Fabula VI

Ho frequentato fattucchieri, spettri e satiri. Ho fatto affari con i più bizzarri dei folletti. Ho affrontato una sirena e mercanteggiato con un dio. Lavoro per le Furie. Ormai sono pronto ad affrontare qualunque cosa questa città possa mettere sulla mia strada.
Questo è quello che pensavo fino a dieci minuti fa.
«Mi ha offeso.» I dieci minuti passati da quando Cristoforo mi ha dato dei ragguagli confusi, infilato una cartellina tra le mani e spinto in questa stanza. Con lui. «Mi ha chiamato con quel nome.»
Ogni volta che la creatura parla mi sembra di sentire il rombo di un tuono in lontananza, e la sedia sotto di me ha un tremito. Aggrotta le sopracciglia, due cespugli bianchi che non riescono a nascondere il verde profondo di occhi larghi all’incirca quanto una tazzina da caffè.
Annuisco con serietà. Quello rannicchiato a fatica sul divano, con le ginocchia incastrate sotto il mento, è un essere il cui nome non va mai pronunciato. E nemmeno pensato, se possibile. Non una cosa semplicissima, quando lo si ha davanti agli occhi.
«È difficile per un essere umano conoscere tutte le regole. Sono certo che non volesse offenderti.» Parlo in tono conciliante, cauto, mentre abbasso lo sguardo sul fascicolo che tengo in grembo e scorro ancora una volta le foto del luogo dell’incidente, alla ricerca di qualche dettaglio sfuggitomi finora.
Un locale abbandonato, forse un ristorante, a giudicare dai tavoli ammassati contro le pareti. Un doppio circolo di contenimento e uno di protezione, distanti circa tre metri, tracciati con vernice rossa e nera da una mano che non ha esitato ad arricchirne i bordi di tortuosi, labirintici dettagli. Piastrelle del pavimento infrante, un catino di metallo rovesciato, frammenti di una lama frantumata come vetro, pareti annerite in più punti. Nessuna traccia di esseri umani, neanche qualche resto o una macchia di sangue.
«Non sono regole, è rispetto. Non merito rispetto, io?» Sento la sua voce vibrarmi dentro le ossa. Ha mani enormi. Credo che il mio cranio starebbe comodamente dentro un suo palmo, nella stretta di quelle dita nodose come tronchi.
«Senza dubbio. Ma la convivenza di così tante creature diverse nello stesso luogo richiede anche flessibilità, spirito di adattamento…»
Mi fissa con la fronte aggrottata, come se stesse sforzandosi di comprendere parole in una lingua sconosciuta. «Sono nei guai col Tribuno?» chiede, interrompendomi.
C’è forse della preoccupazione nel suo tono? «No, se mi racconti cosa è successo all’uomo che era con te. Vogliamo solo riportarlo indietro.» Esito. «È possibile, vero? Non è morto…»
Il gigante distoglie lo sguardo. «Non chiedo tanto. Solo di non essere chiamato con quel nome.»
«Ascolta.» Mi ci vuole un bel po’ di coraggio per chinarmi verso di lui e abbassare la voce. Lancio un’occhiata alla porta chiusa, dietro la quale qualcuno sta certamente origliando. «Io voglio aiutarti. La persona che era con te, per la gente di qui deve essere importante. Se non parli con me, se non mi dai qualcosa da raccontargli, non so cosa potrebbero farti le Furie.»
«Tu sei una Furia!» I suoi sussurri vengono ripetuti dallo sbattere dei vetri delle finestre e da quello dei miei denti.
«Non lo sono, io…» Scuoto la testa. Non è il momento di soffermarmi sulla definizione di mediatore culturale. «Non è necessario che questa storia finisca male per qualcuno.»
