Fabula XIII (seconda parte)

(continua da qui)

Un nuovo ramo si allunga verso di me con un sibilo. Mi sposto quanto basta per farmelo passare accanto, esteso in tutta la sua lunghezza. E poi, prima che possa ritrarsi, lo afferro e lo avvolgo attorno al collo dell’Archivista più vicino.
Il sacerdote è così concentrato su Sami che ci mette un attimo prima di iniziare a gemere, sbavare e divincolarsi. Tempo sufficiente per trascinarlo contro di me, la gola stretta nel cappio che ho creato e non ho nessuna intenzione di allentare. La rosa gialla lotta, strattona il suo stelo cercando di liberarlo, e ottiene soltanto di strozzare l’Archivista e lacerargli la pelle con le spine. Il suo compagno finalmente distoglie l’attenzione dal bel tipo e la rivolge a me. Scopre i denti e batte le mani a terra, inferocito.
«Ora che ho finalmente l’attenzione di tutti, ricominciamo.» Parlo con voce alta, chiara, professionale. Come se non avessi appena preso un ostaggio. «Ufficio del Tribuno. Lasciate andare il mio collega, grazie.»
Il rodoftalmo rosso indugia ancora per un attimo su di me. Poi i suoi steli si allentano e si ritraggono, e Sami finisce in ginocchio sul pavimento. Qualcosa che aveva in tasca, un foglio, credo, è rimasto impigliato in uno dei rami. Meglio quello che un dito o un orecchio.
«Molto bene.» Libero l’Archivista, che subito si allontana balzelloni, ringhiando minaccioso. Mi rifiuto di immaginare che lui o una di queste piante siano in grado di comprendermi, dev’essere stato qualcos’altro a darmi ascolto. Un qualcos’altro ragionevole, a quanto pare, quindi tanto vale cercare di tirarci fuori dai guai. «Purtroppo dovrò fare rapporto su questa aggressione che ci impedirà di portare a termine il nostro lavoro.» Sami è immobile, la testa abbassata sul petto, le braccia strette intorno a sé. Lo afferro per le spalle e lo costringo ad alzarsi. «Vorrei potervi assicurare che non ci saranno conseguenze, ma di questi tempi intralciare un’indagine per sedizione è considerato ancora più grave del solito.»
Gli Archivisti si spostano attorno a noi lateralmente, come grossi, goffi granchi, studiandoci con l’olfatto. Se questa fosse una normale trattativa saprei quali rischi corro cercando di intimidire i miei avversari con un’autorità che non sono più sicura di avere, e a cosa andrei incontro se decidessero di vedere il mio bluff. E saprei fin dove spingermi per non spaventarli al punto da fargli sospettare che eliminarci potrebbe essere il male minore. Ma qui non c’è un cazzo di niente di normale. Con chi sto parlando? Con qualcuno che non posso vedere e mi spia attraverso gli occhi delle rose? Con l’entità custode dei segreti a cui è dedicato questo posto?
«Gr… g… grazie» balbetta Sami. Sembra di nuovo in grado di reggersi in piedi da solo, ma sta tremando. Il fascicolo, che ancora stringeva tra le mani, gli sfugge, cadendo sul pavimento assieme agli altri e spargendo una manciata di fogli coperti di fitta calligrafia ordinata, diagrammi mistici, formule. E un timbro rosso, su tutti gli angoli in alto a destra, non nitidissimo ma inconfondibile. Un esagramma che racchiude una spada, con una fiamma al posto della lama. Il sigillo personale del Tribuno.
«Cos’è quello?» Afferro il bel tipo per una spalla e lo scuoto. Lui mi fissa con uno sguardo vuoto. «Cosa cazzo stavi facendo?»
«N… non lo so, gli scaffali… non volevo prendere quello.» È ancora troppo stordito. Guarda confuso il fascicolo a terra, poi di nuovo me, senza cambiare espressione. Spero tanto che, qualunque cosa gli abbiano fatto, sia solo temporanea.
