Fabula IX (prima parte)

«Le hai notate, quando abbiamo attraversato il cordone? Le transenne?»
La cosa che si muove tra le mia dita è viscida e gelatinosa, fredda al tatto, del colore del sangue secco. Rabbrividisco ogni volta che pulsa e si contorce, a ogni passo devo combattere contro l’impulso di gettarla via e cercare un modo per incenerirla. Sono quasi certo che, da un momento all’altro, mi salterà in faccia per soffocarmi, invadendo naso e bocca, scivolandomi in gola, magari salendo a scavarsi un comodo nido nel mio cervello.
«Il lato rivolto verso il buio. Ricoperto di glifi di rame, lucidi come specchi. Non sigilli da quattro soldi, un lavoro da mago coi controcazzi. Roba EXO, sicuro.»
Ed è la cosa più preziosa che possiedo, in questo momento. Se DaVinci ha ragione, potrebbe essere la mia unica possibilità di tornare a vedere la luce del sole. Beh, quel che ne rimane.
«Hanno messo su un circolo di contenimento, altro che quarantena. Ah, a poter lavorare per gente così…»
Anche Linus, tra una frase e l’altra, si aggrappa alla sua con determinato disgusto, tenendola il più lontano possibile dal corpo e muovendosi piano, con attenzione, come se non volesse disturbarla. Nell’altra mano regge la torcia elettrica, quella che illumina con un freddo fascio di luce biancastra il buio di questo portone.
«Sì, ho notato» mi limito a rispondere. Come ho notato quanto sia insolito mobilitare quel genere di risorse per un problema di cui non si sta occupando neanche un agente.
Dall’esterno mi arrivano le voci di Spina e Ucci, che ovviamente stanno discutendo. O meglio, il ragazzo si sta lamentando e la cambiata, di tanto in tanto, cerca di zittirlo, forse solo per dimostrargli cortesemente di star ascoltando.
«Siamo sicuri di voler lasciare i ragazzini là fuori?» Il mio collega si guarda attorno, passandosi nervosamente la lingua sulle labbra.
«Va bene portarli fin qui per salvargli il posto, ma per quanto possibile vorrei tenerli al sicuro.» Fisso l’oscurità in cui si perdono le scale davanti a noi. «Anche se non credo ci sia davvero qualche pericolo. Dobbiamo solo dare un’occhiata al tipo della contravvenzione» Forse mi sentirei più tranquillo se fossi riuscito a terminare la frase senza allentarmi il nodo alla cravatta per la terza volta in due minuti.
Se Linus l’ha notato, non me lo fa pesare. «Ma sì. Dentro e fuori in un attimo.» Neanche la sua risatina è molto convincente. Si lancia un’occhiata dietro le spalle prima di aggiungere, abbassando la voce: «Poi, se le cose dovessero mettersi male, meglio non avere con noi qualcuno che non si sa in che squadra gioca, eh?»
«Cosa?» Da lontano, una voce distorta da un megafono scandisce le istruzioni alla popolazione che ho già sentito annunciare una mezzora fa. La zona delimitata dal cordone di sicurezza è stata dichiarata in quarantena. Ogni tentativo di lasciarla senza autorizzazione verrà represso con la massima severità.
«Contro Ucci non ho niente. Però…» Inizia a salire le scale e io lo seguo, aspettandomi una battuta da un momento all’altro. I residenti sono invitati a non lasciare le proprie abitazioni al di fuori degli orari designati per la distribuzione di viveri e generi di conforto. «Insomma, i cambiati non rendono nervoso anche te?»
«Ti sembra il momento di scherzare?» Il Municipio non può garantire la sicurezza delle strade all’interno della zona in quarantena. La responsabilità di qualunque incidente…
«Possiamo fingere quanto vogliamo che siano come noi, ma alla fine sono mezzi mostri. Succede di continuo che perdano il controllo e, che ne so, si mangino la famiglia.» Arriviamo a un pianerottolo. Una porta si socchiude, una lama di luce di candela annuncia che qualcuno sta spiando il nostro passaggio. Intravedo un volto pallido e spaurito. «E anche quando restano lucidi… Quanti di loro hanno combattuto insieme a Delfine?» La porta si richiude.
Soffoco la prima risposta che mi sale alle labbra, e anche la seconda. Avrei qualcosa da dire sui cambiati che hanno combattuto nella sommossa, se solo potessi evitare di spiegare come faccio a sapere certe cose. «C’erano anche umani, con lei» mi scappa alla fine. «Pare» aggiungo poi, in fretta.
«Qualche matto non manca mai. Quello che voglio dire è che, se hai sangue di mostro e puoi esplodere da un momento all’altro, hai un obbligo a essere, insomma, più umano degli altri.» Ripeto: ogni tentativo di abbandonare l’area di quarantena sarà considerato un atto terroristico secondo le nuove norme di sicurezza cittadina, e represso«Se no non puoi lamentarti se le persone normali si spaventano e reagiscono.»
