Fabula V (seconda parte)

(continua da qui)

Ci metto qualche secondo a capire davvero ciò che ha detto. «Impazzire?»
«Un incidente o due. Niente di cui ti debba preoccupare, vero, piccola mia?» Il Focolare mi sfiora il volto con una mano, e una sensazione di caldo, familiare benessere inizia a diffondersi attraverso il mio corpo, irradiandosi dalla pelle bollente della mia guancia. «Non c’è niente di male, capitano in tutti i lavori.»
Mi ritrovo ad annuire, e anche Lidia, che era diventata così irrequieta da farmi temere per un attimo che si sarebbe materializzata contro la mia volontà, si calma un po’. «Tutti, certo» mormoro, senza pensarci.
«E rispetto a quegli altri lavori, noi offriamo di più.» Il braccio della creatura mi passa dietro la schiena, e con una delicata spinta mi scosta dall’uscio. Si dirige verso una delle scalinate che portano al piano superiore e io le cammino accanto, inglobata in quel movimento come fossi una sua appendice. Non potrei cambiare direzione neanche se lo volessi. E non voglio allontanarmi da quel tepore. «L’Ardente è generoso e accogliente. Qui non siamo come alla Tenebrosa.»
«La Tenebrosa…» Nonostante il caldo quel nome mi fa rabbrividire. I lunghi corridoi sotterranei che si incrociano di continuo, gli occhi dei grandi cani neri che splendono nel buio alla luce delle torce, i sussurri delle erme tricipiti che sembrano scambiarsi segreti appena te le lasci alle spalle. «Anche lei sa essere generosa. Senza la sua autorizzazione le congreghe indipendenti…»
«Dovrebbero esistere comunque» sentenzia Focolare, guidandomi su per i gradini. Non li sale come faccio io, è come se le appendici su cui si mantiene in equilibrio, che non so se chiamare gambe, vi scorressero sopra. «Non c’è nessun motivo per cui un singolo santuario debba avere così tanto potere. O hanno convinto anche te che le streghe le appartengono, bambina?»
In cima alle scale c’è una balconata che corre lungo l’atrio, punteggiata da porte chiuse. Davanti ad alcune sono sedute delle ragazze… no, dei fantocci. Bambole grandi quanto me, con lunghi capelli di stoffa intrecciati in elaborate acconciature, inespressivi e levigati volti infantili, occhi spalancati che brillano come biglie di vetro quando colgono qualche riflesso, candele spente infilate sulle punte dei cerchi di metallo che cingono le loro fronti. Cerco di combattere l’impressione che, mentre passiamo, voltino la testa per guardarci, giusto un po’.
«Non appartenere, no» rispondo. Sotto la coperta di confortante tepore che mi avvolge mi sembra di avvertire la puntura di un vago senso di disagio. Oltre che blasfemi, questi discorsi sono pericolosi, soprattutto in un santuario. Basta un passo falso per cadere nella dissidenza. «Ma serve un ordine in tutto. La stregoneria può essere rischiosa. Qualcuno deve regolarla, sorvegliarne i praticanti.» Risposte standard studiate con cura nei corsi di abilitazione, riportate come se ci credessi. Calati perfettamente nella parte e sarai al sicuro, Liana. «E la Tenebrosa ha diritti di tradizione e consuetudine da avanzare su…»
«Sciocchezze!» Focolare sbuffa una nuvoletta di fuliggine. «E noi, allora? Le vostre feste non sono sempre state scandite dai cicli delle stagioni, dalla quantità delle ore di luce, dall’alternarsi del caldo e del freddo?» Cerco di richiamare alla mente le spiegazioni di Viola e i ricordi di Lidia sui festival agricoli e le feste tradizionali che regolavano i riti delle congreghe prima della Frattura, quando il mondo funzionava in maniera diversa. «Le streghe forse si nascondevano nel buio, ma non gli sono mai appartenute» continua la creatura, e le braci dei suoi occhi paiono ravvivarsi per la passione nelle sue parole.
«Le congreghe sanno quanto rispetto devono a tutti i santuari» azzardo con prudenza. Dice sul serio, o mi sta mettendo alla prova? Sono sue idee, o la posizione ufficiale del santuario?
O sta addirittura esprimendo l’opinione dell’Ardente? Scuoto la testa per scacciare quel pensiero. Gli dei non fanno politica. Sarebbe assurdo.
«Quelle indipendenti sì, mia cara.» Il suo tono torna gentile e affettuoso. «Per questo possiamo fidarci solo di streghe come te. Vedi, anche nella questione per cui abbiamo bisogno del tuo aiuto ci sono state delle… controversie con la Tenebrosa.» Imbocchiamo una nuova scala, e dopo un paio di gradini la temperatura sembra abbassarsi di colpo. «C’è chi sostiene che sia quello il santuario giusto in cui occuparsi di lei. Stupidaggini, ovviamente.»
«Lei?»
«È venuto da noi quando le cose hanno iniziato ad andare male, come era inevitabile. Lui e l’Ardente sono stati fratelli, amanti, genitore e figlio molte più volte di quante la sua forma si sia fusa con quella della Tenebrosa.»
«Ma non era una…» Sono costretta a interrompere la frase, invasa dall’ondata di una strana sensazione che mescola eccitazione e sospetto. Le parole di Focolare hanno risvegliato l’interesse di Lidia. Credo abbia capito qualcosa che a me sfugge.