Gli steli del rodoftalmo si allungano sul pavimento, avvolgendosi ai documenti e trascinandoli verso uno scaffale. Il foglio che Sami aveva in tasca… no, una foto… si sfila dalle spine, finendo sopra le pagine. Lui la nota, ed è come se vederla lo scuotesse.
«Oh no, no, no!» Vedo un po’ di lucidità tornare nella sua espressione, e sospiro di sollievo. Sollievo che evapora appena cerca di sfuggire alla mia presa, gli occhi fissi sulla foto. «No, non deve… quella…»
«Sami, che hai combinato?» Parlo con un filo di voce, mentre cerco di capire cosa è successo. È per quella che è stato attaccato? Non avrà mica provato a rubarla da quel fascicolo? «Resta fermo qui.»
Faccio un passo verso il rodoftalmo, ma gli Archivisti mi si piazzano davanti. Altro che trattativa ed entità in grado di ascoltarmi. La pianta ha lasciato andare il bel tipo solo perché aveva già preso quello che cercava.
Dev’essere qualcosa di importante. Qualcosa che Sami non avrebbe dovuto avere. Qualcosa che può seriamente farlo finire nella merda, e me con lui. E io non posso permettermelo, non ancora.
«Chiedo scusa, il mio collega mi ha informato che quei documenti contengono informazioni necessarie alla nostra indagine.» Parlo ad alta voce e indico con gesti ampi e visibili gli incartamenti che il rodoftalmo si sta riprendendo. Dopotutto non posso escludere di essere davvero osservata, o che questo momento non finirà impresso nella memoria del Roseto, per essere magari recuperato in futuro da un analista divinatore. Devo mantenere le apparenze e assicurarmi di poter giustificare le mie azioni. «Ci è indispensabile esaminarle. E vi avviso che opporre resistenza potrebbe costringermi a prendere misure drastiche nell’interesse della sicurezza della città.»
Né la rosa né i sacerdoti danno segno di aver capito cosa ho detto, o di curarsene. Proprio quello che speravo. Avanzo ancora, cercando di scostare gli Archivisti, e finalmente quello alla mia destra reagisce a uno spintone con una gomitata appena sopra il mio zigomo. Mi sforzo di trattenere un ghigno, e rispondo con un colpo a mano aperta contro il suo petto. Rapido, sicuro, e abbastanza forte da mandarlo a schiantarsi contro lo scaffale alle sue spalle.
Se andasse a segno.
L’Archivista si piega all’indietro, così velocemente e curvando la schiena in modo talmente impossibile che per un attimo credo sia sparito nel nulla. E invece, mentre sono ancora sbilanciata per l’attacco andato a vuoto, si raddrizza con la naturalezza di una molla che viene lasciata andare, e la sua testa sbatte contro la mia faccia.
Annaspo, più per la sorpresa che per il dolore. E per questo mi accorgo troppo tardi che l’altro Archivista si sta muovendo. Un giro rapidissimo su se stesso e un calcio perfetto che mi colpisce al petto mentre non ho ancora ripreso l’equilibrio. Volo all’indietro e atterro male, sbattendo con forza la schiena. Cerco di rialzarmi, ma appena poggio una mano a terra un Archivista me la sfila da sotto con un altro calcio, e poi mi sbatte sul volto un tallone. Le mani dell’altro sacerdote si stringono attorno al mio polso sinistro e mi torcono il braccio, con brutalità e perizia. Il dolore è una lama che scava metà del corpo.
Urlando pianto i piedi a terra e spingo, alla ricerca di una posizione in cui la presa faccia un po’ meno male. L’Archivista con la passione per i calci, però, mi pianta un piede nello stomaco, schiacciandomi sul pavimento e togliendomi il fiato. Fanculo, questi stronzi si battono meglio di quanto avessi previsto.
