Fabula V (prima parte)

Negli ultimi tempi raggiungere il santuario dell’Ardente è diventato complicato. Qualunque strada si prenda, per accedere all’edificio bisogna superare due posti di blocco, presentando documenti e una ragionevole spiegazione della propria presenza lì prima a degli annoiati addetti municipali in tuta arancione, accampati dietro delle transenne, e poi a dei molto più attenti agenti di sicurezza EXO con abiti e occhiali scuri, sfollagente dall’aria cattiva, gioielli incisi con parole di potere, biciclette da corsa nere e nuove di zecca.
«Niniane?» La donna che sta esaminando la mia attestazione di identità ha capelli castani, legati in una stretta treccia dietro la testa ma rasati sui lati, occhiali dalle lenti a specchio e un cameo di giada che le chiude il colletto della camicia, e che per qualche motivo rende Lidia nervosa.
«Il mio nome rituale» rispondo, cercando di non farmi contagiare dai timori del daimon. «Sono una strega certificata.»
«Non vedo il sigillo della Tenebrosa.»
È cauta, sospettosa. I suoi colleghi si stanno voltando verso di noi, le mani che si avvicinano all’impugnatura delle armi. Uno di loro ha lo sguardo fisso sull’asfalto dietro di me. Credo stia cercando di contare quante ombre proietto sotto la luce malata che filtra attraverso le nubi perenni.
«Appartengo a una congrega indipendente.» L’agente si irrigidisce. Dei, cosa ho sbagliato? Ho parlato troppo in fretta? Alzato la voce? «E sono stata convocata al santuario, ho la lettera d’invito nella…»
Mi sfila la borsa dal braccio con uno strattone, prima che possa infilarci la mano. Non mi toglie gli occhi di dosso, ma anche senza guardare non ci mette molto ad aprirla e tirare fuori la grossa busta di carta ingiallita su cui campeggia la fiamma a cinque punte dell’Ardente. Il sigillo di cera rossa, anche se rotto, la mantiene chiusa. La donna  lo sfiora e ritrae subito le dita, scuotendole come se si fosse scottata.
«Autentico» annuncia ai suoi colleghi, che sembrano rilassarsi quasi quanto me e Lidia. Mi restituisce lettera e borsa. «Si ricordi che nel rione è ancora in vigore il coprifuoco per i non-umani.»
Annuisco. Non riguarda me, ma vale per lo spirito che porto incastonato nel corpo. Percepisco l’irritazione del daimon, e una sgradevole sensazione di freddo che intorpidisce la pelle attorno allo specchio di ossidiana. Accarezzo la superficie liscia e gelida della pietra, strofino il dorso della mano con cui si fonde senza soluzione di continuità, come se fosse sempre stata lì. Non credo che Lidia possa sentire il mio tocco, ma mi sembra che la sua tensione si allenti un po’.
La mia invece aumenta a ogni passo che mi porta più vicina all’ingresso del santuario, attraverso una vasta piazza deserta.
Non dovrei sentirmi così. Le energie concentrate in questo luogo mi raggiungono a ondate, calde e accoglienti, energiche ed eccitanti, rabbiose e violente. Sono vitali, intense, cancellano la stanchezza, mi fanno sentire tanto inaspettatamente calda che sbottono il cappotto.
Ma non riesco a smettere di pensare alle parole di sorella Viola, quando le ho detto dell’invito.
Se ci vai sei una cretina. Forse anche matta, ma di sicuro cretina.
Il santuario vero e proprio è un teatro. Pretenzioso, certo, tutto colonne classicheggianti e vetrate e stucchi dorati, di quelli costruiti con l’obiettivo di chiarire anche al passante più distratto che sì, lì si fa opera lirica. Ma un teatro, perlomeno. Mi emoziona sempre vederne uno.
Sì,sì, la devozione, il rispetto… Sono stata una strega per la maggior parte della mia vita, ho creduto negli dei molto prima che ci si presentassero alla porta.
C’è qualcosa nell’aria, adesso. Piccole scintille che mi sfrecciano davanti, mi girano intorno, restano per un attimo sospese accanto al mio volto per poi schizzare via. Non so che creature siano, ma credo di incuriosirle. Lidia non sembra gradirle, però. È sospettosa. Forse sono sentinelle? Spie?
Dopo la Frattura sono corsa da loro. Li ho cercati, ascoltati, a volte persino visti. E vorrei non averlo fatto.