«È solo un umano, non è come l’altra volta. Perché mi hanno portato qui?» Il chiarore di un fulmine, un tuono che sembra scoppiare proprio sopra di noi sottolineano la rabbia nelle sue parole. «Non capisco…»
«Eh?» Tra i documenti che mi hanno dato non c’è nulla riguardante altri casi, ma li scartabello lo stesso, tanto per fare qualcosa che nasconda la mia confusione. «Cosa è successo l’altra volta?» Devo calmarmi, ricordare che è come coi fantasmi della Scuola Liberata. Se lo spingo a parlare di sé, prima o poi mi dirà qualcosa di utile. Ammesso che non si stanchi e decida di uccidermi prima di arrivarci.
«Mi avete tolto il bastone! Io volevo solo farmi un giardino e voi mi avete tolto il bastone.» È ferito, infuriato. «Sui miei monti avevo un giardino. In questo posto non c’è neanche un pezzetto di montagna dove vivere, ma almeno le mie piante ci possono crescere.»
«Ti mancano le tue piante?» azzardo, per mantenere viva la conversazione.
«Mi manca il mio regno. Questa città è una trappola. Volete costringerci a vivere come umani. Ti sembro un umano, io?» Il divano cigola sotto il suo peso mentre cerca una posizione più comoda. Per un attimo temo si voglia alzare in piedi, ma mi rendo subito conto che non può. Il soffitto è troppo basso. Avrei davvero voluto vedere come ha fatto a entrare nella stanza.
«Tutti abbiamo dovuto cambiare per adattarci a questa nuova situazione. Stiamo ancora cambiando.»
«Per i mortali è diverso. Siete stati creati mutevoli, passeggeri.» Mi fissa in silenzio per alcuni secondi, abbastanza da mettermi ancora più a disagio. «Ho perso il conto delle volte che sei cambiato da quando ti sei seduto lì. La pelle che si squama e viene sostituita, i capelli che crescono e cadono, la vita che scompare dai tuoi occhi ogni istante che passa… è così fastidioso. Come si fa a non essere confusi da voi?»
«L’umano con cui eri nel ristorante ti ha confuso?»
«No, lui mi ha fatto arrabbiare. Nessun rispetto… Le piante aiutano, con la confusione. Aggiustano gli umani. Non proprio del tutto, ma abbastanza. Avessi il mio bastone, potrei aggiustare anche te.» Apre le spesse labbra scoprendo enormi denti quadrati da ruminante, un sorriso che credo vorrebbe essere gentile ma mi dà la stessa sensazione di qualcosa con troppe zampe che mi sfiori la pelle.
«E cosa succede a chi ti fa arrabbiare?»
Distoglie lo sguardo. «È solo un umano. Non dovrei essere qui…»
La porta si apre, Cristoforo si affaccia nella stanza. «Sami, puoi venire un momento? »
Scatto in piedi, la cartellina stretta al petto. «Certo. Torno subito» mormoro alla creatura, che annuisce e sprofonda nel divano, accompagnata dal crack di qualcosa che si rompe.
Cristoforo chiude la porta e mi fa strada lungo il corridoio. «Allora?» La voce, impaziente, proviene da qualche parte al di sotto della sua camicia bianca perfettamente inamidata. Dalla bocca semiaperta sul suo lungo muso, invece, fuoriescono solo respiri affannati.
«Allora cosa? Abbiamo appena cominciato, devi darmi tempo.»
Scuote la testa, facendo ondeggiare le lunghe orecchie pendule. «Se lo scomparso è ancora vivo, il tempo è un lusso che non possiamo permetterci.» I suoi occhi rotondi, ambrati, fissano i miei da sotto le palpebre pesanti. «Puoi davvero convincerlo a dirci qualcosa, e in fretta? Altrimenti…»
Altrimenti dovremo passare ai nostri soliti metodi. «Non lo so» ammetto a malincuore. Non voglio pensare a cosa potrebbero fargli. «Non è restio a parlare, ma tende a divagare. Ed è ossessionato da non so quale bastone…»
«No!» Cristoforo accompagna la parola con un profondo ringhio. Vorrei essere in grado di non fissarlo a occhi sgranati quando fa cose del genere, ma non ci riesco. È come se la mia mente si rifiutasse di credere che quello davanti a me sia davvero un cinocefalo. «So a cosa stai pensando. Niente accordi. Non baratteremo il bastone con lo scomparso.»
