Intermezzo – Le Dodici Notti

Sa quando dormi,
sa quando sei sveglio,
sa se sei stato buono o cattivo…
Tribuno, fottuto guardone di merda!

Le parole, in un festivo rosso e verde, mi fissano dal piano del tavolo davanti a me. Il ragazzo che mi è seduto di fronte, invece, osserva tutto tranne la mia faccia.
Non che ci sia molto altro da vedere, nella sala degli interrogatori. Le incrostazioni di ghiaccio sui vetri della finestra. Le fiammelle delle candele che riempiono la stanza, perché neanche nella sede dell’EXO si può stare tranquilli al buio, nel periodo del Solstizio. Il bonsai decorato con minuscole palline colorate che qualcuno con troppo tempo libero ha piazzato sul davanzale.
«Tre anni.» Affondo una mano nel cestino che ho in grembo, prendendo una manciata di mandorle ricoperte di cioccolato amaro. Me ne infilo un paio in bocca, parlando mentre mastico. «Tre anni che ti diamo la caccia, e tu ti fai beccare da una guardia di sicurezza mentre infili propaganda dei seguaci dei 47 in una cassetta delle lettere.» Scuoto la testa. «Non sono arrabbiato. Solo deluso.»

«Non capisco.» Il ragazzo è pallido, e tanto magro che le manette sembrano larghe intorno ai suoi polsi. Alto quasi quanto Folco, capelli unti appiccicati al volto nascosto da larghi occhiali. Un brutto maglione decorato con una renna, che forse vuole essere ironico. Molto più giovane di quanto avevo immaginato.
«Non capisci come hai fatto a farti arrestare in modo così idiota? Neanch’io.»
«Non capisco… di cosa stia parlando, signore.»
La voce è un sussurro, a malapena udibile sopra il rumore dei miei denti. «Signore? Naa, non c’è bisogno di essere così educato. Sai chi sono, no?»
Annuisce. «Il signor Davelli.»
Quanto tempo era che nessuno metteva un “signore” prima del mio cognome? «Chiamami Sergio. Sbirro in servizio durante i Saturnalia, per colpa tua.»
«Mi spiace…»
«Non che avessi molto altro da fare, intendiamoci. Ma c’è una famiglia di origine tedesca che mi deve un favore, e ho uno stollen che mi aspetta a casa. Niente contro queste» gli mostro una mandorla, sollevandola tra pollice e indice «ma non reggono il confronto con burro, uova, zucchero e uvetta.»
«Ho solo distribuito dei volantini. So che è vietato, ma…»
«Lascia perdere i volantini. Anche se, davvero, non dovreste provocare così il Tribuno. State tirando troppo la corda.» Poso il cestino sul tavolo e incrocio le braccia sul petto, prendendomi il tempo di studiare lo sguardo e il tono della voce da usare. Un po’ più duri, ma non troppo. Abbiamo appena cominciato. «Il problema è che tu sei il killer delle Dodici Notti.»
Resta immobile, ma pare ci stia pensando su. «Chi?» chiede, alla fine.
«Non ne hai mai sentito parlare? Dovresti leggerlo un giornale, ogni tanto, lo dico per te. Ti spiego, funziona così: qualcuno entra in una casa, di notte. La sceglie a caso, non importa se ci abita una famiglia, o una coppia, o se c’è in corso una festa. Non importa neanche che non dovrebbe essere possibile entrarci, perché questo qualcuno supera porte e finestre chiuse lasciandole intatte, anche quando le protezioni magiche sono in ordine e attive, e poi va via senza lasciare tracce dietro di sé. Solo cadaveri.» Fatti a pezzi, tagliati di netto in due o tre, in un modo che ha dell’incredibile. E nonostante questo c’era voluto del tempo, prima che la polizia si decidesse a passare il caso all’EXO. «Questa cosa si ripete per dodici notti di fila, subito dopo quello che prima della Frattura sarebbe stato il giorno di Natale. E poi più nulla, fino agli stessi giorni dell’anno successivo.» E solo il secondo anno l’agenzia aveva preso la faccenda sul serio.
«Oh, è orribile» mormora lui, senza scomporsi.
«E stanotte sarebbe ricominciata. È una fortuna che la mia squadra si stia occupando delle indagini sui seguaci dei 47, altrimenti non avrebbero chiamato me, quando ti hanno preso.» Non so come si chiami. Non ha dato un nome, e non ha nessun documento addosso. C’è voluta la divinazione per scoprire dove abita. «Abbiamo perquisito casa tua. Fa veramente schifo, devo dirtelo. Ma non abbiamo trovato neanche un indizio sulla tua identità. Sono uno che riconosce un buon lavoro quando lo vede, voi dissidenti siete diventati bravini. Sai cosa abbiamo trovato, invece?»
