Fabula XII (prima parte)

«Agostino, cosa è successo in quell’appartamento?»
Non avrei dovuto restituire la coperta a Linus, avrei potuto usarla per ripararmi la testa dalla pioggia che mi sta facendo attaccare la camicia alla pelle. Le suole consumate delle mie scarpe scivolano sull’asfalto viscido, ma non rallento.
«Ce lo volete dire che avete visto?»
Davanti a me la notte artificiale sfuma in quella reale, che cala rapida al di là delle transenne e del cordone della polizia. Gli agenti hanno impugnato gli sfollagente appena hanno notato l’avvicinarsi della luce delle torce di Linus e Spina.
«Siamo quelli di prima, gli operatori del Municipio 3» grido, per evitare che a qualcuno vengano strane idee. Sollevo la mano a cui è avvinghiato il mio grumo di gelatina, che da quando ho lasciato la casa di Porcelli ha ripreso un po’ di colore e vitalità.
«Agostino.» A Ucci basta poggiarmi una mano su una spalla per bloccarmi e impedirmi di andare avanti. E credo non le costi nessuno sforzo costringermi a voltarmi, finché non mi ritrovo a fissare gli occhi verdi che scintillano da sotto il cappuccio della sua felpa. Dietro di lei Spina mi squadra con sospetto, mentre Linus, ancora con la sua copertina addosso, continua a voltarsi, come se temesse di essere seguito. «Ti porti dietro un odore schifoso. Cos’è?»
«Ragazzi, adesso non c’è tempo. Dobbiamo andarcene da qui, in fretta.»
«Sono d’accordo. Ma prima ci dai una cazzo di spiegazione.» Spina mi si avvicina e abbassa la voce. «E se è successo qualcosa di strano dobbiamo anche decidere cosa raccontare al Merlo.»
«Ehi, vi muovete?» grida un poliziotto, sbattendo impaziente il manganello contro una transenna. Accanto a lui sono arrivati due tecnici dell’EXO, quelli che, credo, dovranno esaminarci per essere certi che non siamo stati maledetti e il buio non ci seguirà al di fuori della zona in quarantena. Come se il problema fosse davvero quello…
«Che c’è, hai fretta d’andartene a f…» Linus tappa la bocca a Spina prima che possa terminare la frase e lo spinge via, poi fa un cenno di scuse all’agente.
«E allora?» insiste Ucci.
«E allora siamo stati fregati. Non so se è il Merlo che ci ha preso per il culo o se anche lui non sappia cosa sta succedendo davvero, ma…» Lo strillo acuto, proprio sopra la mia testa, mi mette in guardia giusto un attimo prima che sia troppo tardi. Mi getto su Ucci con tutto il mio peso, riuscendo solo a farla barcollare e indietreggiare in fretta. Ma è sufficiente: a pochi centimetri dietro la mia nuca sento lo spostamento d’aria causato da un battito d’ali, e poi un grido ancora più forte, lacerante, che si allontana salendo verso l’alto.
«Strigi!» urla Linus, che si è gettato a terra, la coperta tirata sulla testa. Spina si è chinato accanto a lui e si guarda attorno, il cristallo al suo collo che brilla di una debole luce bianca. Ucci riprende l’equilibrio e mi trascina in ginocchio con lei, mentre una seconda strix ci sorvola planando, troppo bassa per i miei gusti.
Sento qualcuno che ordina «Indietro, indietro!». C’è confusione al di là delle transenne, gli agenti stanno arretrando, proteggendo la fuga dei tecnici EXO, mentre la squadra antisommossa si avvicina di corsa.
«Andiamo!» Afferro la mia collega per l’avambraccio e me la tiro dietro, iniziando a correre verso il confine dell’area maledetta. «Le strigi sono creature magiche, non possono attraversare il cordone!»
«Neanche noi» sentenzia Ucci, con calma.
«Ma che…»
«Fermi, non vi avvicinate!» Non sono le parole dell’agente speciale a bloccarmi, è il fatto che ci sta puntando contro una pistola.
«Ma sei scemo? Siamo sotto attacco!» Il cielo si sta riempiendo di stridii e sbattere d’ali. Devono essere almeno in quattro lassù.
«Non potete uscire senza essere esaminati, ed è troppo pericoloso far avvicinare i tecnici.»
«E quanto è pericoloso tenerci qui, invece?»
