Fabula VIII

La tv sulla credenza è un vecchio cassone che già negli ‘80 deve aver avuto problemi ad affermare la sua dignità di elettrodomestico. Un’ingombrante scatola di plastica grigia dallo schermo ricurvo venato qua e là da crepe sottili, una fila di pulsanti colorati che un tempo dovevano essere coperti da uno sportello, un piccolo display digitale su cui a volte, quando l’elettricità fa le bizze e il vento porta odore di incenso e incantesimi, lampeggiano numeri e simboli composti da trattini rossi.
«Non posso credere di essere qui.»
Il vero prodigio non è che funzioni ancora nonostante la Frattura, ma che qualcuno non l’abbia buttato via prima.
«Non ci vediamo da… quanti mesi sono? E appena mi cerchi, io corro subito.»
Per non parlare del videoregistratore, che credo sia tenuto insieme solo da nastro adesivo e tanto ottimismo. E che nonostante tutto riesce a riprodurre una videocassetta dei Soliti Sospetti come se fosse il ‘97.
«Davvero, quanto posso essere coglione?»
Quando si dice la magia del cinema…
«Vic, guarda che sono qui. Te ne sei accorta?»
Sbuffando, distolgo l’attenzione dal primo piano di un Benicio del Toro assurdamente giovane e vestito, chissà per quale motivo, proprio come Dylan Dog. «Ah, eri tu a piagnucolare? Credevo ci fosse un neonato da qualche parte.»
Mirko mi lancia un’occhiataccia, ma non riesce a trattenere un ghigno. Ha occhi così chiari da sembrare incolori, che le lenti degli occhiali ingigantiscono al punto da renderli ipnotici. Quando mi chiedo come abbia mai fatto a trovarlo attraente, così minuto, con quella faccia rotonda e lentigginosa da bambinone e i capelli rossicci sempre in disordine, basta un suo sguardo a ricordarmi il motivo.
«È una lista interessante» dice, posando sul tavolo un foglio di carta coperto da file di corsivo scolastico e ordinato. La calligrafia del Catapano. «Dove l’hai presa?»
«Meno ne sai, meglio è.»
«Non ci provare.» La solita smorfia di disapprovazione. «Non puoi chiedermi una mano e poi non darmi niente da scrivere.»
«Non è qualcosa che possa interessante al tuo giornale. E non sospirare, sono serissima. Quella storia non passerebbe mai la censura.»
«Esistono modi per dare notizie scomode senza far incazzare il Tribuno. È tutta una questione di tono, di dettagli, di…»
«Ma ci credi davvero a certe stronzate?» Sullo schermo Gabriel Byrne si prende un cazzotto in faccia. Rifletto sull’opportunità di alzarmi dalla sedia per mettere in pausa il videoregistratore. Che invenzione che erano, i telecomandi. «“Il Municipale” non è un giornale indipendente e tu non hai né le palle, né il physique du rôle dell’eroe della libera informazione. Che ha preso a voi uomini, che non volete affrontare la realtà?»
«Voi?»
«Anche il mio nuovo collega ha problemi ad ammettere che adesso lavora per la maligna, ottusa, disumana autorità.» Gli indico la tv. «È uno sbirro che si sente Keyser Söze.»
«E a te sta bene essere… chi è quello che fa l’agente, Joe Pesci?»
«Chazz Palminteri. E mi sta benissimo, purché il mio finale sia diverso. Per questo ho bisogno del tuo aiuto.»
«Credevo avessi reclutato apposta il tuo moretto.»
«Non fare lo stronzo. E nemmeno il geloso, non freghi nessuno.» In realtà credo lo sia, almeno un po’. Ricordo un paio di momenti, quando stavamo insieme, incerti tentativi di parlare dei suoi sentimenti finiti in litigate feroci. «Sami è utile e sa come comportarsi, con certe creature e in certi ambienti. Ma hai visto quella lista.»
Mirko annuisce. «Indirizzi nella Fascia Desolata, nomi di contrabbandieri di incantesimi che nessuno sa se esistano davvero…»
«Con dissidenti e criminali da strada sappiamo come muoverci, ma con questi non so da dove cominciare.»
«Perché non dal tuo ufficio? Di sicuro lì ne sanno più di me.»
Mi mordo le labbra. Sapevo che prima o poi avrebbe toccato l’argomento. «Sto mantenendo una certa autonomia, in questa indagine.»
«Che tradotto significa? Stai mica dando la caccia a Delfine senza autorizzazione?»
«Come se fosse possibile nascondere qualcosa alla Sibilla.» Scuoto la testa. «Ma io e lei abbiamo avuto qualche… divergenza sui metodi. Se quella lista può mettermi sulle tracce della drakaina, preferirei avere un po’ di tempo e spazio per muovermi liberamente, prima di ritrovarmi tra i piedi metà dei colleghi.»
Lui mi fissa con l’aria insopportabile di quando crede di saperla più lunga di me. «Riguarda Irene.»
«Anche Fra. E chissà quante altre persone che quel mostro trattiene contro la loro volontà. Come fa Deifobe a non capire la differenza tra complici e ostaggi?»