Finalmente solleva gli occhi. Castani, acquosi, un po’ sporgenti. Troppo grandi, ma forse è per colpa degli occhiali. Scuote la testa.
«Una collezione, in una scatola in fondo a un armadio. Trentasei piccole decorazioni per il Solstizio, tante quante le case visitate dal killer, diverse l’una dall’altra. Candele scolpite, folletti di legno vestiti di rosso e bianco, palline per l’albero decorate con pentacoli… Alcune danneggiate, o con strane macchie scure. Ora, magari è una coincidenza e tu hai solo gusti di merda, o amici che ti fanno regali per i quali io gli avrei già sparato. Ma ho un socio che è pronto a giurare che siano invece i ricordini che l’assassino ha preso dalle abitazioni delle sue vittime, e tendo a fidarmi del suo giudizio.» Mi sporgo verso di lui, pianto i gomiti sul tavolo e gli rivolgo un sorriso che non ha nulla di caloroso. «Dici che si sbaglia?»
Si stringe nelle spalle, e abbassa il volto. Sbuffo e mi alzo in piedi. «Se hai intenzione di tirarla per le lunghe, mi servirà del vin brulé» dico, avviandomi verso la porta. «Ma stai rendendo questa chiacchierata spiacevole per tutti, soprattutto per te. Là fuori ho colleghi che hanno famiglie da cui tornare, stasera, e potrebbero decidere di entrare mentre non ci sono e provare metodi sbrigativi per renderti più comunicativo.»
«Io…» comincia lui. Mi fermo. «Io ho sempre avuto un brutto rapporto col Natale.» Torno a sedermi, con calma. Non credevo che quella minaccia potesse essere così efficace. «Sono nato il 25 dicembre, e può immaginare cosa vuol dire per un bambino. Regali solo una volta l’anno, nessuna giornata speciale soltanto per te….»
«Oh, come dev’essere stata dura! Mi stai spezzando il cuore.»
Ignora il mio tentativo di sarcasmo. «Ho finito per odiarle, le feste. Ed è stato ancora peggio quando ho scoperto le storie. Le ho lette tutte, per un certo periodo mi hanno ossessionato. Sa cosa si diceva dei nati il giorno di Natale, in un sacco di luoghi al mondo? Che sono maledetti, per l’affronto di essere nati lo stesso giorno di Nostro Signore. Non trova anche lei che sia ingiusto? Una maledizione per una cosa del genere, senza neanche averne alcuna responsabilità.»
«Mi sto commuovendo. Continua così e potrei darti una delle mie mandorle.»
«Beh, per me è molto, molto ingiusto. Insomma, diventare un vampiro o un lupo mannaro solo per essere nati il giorno sbagliato! Ma quelli che se la passavano peggio di tutti erano i kallikantzaroi.» L’argomento sembra renderlo più spigliato e vivace. Adesso mi fissa negli occhi. «È una leggenda greca. La conosce? Chi nasceva a Natale era destinato a trasformarsi in uno di questi demonietti animaleschi che, poverini, passavano tutto l’anno all’inferno, a cercare di segare il tronco dell’Albero della Vita, per far finire il mondo e liberarsi così dalla loro prigionia.»
«Passatempo davvero carino.»
«Solo che, nel periodo tra Natale e l’Epifania, le cosiddette Dodici Notti, le porte dell’inferno si aprivano, e loro potevano per qualche tempo tornare tra gli uomini. Allora si scatenavano, infilandosi invisibili nelle case attraverso i camini e vendicandosi con furti e scherzi feroci di quegli uomini e quel Dio che li avevano dannati senza colpa. La gente era terrorizzata da loro. Bruciavano ceppi nei focolari per tenerli lontani, spargevano semi sugli usci o appendevano alle porte setacci dai buchi fitti per costringerli a contare per tutta la notte, chiamavano pope per cacciarli con le loro benedizioni. Ma non riuscivano comunque a liberarsene fino a che le porte tra i mondi non si richiudevano, e i kallikantzaroi erano costretti a tornare all’inferno. Una volta lì, però, scoprivano che nel frattempo il tronco dell’Albero della Vita era ricresciuto, annullando tutti gli sforzi fatti durante l’anno per abbatterlo. E loro dovevano ricominciare a tagliare.» Sospira. «Una condanna eterna, infinita. Mi hanno sempre fatto tanta pena. Poi, certo, sono cresciuto. Non sono mai diventato un fan del Natale, ma avevo quasi dimenticato le vecchie storie…»
«Finché non c’è stata la Frattura» suggerisco. «E le vecchie storie non sono più state soltanto storie, vero?»