«È la strada più rapida.» Un corpo umano, alto, forte, robusto. E, lì dove dovrebbe esserci il volto, il muso di un cane da caccia. «Ed è solo un bastone.» Stampa, colleghi e dissidenti lo chiamano spesso “il segugio della Sibilla”. Non avrei mai immaginato che fosse una definizione letterale.
«Solo un par di palle. Tu non l’hai visto il suo giardino.» La testa canina uggiola. «Sai cosa succede quando fondi un essere umano con una rapa? Io sì.»
«Rapa? Sul serio?» Impossibile leggere l’espressione negli occhi acquosi del segugio. «Va bene, niente bastone, ma almeno dammi qualche informazione in più.» Prendo una foto dalla cartellina. «Qui si vede chiaramente che era stato preparato un qualche incantesimo. Chi è che è sparito? Cosa stava facendo?»
Invece di rispondermi Cristoforo solleva il muso e annusa l’aria. Poi si lascia andare contro il muro, incrociando le braccia sul petto. «Niente da fare, tempo scaduto.»
Prima che possa chiedergli cosa voglia dire, due persone imboccano il corridoio. «Signori…» comincia con voce decisa un uomo alto e magro avvolto in un soprabito grigio, dalla pelle più scura della mia ma con occhi sorprendentemente azzurri.
«…animali domestici…» continua stridula la donna accanto a lui. Giovane, con lunghi capelli rossastri raccolti in due code lungo i lati del volto pallido e lentigginoso, occhiali da sole rotondi con lenti verdi e una pelosa pelliccia bianca su un corto abito estivo.
«…grazie dell’impegno, ma da adesso ce ne occupiamo noi.» L’uomo mi sfila il fascicolo mentre mi passa davanti. La sua mano sinistra, come quella della sua compagna, è coperta da un guanto di maglia di ferro.
Faccio per dire qualcosa, ma Cristoforo mi afferra una spalla e scuote la testa. Con un sospiro resto a guardare mentre entrano nella stanza in cui ho lasciato il gigante.
«E questo che cazzo vuol dire?» chiedo poi.
«Che questa storia non ci riguarda più. Andiamo.»
«Chi sono quei due? Non li ho mai visti.»
«Ecco, fai conto che sia ancora così.»
«Ma questo caso…»
Mi pianta il muso in faccia, con le zanne in bella vista. Sento il suo respiro umido e pesante sulla pelle. «Non c’è più nessun caso. Se vuoi avere un futuro tra le Furie, impara a capire quando lasciar perdere.»
«Cosa gli faranno?» Non sono mai stato bravo a lasciar perdere. «Cosa sono, la divisione torture del Tribuno? Sono ‘ste stronzate che impediscono a questo dipartimento di funzionare, di aiutare davvero la città! Vittoria mi ha voluto proprio perché certe cose non fossero più…»
«Vittoria ti ha voluto perché i tuoi contatti possono aiutarla a trovare Irene.» Mi sbatte contro il muro con una spinta. «Lei è l’unica di cui le importi, il resto sono balle per tenerti buono. Sei come me, un cane che segue una pista. E nelle cacce quello che conta è catturare la preda. I cani sono sacrificabili.» Si volta e si allontana, senza lasciarmi il tempo di replicare. «Fatti furbo. Ci vediamo in ufficio.»
Resto a fissarlo, un’assurdità biologica che ancora non riesco ad accettare, senza trovare qualcosa da rispondergli. Scompare dietro un angolo, ma prima di scostarmi dal muro aspetto ancora un po’, per essere sicuro che non decida di tornare indietro.
La foto che mi è rimasta in mano quando lo sconosciuto ha preso il fascicolo si è un po’ sgualcita, a tenerla piegata nel palmo, ma stendendola come si deve l’immagine è ancora abbastanza nitida.
«Mai stato bravo a lasciar perdere» ripeto, infilandola nel portafoglio mentre mi avvio verso le scale.
E allungo il passo senza voltarmi quando, alle mie spalle, un disperato urlo di dolore fa tremare le pareti.

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