«Beh, da quello che ho capito molti di quegli ‘ostaggi’ lavorano per…»
«No, non discuteremo di questo. Poi finisce che ti faccio male.»
Mirko abbassa il dito che aveva sollevato e chiude la bocca. Faccio in tempo a godermi Kevin Spacey che passa sullo schermo zoppicando magistralmente, prima che ricominci a parlare.
«Se continui da sola finirai per fare qualcosa di stupido. Lo sai.»
Fanculo, non avrei mai dovuto raccontargli di come sono finita in coppia con Irene. «Non sono sola.»
«Porterai il moretto all’inferno con te?»
«Ne ha già passate parecchie. Tutti ne abbiamo passate parecchie.»
Su questo non trova nulla da ridire, una volta tanto. Torna a concentrarsi sulla lettura, e io sulle immagini mute e sgranate alla tv, sbiadite nella luce incerta del mattino. Il rumore della città che si sveglia ci mette tempo per arrampicarsi quassù ai Tre Cavalli, tra i palazzotti residenziali e i condomini ben sorvegliati pieni di funzionari, piccoli dirigenti e altra gente quasi ricca e a malapena potente. Ogni tanto posso sentire un lieve raschiare di pietra su pietra, i due grifoni del piccolo, antico bassorilievo montato sul mio balcone che spostano la testa o sollevano laboriosamente una zampa. Il Tribuno sa come prendersi cura dei suoi.
Mirko alla fine rompe il silenzio. «Questi» dice, puntando un dito sul foglio. «Le ali
«Non so a chi si riferisca.»
«Io forse sì. Sto seguendo una storia su dei nuovi arrivati.»
«Arrivati?»
«Dall’esterno. Oltre la città.»
«Ma figurati. Nessuno è mai ‘arrivato’ qui, non funziona così. Quando la città cresce…»
«…nuove strade e costruzioni compaiono dove prima non c’erano, e a volte portano cose o persone con loro. Conosco la versione del dépliant dell’Ufficio Orientamento. Ma che vuol dire? Ci deve essere altro, là fuori, al di là delle zone agricole e industriali.» Non è passione, quella nella sua voce. È fame. «Altri umani, altre creature. Altre città!» Fame di luoghi, esperienze, storie diverse. Se indossassi le mie lenti, in questo momento vedrei la sua aura come un’esplosione di rosa orlato di rosso, che quasi nasconderebbe il nucleo di noioso, uniforme grigio al suo centro. Strano come per qualcuno persino l’apocalisse possa trasformarsi in routine. «Non abbiamo più i mezzi per contattarle, ma non possono essere scomparse tutte.»
«Anche se avessi ragione, viaggiare là fuori, nella terra di nessuno? Ti ricordi com’era…» Allargo le braccia in un gesto che vuole includere l’appartamento, le strade, il Rione, «prima di tutto questo?»
Abbassa lo sguardo. Non vuole ricordarlo, e non so dargli torto. «Beh, loro ce l’hanno fatta» insiste. «Già solo per questo meriterebbero di essere tenuti in considerazione.»
«Ma loro chi? Cosa sarebbero queste ali
«Forse è la parte migliore della storia.» Si concede una pausa drammatica e un sorriso compiaciuto, prima di sussurrare, come se stesse rivelando un segreto: «Uomini alati, dicono. Un’intera banda.»
«Intendi…» La voce del Cantore è ancora troppo fresca nelle mie orecchie. Dev’essere per questo che mi viene spontaneo fare una domanda così stupida da pentirmene subito. «Angeli?»
«E chi lo sa!» La fame, nei suoi movimenti eccitati, nei suoi occhi lucidi. La stessa che ha avuto di me, per un po’. «È un paio di settimane che sto provando a rintracciarli, credo di essere a buon punto.»
«Sembra pericoloso…»
«No, scordatelo. Non brucerò ogni contatto buono che mi rimane portandomi dietro una Furia. Ed è inutile che sbuffi, se non ti piace quel nome dovreste decidervi a darvene uno da sole.»
«Dico sul serio, idiota.»
«Starò attento. E se le ali sono davvero loro, te lo farò sapere. Potrei persino presentartele.» Mi strizza un occhio mentre tira indietro la sedia e si alza. Resto a osservare la pancetta che gli sbuca da sopra i boxer, la spruzzata di peli pallidi sul suo petto nudo. «E se riuscissi a ricordare dove ho buttato i pantaloni, ieri notte…»
Davvero, a volte penso che se non fosse per gli occhi… Scuoto la testa e torno a guardare la tv. «Che generoso! Solo perché per una volta siamo di nuovo finiti a letto?»
«Ehi, per chi mi hai preso?» La sua voce mi arriva dalla stanza accanto. Intanto Gabriel Byrne sta sfondando il finestrino di un’auto con uno svita bulloni, per poi puntare la pistola in faccia all’uomo nella macchina. «È che in fondo sono un imbecille romantico. Faccio sempre il tifo per i buoni.» Il suo volto che spunta dietro l’arma, fuori fuoco in primo piano, la maschera nera sugli occhi, il fazzoletto rosso intorno al collo. Un’inquadratura perfetta, emozionante. «Anche quando è difficile distinguerli dai cattivi.»

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