«Loro sono persone normali» sbotto. Più saliamo, più il buio sembra assumere una consistenza fisica. È come un’umida, soffocante pellicola che mi aderisce addosso e che devo lacerare a ogni passo. La gelatina di DaVinci si contorce, scoppietta di elettricità statica. Forse avrei dovuto chiedere cosa è, precisamente. «E cosa vuol dire ‘normale’, poi? Hai visto noi due?»
«Tu puoi permetterti di pensarla così e fare filosofia. Io e te sappiamo cose che la gente per strada non sa, possiamo capire, difenderci.» Un altro pianerottolo. Da dietro le porte viene il rumore di qualcuno che si muove e di spioncini che vengono aperti. Nel muro di fronte alle scale si apre una piccola nicchia, su cui le statuine in plastica di un angelo dalle ali spiegate che solleva una spada sopra la testa, di una donna velata che regge una coppa e uno scettro, e di un uomo a quattro braccia con la testa da elefante condividono un’offerta di fiori finti, mozziconi di candela consumati e frutta secca. Quando il fascio di luce sfiora il piatto che la contiene, una creaturina glabra e nuda salta a terra e corre via, stringendo alcuni semi al petto. I suoi urletti spaventati si perdono giù per le scale. «Vedi? Qui quelle bestie non lasciano in pace neanche le offerte agli Dei. E adesso questo.» Un gesto che include le tenebre intorno a noi. «Vai a spiegare a chi vive in queste case che non tutti i cambiati sono mostri, che finché non gli sbranano i figli devono accettarli e dargli il beneficio del dubbio, mentre quelli non fanno nessuno sforzo per dimostrare di meritarsi la nostra fiducia!»
«Ti ricordi che questa merda potrebbe essere opera nostra, sì?» sibilo tra i denti. Meglio che la gente intrappolata qui non senta certe cose. Non so come potrebbe reagire.
«Figurati. Hai visto come sono fatte le maledizioni da multa?» Ancora scale. La massa viscida avvolta attorno alla mano di Linus adesso sembra brillare di una lieve luminescenza fosforescente ogni volta che, pulsando, si gonfia. Ma potrebbe essere un’impressione causata dalla vicinanza alla torcia. «Sono incantesimi da nulla, non potrebbero mai raggiungere dimensioni del genere. Non hanno abbastanza energia, e non sono abbastanza solidi da assorbire e incanalare quella di una fonte esterna.»
«Già. Ma non so se abbiamo a che fare con una maledizione come le altre.» Qualcosa sta cambiando nella qualità dell’oscurità che attraverso. Sembra che opponga resistenza, ogni gradino richiede uno sforzo maggiore del precedente. Mi pare di sentirla scorrere sulla mia pelle, come acqua. No, qualcosa di più denso e viscoso. E dallo stucchevole odore dolciastro. «Questa storia non ha senso. Un incantesimo di deprivazione luminosa non è semplice, non riesco neanche a immaginare come si possa fare. Potresti togliere la vista a qualcuno con molta meno fatica, ottenendo un risultato simile. E quello non è certo qualcosa che si fa a chi non ha pagato la tassa sui rifiuti.»
«Ma il Merlo ha detto che è una maledizione standard.»
«E lui non ci direbbe mai una cazzata, eh?»
Linus preferisce non rispondere. «Anche la tua gelatina sta impazzendo?» mi chiede invece.
«Si è stretta così tanto attorno alla mano che sto perdendo sensibilità alle dita.»
«Meno male, credevo si fosse rotta la mia.» Sale un ultimo gradino e si ferma, con un sospiro. «Ci siamo. Terzo piano.»
Nessun rumore, quassù. Mi accorgo di aver incurvato le spalle, come se il silenzio e le tenebre mi pesassero addosso. Il fascio di luce fa fatica a raggiungere le pareti del pianerottolo. «La torcia che problema ha?»
«Rottame di merda, ho caricato la batteria con la dinamo cinque minuti fa, e adesso…» Mi accodo a Linus mentre avanza tentoni fino a raggiungere un muro, e poi lo segue verso destra.
La porta ci appare davanti all’improvviso, un comune panello smaltato in modo da simulare il legno. Lì accanto, sopra il buco che una volta deve aver ospitato il campanello, un foglietto di carta fissato con abbondante nastro adesivo riporta la parola Porcelli.
«È quello il cognome?»
«Se non hanno fatto casino in archivio» dico, ma so che siamo nel posto giusto. Lo sento, nei tentacoli di buio che si avvinghiano al mio braccio quando lo sollevo, rendendo il movimento assurdamente laborioso, nel pulsare della sostanza avvinghiata tra le mie dita, ormai così veloce da rivaleggiare coi battiti del mio cuore. «Signore?» chiamo, e qualcosa in me mi scongiura di non alzare la voce, di non disturbare le tenebre. «Signor Porcelli, siamo del Municipio. Operatori spiritici.»
Abbasso il braccio. E riesco a bussare una sola volta, prima che la porta si dissolva in polvere al tocco delle mie nocche.

(continua)

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