Una sagoma scura atterra sulla strada, a pochi passi da me. Un enorme uccello grigio e nero, alto almeno un metro e con un’apertura alare di circa tre, la testa tonda e senza collo di un gufo o una civetta, grandi occhi sporgenti, gialli e privi di pupille, che riflettono la luce delle torce. Il suo becco adunco, che scintilla come fosse d’oro, si spalanca, e il buio si riempie di un urlo che ha pochissimo di animale e molto di umano, il lamento disperato di una voce rotta dal pianto.
«Di qua, presto!» grida Linus. L’edificio alla nostra sinistra è ingabbiato in una vecchia impalcatura arrugginita, su cui sono ancora sospese delle passerelle di assi di legno e lamiera. Ci rifugiamo là sotto, mentre altri uccelli si posano attorno al primo. Cinque paia di occhi rotondi ci fissano attraverso l’oscurità.
«Che cazzo vogliono da noi?» chiede Spina. «Le strigi attaccano solo i bambini, no?»
«Si saranno accorte di voi ragazzini» sbotta Linus. «Ehi, non ce la date una mano?» continua poi a voce più alta, rivolto alla squadra antisommossa, che adesso è schierata al gran completo dietro le transenne. Nessuno risponde.
«Sappiamo che avete ordine di non intervenire nella zona in quarantena, ma noi siamo in missione!» Per farmi sentire meglio sporgo con cautela la testa da sotto l’impalcatura, continuando a tenere d’occhio le strigi. Per ora sembra ci stiano studiando, ma potrebbero sempre decidere che è giunto il momento di provare ad assaggiarmi il naso. «Ci sono i nostri superiori là fuori, andateli a chiamare e vi spiegheranno…»
«Restate dove siete. Se vi avvicinate dovremo rispondere con la forza.» A parlare è l’agente di prima. Adesso accanto a lui c’è una donna, appoggiata coi gomiti alla transenna come se si stesse godendo la scena. Ha i codini, occhiali da sole rotondi, un bianco cappotto peloso e qualcosa di scintillante attorno alla mano sinistra. Non potendole vedere gli occhi è difficile capire se stia guardando in questa direzione, ma credo mi stia facendo una smorfia.
«Li avete visti quei cazzo di uccelli?» Afferro Spina che, urlando, stava per lanciarsi in strada. «Sbirri di merda, volete farci ammazzare?»
Lo tiro indietro a fatica. L’agente si è voltato verso la donna, come in attesa di istruzioni, ma lei sembra troppo impegnata a ridere e battere le mani per…
«Arrivano.» Ucci lo mormora appena prima che le strigi si gettino contro di noi, tutte insieme. Abbastanza preavviso da appiattirci contro il muro, a distanza di sicurezza dai becchi protesi degli enormi rapaci, che si ostacolano tra loro e sbattono contro i sostegni di metallo con le ali che si agitano frenetiche, sollevando vortici di penne e polvere. Gli strilli, i tonfi dei corpi contro il ponteggio, il raschiare degli artigli sull’asfalto, c’è così tanto rumore che non riesco nemmeno a pensare. Linus si sta facendo scudo col suo zaino, e geme disperato. Ucci invece si è piegata a terra, credo stia cercando qualcosa. E Spina dove…
Un lampo di luce candida, accecante, che per un attimo cancella tutto. Le grida degli uccelli si allontanano, l’aria si riempie di puzza di bruciato. Mi porto inutilmente le mani sugli occhi invasi da dolorose immagini residue, macchie bianche marchiate a fuoco nella retina.
«Oh, ripigliati.» Sento Spina che mi scuote per le spalle. «Dobbiamo andarcene.»
Provo a socchiudere le palpebre, e subito le devo serrare di nuovo: il cristallo al collo del ragazzo splende come un faro. «Le hai colpite?»
«Una, di striscio. Quelle stronze si muovono sempre, come si fa a mirare? Però le ho spaventate.»
Apro di nuovo gli occhi, e questa volta riesco a non richiuderli subito. Le strigi si sono ritirate a qualche metro di distanza, e ci strillano contro, minacciose. Una apre e chiude l’ala destra, come per controllare che funzioni ancora. «Ottimo lavoro. Ora ci serve un riparo.»
«Magari se corriamo fuori…»
«Ci sbranano» sentenzia Ucci, secca. Ha in mano un pezzo di tubo metallico coperto di ruggine, rimasto qui da chissà quanto.
«Ha ragione.» Sollevo la testa. Sopra di me l’armatura di tubi e lamiere si perde nelle tenebre. Impossibile dire fin dove arrivi, davanti a cosa passi o quanto sia solida. Solo un idiota ci si avventurerebbe sopra. Ma, ora come ora, che abbiamo da perdere a fare gli idioti? «Dobbiamo salire.»

(continua qui)

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