«Le prime volte che è successo non me ne sono accorto. Mi svegliavo la mattina con un mal di testa cattivo e nessun ricordo della notte precedente. A volte ero sporco di sangue, come gli strani oggetti non miei che trovavo in giro per casa, ma non avevo ferite. Ero preoccupato, ma nessun medico sembrava in grado di capire cosa avessi che non andava. Col tempo, però, i ricordi hanno cominciato a tornare.» Trema, scosso da un brivido. «Ci ho messo molto tempo ad accettare che non si trattava di incubi. Le corse notturne sui tetti della città. La rabbia, così profonda e incontrollabile da essere dolorosa fisicamente. I dettagli insignificanti colti attraverso le finestre, una decorazione, una risata, il verso di una canzone, che la facevano esplodere. Il passaggio per canne fumarie o fessure sotto le porte, così facile e naturale, fin dentro a quelle case piene di luce e profumi. E poi la violenza, le grida, il… il sollievo così dolce, così necessario che quelle morti portano al demone che mi vive dentro e che mi usa, povera creatura…»
«Non sperare di cavartela con la scusa della possessione. Non è così che funziona.» So di essere bravo, ma una confessione così non me l’aspettavo. È stato facile. Troppo.
«Lo so. Ma non potevo semplicemente costituirmi, no? Sono uno dei seguaci dei 47, so come trattate i nostri. E non è colpa mia!» insiste ancora, digrignando i denti e scuotendo le manette, che tintinnano. «Ho anche provato a fermarmi! Mi sono chiuso in casa, legato, incatenato. Ho usato cerchi magici, chiamato amici per aiutarmi a contenermi. Ma è stato inutile. Tutti gli spiriti del Solstizio d’Inverno hanno il potere di entrare e uscire non visti, non importano il luogo e gli ostacoli che possono incontrare.»
«Non illuderti di poter fuggire da qui, se è quello a cui stai pensando. L’EXO non è un posto come gli altri. E quel “non è colpa mia” è una stronzata, lo sai? Ce l’avevi una scelta.»
Annuisce. Lancia un’occhiata alla finestra, poi torna a fissarmi. «Già. Potevo uccidermi. Ci ho pensato molto, durante quest’ultimo anno, quando mi sono reso conto che non sarei riuscito a fermarmi in nessun modo.» La sua voce è cambiata. È diventata più profonda e sicura. E anche il suo sguardo non è più quello di prima. C’è una nuova decisione e consapevolezza in quegli occhi neri.
Neri? Quando sono diventati…
«Ma ho pensato che sarebbe stato stupido suicidarmi e basta, no? Insomma, i miei compagni stanno soffrendo per colpa dell’EXO e del Tribuno. Per colpa di Sergio Davelli.» Provo a interromperlo, ma mi accorgo di non riuscirci. La mia lingua si rifiuta di muoversi, non articola le parole. E le mie gambe sembrano diventate di colpo pesantissime. «E mi sono detto, se mi facessi catturare durante qualche attività legata ai 47, mi porterebbero da lui. Probabilmente mi interrogherebbe di persona.» Le sue orecchie si stanno allungando, la sua pelle diventa livida, il torace si gonfia, tendendo gli abiti fino a lacerarli. «E, in quel caso, non mi resterebbe che perdere tempo, tacendo o raccontando storie, fino al calare della notte.» Con un cenno del capo indica la finestra alle mie spalle. Non riesco a voltarmi per guardarla, ma posso immaginare che vedrei solo buio attraverso i vetri. «Qualunque cosa succedesse poi, se anche dovessi essere ucciso, il kallikantzaros dentro di me avrebbe fatto qualcosa di buono, finalmente. Se deve tornare all’inferno, tanto vale che si porti Davelli con sé.»
La catena che tiene unite le manette si spezza, come tagliata da una lama invisibile che lascia anche una profonda incisione sul tavolo, e si ferma a pochi centimetri da me. Il kallikantzaros cade in ginocchio e inizia a strapparsi di dosso quel che resta dei suoi vestiti, concentrato adesso solo sulla sua trasformazione. Provo di nuovo a emettere suoni, senza successo. Neanche alzarmi dalla sedia sembra ancora possibile.
Va bene, sono in pericolo di vita. Sarà la quinta volta questa settimana. Devo solo evitare il panico, e finché terrò la testa impegnata non avrò tempo per preoccuparmi.
La pistola l’ho lasciata nell’impermeabile in ufficio, e comunque non penso che in questo caso le minacce sarebbero utili. Uno scontro fisico è fuori questione, e affidarmi alla medaglietta che porto al collo credo sarebbe dare troppa responsabilità al povero San Cipriano. Ma posso muovere il collo, gli occhi, con un po’ di sforzo anche le braccia. Non mi serve altro.