Comunque sia, mi restano attorno finché non raggiungo l’ingresso, una grossa doppia porta in metallo nero e vetro smerigliato che non ha nulla di sacro o solenne. Resto a fissarla per un attimo, inspirando profondamente per cercare di calmarmi. Mi ripeto perché sono qui, perché ho bisogno di farlo. Perché non corro nessun pericolo.
Sicuro, non siamo come quegli stronzi di maghi. I nostri incantesimi vengono da loro e rispettano le regole. Per questo siamo grate e ubbidienti.
Faccio un passo avanti… e mi fermo di nuovo. Cosa devo fare? Bussare? Spingere? Chiamare? Non credo ci sia un campanello, o un citofono, o…
La porta si socchiude verso l’interno, senza che l’abbia sfiorata.
E, se abbiamo un po’ di cervello, ce lo facciamo bastare e gli giriamo alla larga.
Mi sporgo attraverso il battente aperto, e vengo travolta da un’ondata di aria calda e umida che per un attimo mi rende difficile respirare. L’interno del santuario è luminoso e spazioso, un’impressione di marmi ricoperti di cenere, tendaggi e poltrone di velluto rosso annerito dal fumo, scale deturpate da colate di cera.
«Permesso?» Entro, e la porta si chiude dietro di me senza fare rumore. La mia voce riecheggia nell’androne. «C’è nessuno?»
«C’è sempre qualcuno, piccina, se lo vuoi.» La voce che mi risponde è profonda e melodiosa, una pioggia di suoni perfetti che scende dall’alto. «Ma sei fortunata, perché oggi per te ci sono io.» All’inizio è solo una nuvola di fumo nerissimo, che cala dal soffitto in spire sempre più dense e fitte. Poi inizia a prendere forma e sostanza. Un corpo grande e più alto di me, fatto di curve morbide di pelle liscissima e uniforme, del nero opaco del carbone, coperta intorno al collo, ai polsi e alla vita da complessi ornamenti di carta carbonizzata. Nella testa perfettamente ovale, là dove immagino dovrebbero esserci gli occhi, due fori brillano del rosso intenso delle braci, e lampi della stessa luce disegnano una larga bocca sorridente nei momenti in cui la creatura parla. «Davvero, pensa a cosa sarebbe successo se fossi venuta di notte e incontrato un Lume o un Crepuscolo, povera bambina.»
«Io, ecco…» riesco solo a balbettare, confusa. Sento Lidia agitarsi dentro di me, come fa quando vuole farmi capire che è il caso di lasciarla materializzare. Ma non mi sento in pericolo. Questo essere bizzarro emana un tepore familiare e rassicurante, che riesce a non essere sgradevole nonostante renda l’aria ancora più afosa e soffocante. «Signore… o signora… sono davvero onorata di…» biascico, mentre improvviso qualcosa a metà tra un inchino e una riverenza che deve farmi sembrare davvero stupida.
«Oh, non essere così formale. Non sono nulla di importante, io, solo un Focolare.» Non fa caso alla mia occhiata incerta. «E tu sei una cara, cara mortale, questo lo so. Ma cos’altro sei?»
«Ho ricevuto un invito!» Questa è la parte che mi viene facile, l’ho preparata e ripetuta nella mia testa durante tutto il cammino fin qui. «Da parte di due emissari di questo santuario.» Tiro fuori la busta dalla borsa, e la porgo alla creatura. «Hanno detto che c’era un lavoro per una strega e che…»
Una mano in cui si distingue solo il pollice mi sfila l’invito dalle mani, e la carta inizia immediatamente a bruciare. «Oh, sì.» Gli occhi del Focolare si stringono, dandogli un’espressione concentrata. «Le Faci avevano avvertito del tuo arrivo. Erano molto, molto eccitati.» La lettera si accartoccia mentre brucia, ma non in maniera casuale. Si piega e solleva secondo uno schema che le fiamme paiono seguire accuratamente, una specie di origami di cenere. «Abbiamo un compito delicato, di responsabilità, e finora non abbiamo avuto molta fortuna nella ricerca di qualcuno che lo portasse a termine.» Lembi di carta semicarbonizzata si aprono e… oh, è un fiore! Un grosso fiore grigio che Focolare si posa all’altezza della tempia, dove rimane come se l’avesse appuntato.
«Spero di essere io la persona giusta, allora» mormoro. Oh, maledizione, non avrei dovuto dire spero! Dei proteggetemi, sono sempre stata un disastro ai provini.
«Ma certamente, tesoro. Con te sarà diverso. Non sei come le altre, lo sento. Tu non fuggirai.» Il suo sorriso di brace splende ancora più intenso. «E nemmeno impazzirai. Promesso?»

(continua qui)

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