Fabula IV (seconda parte)

(continua da qui)

«Lascialo andare!» ordino, consapevole dell’inutilità delle mie parole.
«Altrimenti?» chiede il Catapano, avvicinando la bocca al collo di Sami. «Sei disarmata, il tuo collega è in ostaggio, mi basta gridare per far arrivare i miei uomini. Come pensi di fermarmi?»
Mi prende pure in giro, lo stronzo! Trattengo la prima risposta che mi viene in mente. Mi sono infilata in trappola come una principiante, ma forse c’è ancora spazio per una soluzione diplomatica che non preveda il ritrovarci con le gole squarciate. O almeno un modo di guadagnare tempo per farmi venire in mente una via d’uscita. «Non so davvero cosa credi di ottenere con un’idiozia simile, ma…»
Il vampiro mi interrompe sbuffando. Sembra deluso. «No, non ci siamo. Ti ho fatto una domanda precisa.»
«Ma cosa …»
«Come. Pensi. Di. Fermarmi» ripete, scandendo ogni parola con esasperante lentezza.
La cosa non fa che aumentare la mia confusione. Sta cercando di provocarmi? Vuole che ammetta di essere stata battuta? È una sfida?
Poi Sami scoppia a ridere. Se sta provando ad aiutarmi, ha scelto il modo peggiore. «Stai tranquilla, non mi farà nulla» dice, con una sicurezza che non riesco a giustificare.
«Ah sì?» Il Catapano lo tira di nuovo a sé per i capelli, costringendolo a guardarlo negli occhi.
«Sì.» Non sta più sorridendo, ma, anche deformata dal dolore, la sua voce è salda e sicura. «Rispondigli, Vic: se fossimo davvero in pericolo, cosa faresti?»
«Col cazzo, se glielo dico rimaniamo indifesi!»
«Prendilo come un test. E prova a fidarti una volta tanto.»
«Io…» Non so cosa diavolo stia succedendo, ma il vampiro sposta la sua attenzione su di me. Se si tratta di un gioco, pare voglia seguirne le regole.
Sospiro, rassegnata. «Tutto dipende dalla sua prossima mossa» inizio. «Ha due opzioni: cercare di morderti, o chiamare qualcuno per tenere d’occhio entrambi.» Non è facile tradurre in parole quello che di solito è un processo rapido, al limite dell’istinto, che tiene conto delle condizioni sempre mutevoli di uno scontro e vi si adatta in corsa. «In tutti e due i casi dovrà spalancare la bocca. E a quanto pare è una cosa difficile e dolorosa. Esiterà, anche solo per un istante. Mi sarà sufficiente per saltargli addosso.»
Il Catapano ha allentato la presa sui riccioli di Sami. Ora sembra essersi disinteressato al mio collega: il suo sguardo fisso, immobile, inequivocabilmente morto è concentrato su di me. Mi sembra di avvertire nell’aria un sottile, dolciastro odore di marcio.
Non devo lasciarmi distrarre. «Di nuovo, due opzioni. È abbastanza veloce da sfuggire al mio attacco, ma per farlo dovrebbe lasciar andare il suo ostaggio, privandosi di uno dei suoi vantaggi. O può restare a battersi, contando sul fatto che un vurdalak è probabilmente più forte di un essere umano.» Ho passato un sacco d’ore a guardare film d’azione. Non servono a nulla in una situazione di reale pericolo, ma se si tratta di raccontare una bella scena, tanto vale pensare a cosa farebbero al posto mio Bruce o Vin. «Anche se non sembra, la seconda scelta sarebbe la più conveniente per me. Il nostro signor non-morto non ha l’aria di saper combattere.» Il Catapano sogghigna a quelle parole. Non so come interpretarlo. «So di potergli fare male colpendolo al volto, e ha entrambe le mani occupate.» Sì, riesco a vederlo. Il gomito che impatta sulla sua bocca, il calcio alla sua gamba d’appoggio per fargli perdere l’equilibrio e inchiodarlo a terra, il grosso volume che posso afferrare dalla scrivania e usare per devastargli la faccia. «Una volta stordito abbastanza, resta solo da scegliere come immobilizzarlo. O finirlo.»
«E se invece scappassi?» Credo che il vampiro si stia divertendo. O che trovi divertente me.