In cima alla scalinata la luce che riempie ogni angolo del teatro sembra affievolirsi. Qui il corridoio è più stretto e basso di quello del piano di sotto, e le porte sono un po’ più frequenti. Alcune sono socchiuse, ma nelle stanze riesco a scorgere soltanto bracieri accesi. Ero certa che dessero nei palchi affacciati sulla sala centrale, quella dove dovrebbe esserci il palcoscenico, ma finora non sono riuscita a vedere nulla del genere.
«Visto però che non tutti la pensano come noi» continua la mia guida, mimando un sospiro sconsolato «questo santuario non può occuparsi direttamente di lei finché non verrà presa una decisione definitiva su dove debba stare . Per questo ci serve un esterno.»
«Occuparsi in senso medico?» Delusione e sollievo. Fatico a distinguere quale dei due mi appartenga e quale mi arrivi da Lidia «Credo ci sia un errore, allora. Non faccio stregoneria terapeutica. Ma ci sono altre sorelle nella congrega che…»
Focolare scuote la testa. «Che ingenua che sei, piccola mia. Quel tipo di cure in questo caso non servirebbero. No, occuparsi nel senso di assistere, ascoltare, occasionalmente celebrare. Contenere, se ce ne fosse bisogno. Nelle condizioni in cui sono non dovrebbe essere troppo complicato. Le Faci dicono che sei piuttosto potente.» Mi chiedo cosa, nella mia imbarazzante sconfitta, possa aver dato quell’impressione. «E deve farlo una di voi, è inevitabile. Loro hanno sempre avuto un legame speciale con le streghe.»
All’imbocco di una terza scala ogni traccia dei colori caldi che dominano ai piani inferiori scompare. Drappeggi, sgabelli, tappeti, passamanerie, il rosso, l’oro e il marrone si arrestano ai piedi di questi spogli gradini di pietra grigia, dello stesso colore delle pareti. Neanche la vicinanza di Focolare riesce più a scaldarmi, ora.
«Quindi sono più di uno» provo a indagare. Quel saltare dal maschile al femminile al plurale mi sta confondendo.
«È uno. Una. Sono tre. E nessuno, a volte.» La risposta non aiuta a chiarirmi le idee quanto mi sarei aspettata. «Devo avvisarti, tesoro, se accetti il lavoro non potrai dire nulla di quello che succede quando sei tra queste mura. Faremo in modo che tenere chiusa questa boccuccia ti venga facile e naturale…» Mi sfiora le labbra con un dito. È come se mi fossi avvicinata troppo a una fiamma, fermandomi appena prima che il calore diventasse doloroso. «…ma non si tratta comunque di una cosa semplice. Lei può essere molto affettuosa ma anche molto intensa e cupa. Sentirai il bisogno di sfogarti, ma non potrai. Con nessuno che non sia parte di te, perlomeno.» I suoi occhi corrono allo specchio di ossidiana sulla mia mano. «Sei ancora in tempo per tirarti indietro.» Le scale terminano in un piccolo pianerottolo su cui si apre una sola porta. «Ti riaccompagnerò all’ingresso, ti saluterò, e appena sarai di nuovo nella piazza avrai già dimenticato che tutto questo sia mai accaduto.» È fatta di legno pallido, decorata con pannelli d’argento. «E io sarò triste, mia cara bambina, perché non ci rivedremo più.» Il metallo è opaco, annerito in più punti, ma con un po’ di sforzo riesco a distinguervi delle incisioni. Un’ascia bipenne. Corna di toro. «Ma penso che resterai. Nessun altro può offrire ciò che offriamo noi.» Gufi. Falci intrecciate. Un triangolo sormontato da un cerchio. «Né come ricompensa, né come esperienza.»
La mia mano si posa sulla maniglia della porta. Sono io che l’ho messa lì? Dei proteggetemi, cosa mi sta succedendo?
«Basta prendertela con la ragazzina.» La voce di Lidia è aspra, tagliente. Mi passa un braccio attorno alle spalle e mi tira a sé. Un gesto protettivo. «È la mia umana. Ci gioco io.» O possessivo, a pensarci bene.
«E tu da dove spunti? Non ti ho chiamata!» le sussurro in un orecchio.
«Stavi annaspando e sono venuta a salvarti. Ti avevo detto di mettere la parrucca, senza non ti prendono sul serio.»
«Me la stavo cavando benissimo, mi sembra» sbotto, liberandomi dalla sua stretta. «Non hai il diritto di  materializzarti quando e dove vuoi!
«Guarda che se tu non avessi pensato di aver bisogno di aiuto non sarei mai riuscita ad apparire»  mormora Lidia a denti stretti.
Decido di ignorarla. «Mi spiace tantissimo Focolare, lei è…»
«Non c’è bisogno di presentazioni, tesoro» replica la creatura con dolcezza. «È parte di te, quindi è come se la conoscessi già.»
«Beh, non è del tutto esatto, siamo più un…» Mi interrompo all’occhiataccia di Lidia. Giusto, non è il momento per certe spiegazioni.
«Mi sono fatta un’idea su ciò che sta succedendo qui» comincia il daimon, incrociando le braccia. «Ma io e la mortale non prenderemo una decisione finché non avrai parlato chiaro. Chi c’è dietro quella porta? A cosa vi serviamo?»
«Oh, credevo ormai fosse chiaro! Non volevo confondervi, a volte è difficile ricordarsi il modo in cui funzionano gli umani. Mi spiace tanto.» Focolare si avvicina alla porta, e i suoi occhi si posano sul pannello centrale. Il riflesso delle braci danza sull’immagine, impressa nell’argento, di due falci che affiancano un disco. Lo stesso simbolo tatuato sulla mia pelle. «Qui dentro c’è la Luna» dice, come se stesse constatando qualcosa di ovvio. «E sta morendo.»

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