E, come se non bastasse, qualcosa mi sfiora le caviglie, e poi inizia lentamente ad avvolgercisi. Sento la puntura di piccoli oggetti affilati che premono contro la mia pelle. Anche il rodoftalmo si sta unendo alla lotta. Un tre contro uno in questo momento potrebbe essere troppo persino per me.
Sollevo le gambe contro il petto per evitare che vengano intrappolate, e la pressione sul mio braccio sembra allentarsi, anche se di poco. Ovviamente mi arriva addosso una nuova pedata, ma stavolta sono pronta. Paro il colpo con il braccio libero, spingo il piede indietro e afferro l’Archivista per la gonna, che adesso pende proprio sopra di me. Tiro con tutte le mie forze e il sacerdote, in equilibrio su una sola gamba, non può far altro che cadere, addosso a me e al bastardo che sta cercando di slogarmi una spalla. Una mossa per niente elegante, ma efficace: il secondo Archivista è così sorpreso da lasciarmi andare, e ora che ci ritroviamo avvinghiati in una rozza rissa a terra la mia forza fa la differenza.
Sgomito, scalcio, mordo e schiaccio tutto quello che mi capita a tiro, fino a ritrovarmi sopra i miei due avversari. Mi rialzo e assesto una ginocchiata al volto di uno dei sacerdoti, che frana di lato e credo non si riprenderà per un po’. L’altro si trascina via a quattro zampe, correndo a rannicchiarsi contro un muro.
Faccio per lanciarmi contro di lui, ma sento di nuovo che qualcosa mi si avvinghia alle gambe, e abbasso lo sguado. Fottuti rovi, se quel fiore non la smette di…
Una frustata violenta e dolorosa mi esplode sul volto. Cazzo, avevo dimenticato la rosa gialla!
Sollevo le braccia per proteggermi, ma questo rende solo più facile al secondo rodoftalmo intrappolarmi i polsi. Urlo di rabbia e frustrazione, lotto per liberarmi, ma le gambe mi vengono strattonate all’indietro, e non riesco a mantenere l’equilibrio.
Cado in ginocchio, mani e piedi bloccati. Con un disgustoso schioccare di lingua l’Archivista ancora cosciente inizia ad avvicinarsi.
Ho perso? Ho davvero perso? No, non è possibile. Ho cose troppo importanti da fare, troppi conti in sospeso. Non può finire così. Non contro delle piante! «Sami!» urlo. «Dove cazzo sei? Dammi una mano!»
Nessuna risposta, solo il frusciare della gonna del sacerdote sul pavimento. Mi pesterà per vendetta, per poi consegnarmi alle autorità? O magari vuole uccidermi? Chissà quanto se la ride Deifobe, se mi sta guardando davvero.
Tento di nuovo di liberarmi i polsi, sforzandomi di allargare le braccia fino a strappare il rovo che le intrappola. Ho ancora un braccio intorpidito, e non riesco a non gemere per lo sforzo e il dolore. «Sami!» grido ancora. L’Archivista è davanti a me. Si china all’altezza del mio volto e mi annusa. La sua lingua mi sfiora il naso. «Sami, giuro sugli dei che se ne esco viva ti ammazzo tante di quelle volte…»
Con uno schiocco lo stelo cede, e mi ritrovo le braccia libere. Il sacerdote scatta all’indietro, spaventato, e io ne approfitto per afferrare i rovi che mi intrappolano le caviglie. Se riesco a…
Le mani dell’Archivista si muovono così in fretta che non riesco a reagire. Mi sbattono contro le tempie, entrambe, nello stesso momento. Il dolore si diffonde rapido, crudele, talmente inaspettato da togliermi il fiato e le forze. Un fischio acuto mi rimbomba nelle orecchie, gli occhi mi si riempiono di lacrime, la stanza diventa una confusione di forme e colori ed echi. Per un istante mi sembra di sentire delle voci che urlano, vedere sagome che si agitano, ma il dolore cancella tutto, mi invade, raggiunge il suo apice…
E poi si spegne, ed è solo buio e silenzio.

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