Nel dubbio, meglio alzare un po’ il tiro. Mi rivolgo direttamente a lui. «In quel caso, dopo aver abbandonato un ostaggio, non credo lasceresti andare subito la valigetta. Immagino avrai un’idea dell’attrezzatura che usiamo noi altri.» Mentre parlo passo in rassegna quello che mi sono portata dietro. Ci sono i miei guanti, naturalmente, artefatti magici creati per rendere un essere umano abbastanza forte e resistente da combattere ad armi pari con un mostro. Gli occhiali dalle spesse lenti di cristallo incise con simboli di potere, che permettono di visualizzare le aure di una vasta gamma di creature, mortali e no. Coltelli dalle lame d’argento e ferro freddo, un mix di erbe e incensi purificatori standard, gessetti e stencil di sigilli mistici. Niente di particolarmente utile, a parte… «Siamo sempre equipaggiati con speciali fialette, l’orgoglio dei nostri alchimisti. Fragili ma in grado di contenere di tutto, finché restano intatte. Cose semplici e banali come acqua benedetta e aglio…» A queste parole aggrotta la fronte, ma più come se fosse un atto dovuto che per vera preoccupazione. «O altre più insolite, come uno spirito elementale o le parole di esorcismo di un potente sacerdote.»
«E questo come…» prova a dire il Catapano.
Non glielo permetto. Non si interrompe un buon monologo. «La cosa più interessante è che alcune di quelle fiale possono essere aperte a distanza. Basta una parola, o il suono giusto.» Quando ho preparato la valigetta ho cercato di scegliere attrezzatura che potesse tornare utile in un eventuale scontro, ma le sostanze e gli incantesimi efficaci contro i non-morti tendono a essere poco utili contro qualcuno così veloce. Devo pensare in maniera più creativa. «Qualche tempo fa ho catturato un ciclope, e i nostri cervelloni hanno trovato il modo di intrappolare le folgori che crea. Mi bastano tre specifici schiocchi di lingua per scatenare quella che in questo momento è intrappolata a pochi centimetri dalla tua mano. Puoi essere svelto quanto vuoi, ma non tanto da battere un fulmine. Penso ti danneggerebbe abbastanza da renderti inoffensivo, giusto? Senza contare che romperebbe tutte le altre fiale. Non vorrei mai trovarmi in mezzo a un botto del genere.»
Ora la preoccupazione sul volto del vurdalak appare un po’ più genuina. Allontana dal corpo la mano che regge la valigia. «Va bene, ammettiamo che tu riesca a neutralizzarmi. Saresti ancora intrappolata qui, circondata dai miei compagni e senza via d’uscita.»
«E chi ha bisogno di uscire?» Lancio un’occhiata verso l’ingresso, oltre il labirinto di scaffali. «La porta di questa stanza è pesante e solida, probabilmente blindata. E c’è un sacco di roba con cui barricarla, tanto per sicurezza. Anche dei vampiri avrebbero bisogno di tempo per sfondarla. Intanto, io e il mio collega troveremmo un modo per annullare le protezioni anti-divinazione che questo posto sicuramente ha – sono quasi certa che la disposizione dei mobili c’entri qualcosa – e ci metteremmo comodi in attesa che all’Ufficio del Tribuno inizino a chiedersi che fine abbiamo fatto e incarichino uno dei nostri veggenti di rintracciarci.»
«Questo complesso è anche sottoterra» interviene Sami. «Scommetto che ne approfitterebbero per mandare quei bastardi della Manutenzione Fogne a ripulirlo e tirarci fuori. Immagina che massacro.»
Il Catapano sembra contemplare la possibilità, e la sua bocca si contrae in una smorfia di disgusto. Un movimento quasi impercettibile, e il bel tipo è di nuovo libero, mentre il vampiro si è accomodato dietro la sua scrivania, la valigetta posata con cura davanti a lui, a una certa distanza. «Interessante» borbotta. «Non una strategia degna di un Niceforo, un po’ rozza e basata su diverse speculazioni, ma potenzialmente efficace. Improvvisata sul momento, poi…»
«Fai sul serio? Credi di poter fingere che non sia successo nulla dopo questa cazzo di farsa?» sbotto. Sami mi afferra per un braccio un attimo prima che mi tuffi in avanti per mettere le mani sul vurdalak.
Lui replica con un gesto annoiato. «È stato solo uno scenario, un what if. Devo prendere le mie precauzioni.» Fa scorrere lo sguardo su di noi, pensieroso. «So perché siete venuti da me. Il controllo di Delfine sulla Fascia Desolata limita le possibilità di espandere i miei affari e la mia influenza, e la drakaina è diventata il ricercato numero uno, da quella brutta storia della sommossa.»
«Esatto» conferma il mio collega. «E non vogliamo mettere la Fascia a ferro e fuoco per stanarla, finché ci sono altre possibilità.»
«Quindi aiutarvi, dirvi quello che so su di lei e su dove trovarla, in teoria mi converrebbe. Ma solo in un caso.» Gli occhi morti tornano a fissare i miei. «Se il lavoro viene finito. Se non c’è nessun rischio di ritrovarmi alla porta Delfine e il suo esercito di mostri, venuti a chiedermi conto della mia chiacchierata con le Furie. Ok, forse sareste in grado di affrontare me e uscire da qui. Se non aveste avuto alcuna idea di come fare almeno questo vi avrei già fatto sbattere fuori. Ma lei?» Si piega in avanti, afferrando con forza il bordo della scrivania, come a voler tenere ferme le mani. Collaborare con l’Ufficio del Tribuno, confidare informazioni su una delle creature più pericolose della città. Roba da far tremare i polsi persino a un cadavere. «Siete capaci di uccidere il drago?»