Un verso simile a un raglio. La creatura riemerge da sotto il tavolo: un torso umano dall’aria cadaverica, occhi completamente neri e bocca aperta in un ghigno perenne, punteggiato da denti affilati, su gambe diventate zampe da asino o da cavallo, con tanto di zoccoli e coda. Solleva le braccia, e tra le sue mani mi pare di intravedere qualcosa. È solo un’ombra, ma ricorda la sagoma di un’enorme scure per spaccare la legna. E anche se sembra eterea e irreale, non dubito per un istante della sua capacità di tagliarmi in due.
Il kallikantzaros si sporge verso di me, e l’arma sta già calando. Ma in quel momento il suo ghigno si congela. Forse è confuso dal vedere un sorriso di trionfo apparire sulle mie labbra. Magari adesso gli è finalmente venuto il sospetto di aver scelto la persona sbagliata a cui cercare di far perdere l’overdose di zuccheri del Solstizio.
Beh, è troppo tardi. Muovere le braccia è faticoso, ma non tanto da impedirmi di compiere un solo, semplice gesto. Con una manata rovescio la ciotola delle mandorle, e il suo contenuto si sparge sul tavolo.
La creatura si blocca. La vedo lottare con se stessa, digrignare i denti dallo sforzo. Sa che non può fermarsi proprio ora, che non può sprecare la sua unica occasione di farmi fuori.
Ma sono davvero pochi i folletti in grado di resistere a uno dei loro istinti più basilari, e questo kallikantzaros non è tra loro. L’ascia d’ombra scompare, quando abbassa le braccia per afferrare il bordo del tavolo e inizia a contare freneticamente i semi. «Uno… due… » Un gemito. «Uno, due… Uno…»
L’incantesimo che mi immobilizzava è spezzato. Mi alzo con calma dalla sedia, e vado ad aprire la porta che dà sul corridoio.
Dall’altra parte c’è Folco. A un certo punto, durante l’interrogatorio, deve aver aggiunto delle bretelle rosse al solito abbinamento di t-shirt e bermuda che mi fa rabbrividire al posto suo. «Ti piacciono? Festive, no?» mi chiede con soddisfazione.
«Stupende» rispondo automaticamente. Indico la creatura dentro la stanza, che non si è ancora mossa. «Avevi ragione. Kallikantzaros. Il trucco delle mandorle ha funzionato.»
«Lo sapevo, gli schiaccianoci sono molto sinceri.»
«Cosa?»
«Lo schiaccianoci a forma di soldatino. Era nella casa degli ultimi omicidi dell’anno scorso. Ci ho messo un po’ a convincerlo a parlare, ma aveva visto proprio tutto. Perché, sai, ha gli occhietti» mi spiega. «E poi non ci sono mai stati delitti in una casa in cui stesse ardendo un ceppo. Non poteva essere molte altre creature.»
«Aspetta, vuoi dire che non eri certo di cosa fosse?»
«Lo ero abbastanza.» Si stringe nelle spalle, poi sposta lo sguardo sull’essere ancora intento a contare, con un raro barlume di curiosità e consapevolezza negli occhi. «Allora è vero che non possono dire “tre”. Che strano!»
«Ti rendi conto che avrebbe potuto uccidermi?»
«Non lo avrei permesso.» E lo dice con tanta naturalezza e sicurezza da farmi venire voglia di crederci. «Che ne facciamo di lui?» continua, indicando il prigioniero.
«Passato il periodo delle Dodici Notti potremo interrogarlo di nuovo, ma fino ad allora va tenuto sedato, incapacitato e sotto sorveglianza strettissima. Potrebbe occuparsene il Professore, se gli dicessi che abbiamo tra le mani un cambiato molto speciale da fargli esaminare.»
«Non dovresti farlo. Il Professore gli farà del male. E lui non è mica un cambiato.»
«Ti ricordi le case che abbiamo visitato gli scorsi anni?» Folco annuisce. «Anche io.» Quei corpi smembrati, le espressioni di sorpresa e terrore rimaste paralizzate sui volti delle vittime nell’istante in cui la testa gli era stata staccata dal collo, l’odore del sangue misto a quello delle candele alla cannella e dei piatti della cena delle feste appena messa in tavola. Cose difficili da dimenticare, anche per chi è abituato al peggio che questa città sa offrire. «Quindi credo proprio che chiamerò il Professore. E lascerò che sia lui a scoprire, a modo suo, cosa è davvero il nostro amico. Sarebbe un peccato rovinargli la sorpresa del suo regalo di Natale.»

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