solo in simbolo, spirito, al massimo possessione…
«E allora?» Lidia è accanto a me, con una smorfia impaziente sul volto.
«E tu che ci fai qui? Credevo non volessi avere niente a che fare con questa storia.»
«Dovrei restare a guardare mentre te la fai sotto?» Sbuffa e mi batte un dito sulla fronte. «Io ci abito, qua dentro. Entra in queste condizioni e di sicuro mi si incasinerà la casa.»
«Sono solo un po’ nervosa, è normale!» protesto.
«Visto che dobbiamo fare questa cosa, e ti ricordo che per me non avremmo dovuto, non possiamo permetterci di essere terrorizzate.» Mi stringe una mano. «Tu sei Niniane adesso, e Niniane non ha paura di niente. Certo non di una stanza buia.»
«Ricordi l’ultima stanza buia in cui siamo entrate?»
«…di una stanza buia di cui non conosce ancora il contenuto.»
«Ma Focolare…»
«Che ne sai, magari siamo fortunate e ci ha solo riempito di stronzate per qualche manovra politica, di quelle che non capisco neanche dopo che me le hai spiegate.» Sorride e fa un cenno con la testa verso la stanza. «Si va?»
Tiro un respiro profondo. Ha ragione, è ora di entrare nella parte. Guardare all’ignoto con sicurezza e curiosità, come farebbe una vera strega. Come farebbe Niniane. «Andiamo.»
Oltrepassiamo la soglia, insieme. Credo sia come immergersi in mare di notte: il freddo che mozza il respiro, il buio che confonde, la mancanza di punti di riferimento che disorienta. Stringo più forte la mano di Lidia, per essere sicura che sia ancora accanto a me, e lei fa altrettanto. Mi costringo a fare un altro passo nella direzione che credo sia avanti. E poi un altro. E poi…
Poi l’oscurità si dissolve, in un istante, come se avessi oltrepassato una tenda. E appare il cielo.
Mi fermo. Se provassi a fare un altro passo sono certa che le gambe cederebbero. Sgrano gli occhi fino a farmi male, rimpiangendo che non siano abbastanza grandi da cogliere in una sola occhiata l’intero spettacolo che mi circonda. Per lunghissimi secondi smetto di respirare.
Un cielo notturno. Uno vero, non solo una cupola di nubi scure. Ci sono stelle, lassù, più numerose e belle di quanto abbia mai osato ricordare. Luci bianche, tremolanti, disposte in schemi improbabili di cui pensavo di aver scordato i nomi che invece adesso mi si affollano familiari alla mente. Sono ovunque, tutt’attorno a me, e incredibilmente fitte ai margini del mio campo visivo, dove la notte è più buia.
Perché proprio sopra la mia testa, a rendere sbiadito con la sua luminosità tutto ciò che la circonda, splende una bianca, enorme, perfetta luna piena.
«Li… Niniane.» La voce di Lidia sembra arrivare da un luogo lontanissimo. Anche quando mi scuote è come se lo stesse facendo a qualcun altro. «Ehi, sveglia!»
«Non credevo di averlo dimenticato.» Pronuncio quelle parole senza pensarci. Non so neanche se sia la mia voce quella che sento, così rotta e strozzata. «Non credevo fosse possibile. È ingiusto che sia così bello, è…» Sono costretta a fermarmi. Sto singhiozzando, e non saprei dire se ho cominciato ora o lo sto già facendo da un po’. Sento le lacrime scorrermi lungo le guance, la vista mi si offusca. Ma non voglio smettere di guardare.
«Continua così e penseranno che sia impazzita anche tu. Noi siamo meglio di così.» Il daimon mi afferra il volto e mi costringe ad abbassarlo. Pianta i suoi occhi neri nei miei. «Non ci faremo incastrare da un’illusione. Perché questo non è reale.»
Tento di sollevare di nuovo la testa, ma lei mi trattiene, brusca e decisa. «Ahia! Mi stai facendo male!»
«Avanti, dillo. Non è reale.»
«Ma non lo hai visto? Sembra…»
«Dillo!»
«N-non… non è…»
«Reale.» Lo ripete insieme a me, tanto decisa e chiara quanto io sono tremante e incerta. Ma posso sentire la sua sicurezza fluirmi dentro, e già le stelle che intravedo alle sue spalle iniziano a sembrarmi meno numerose e brillanti. «Brava. Ora cerchiamo di capire che dobbiamo fare qui dentro, eh?»

(continua qui)

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