Questa volta non ho nessuna difficoltà a sostenere il suo sguardo. «Mi serve solo un’altra occasione.»

«Quanto tempo siamo rimasti lì sotto?» Fuori dal bar i lampioni stradali ronzano e lampeggiano a rapidi scatti, sforzandosi contro ogni probabilità di accendersi per illuminare la via sorpresa dal buio della sera.
«Non credevo così tanto.» Sami è sfinito ed euforico. Ricordo la sensazione che segue le prime missioni, la stanchezza dovuta al calo improvviso di adrenalina che combatte con l’eccitazione di aver avuto successo, la convinzione di poter fare qualunque cosa. «Ma che importa? Ce l’abbiamo fatta!»
«Abbiamo fatto un passo avanti.» Lancio un’occhiata alla valigetta che porto in mano. Ora, oltre alla mia attrezzatura, contiene anche una lista. Nomi di operatori magici in nero da interrogare, luoghi da tenere d’occhio, patti sinistri e affari poco puliti da seguire come una traccia di briciole di pane. Al termine della quale, se gli uccelli non la beccano via nel frattempo, forse ci sarà Delfine. Fra. Irene. «Ma c’è ancora un sacco di lavoro da fare.»
«Come puoi essere così tranquilla? Siamo stati strepitosi!» Scoppia a ridere. «Che scena! E lui che sperava di spaventarci.»
Da lontano arriva, chiara e armoniosa, la voce di qualcuno che canta. «Non mi ci far pensare. Come ti è venuto in mente di farci correre un rischio del genere? Rivelare i miei piani al nemico. Se il Catapano avesse detto sul serio, quando parlava di sgozzarci, che cazzo avremmo fatto?»
Il bel tipo si stringe nelle spalle. «Ero sicuro di quello che facevo. Come ha detto lui, ho risposto alla sua domanda.»
«Che vuoi dire?»
«Un attimo prima di afferrarmi.» La canzone viaggia sopra le nostre teste. Una melodia lenta, forse un po’ malinconica. Non riesco a capirne le parole. «Aveva chiesto cosa sarebbe successo se avesse bevuto il nostro sangue. Beh, tutti ci avevano visti nel bar, prima che ci portassero di sotto. Lo ha detto lui, ci ha fatto sfilare in parata per vantarsi del rispetto che gli stavamo mostrando. E tu mi hai raccontato che quel locale è pieno di spie. Se fossimo spariti, in Ufficio avrebbero ricostruito subito tutta la faccenda, e avrebbero avuto un’ottima ragione per cancellare i vampiri e i loro affari dalla faccia della città.» Si stringe nelle spalle. «Per dissidenti e criminali la regola è la stessa: sopravviviamo solo finché il Tribuno resta convinto che eliminarci sia uno spreco di risorse.»
«Sopravvivono.»
«Cosa?»
La canzone si avvicina. Ora mi rendo conto che scende dall’alto, dai tetti degli edifici che ci circondano. Ora l’uno, ora l’altro, senza un ordine preciso. «Sopravvivono, non “sopravviviamo”. Non sei più uno di loro.»
«Come no?» Sami suona sulla difensiva, persino offeso. «Non m’importa cosa si dice in giro o pensano alla Scuola Liberata, anche se ti sto dando una mano io resto sempre lo stesso.»
Apro la bocca per ribattere, ma mi fermo. Scrollo le spalle. Spreco di risorse. E questa musica è troppo bella per rovinarla con una discussione. «Il Cantore?» chiedo invece, indicando verso l’alto con un cenno del capo.
Lui annuisce. Camminiamo per un po’ in silenzio, mentre le parole continuano a piovere attorno a noi, più vicine o molto lontane, sconosciute ma confortanti. «Chi vive qui dice che sia un angelo» aggiunge dopo un po’.
«Che stronzata» rispondo in automatico. Ma posso immaginare come possa venire un’idea del genere, ascoltando ogni sera questa voce. «Comunque te la sei cavata bene. Bell’intuizione, per un teppista.»
«Hai fatto quasi tutto tu. E ti sei persino fidata di me. Notevole, per uno sbirro» ribatte lui con un ghigno.
«Non ti ci abituare!»
«Ma ti porti davvero dietro una fiala di folgore di ciclope?»
Per un attimo la canzone risuona appena sopra la mia testa. La sollevo di scatto, ma mi appare solo il nero uniforme delle nubi che nascondono il cielo.
«Scherzi? Sai quanto sono pericolosi quegli aggeggi?»

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