Intermezzo – Santi con la spada (seconda parte)

(continua da qui)

Il bar è piccolo e deserto, l’aria resa appena respirabile da un minuscolo e rumoroso ventilatore. L’uomo dietro il bancone mi ha servito in silenzio acqua fresca e un tè freddo dolciastro, per poi rimettersi ad ascoltare le voci dalla radio che parlano di guerra. Non ha avuto da ridire neanche sulla capra che si aggira curiosa tra la manciata di tavolini di plastica.
Jana, seduta davanti a me, mi ascolta. Non credevo di avere così tanto bisogno di parlare finché non ho cominciato, e lei è perfetta nel suo ruolo. Non si perde una parola, sorride, amara o divertita, e scuote la testa al momento giusto, riempie le pause e le esitazioni con piccoli, discreti incoraggiamenti.
Cazzo, le cose che racconto e che non avevo mai detto a nessuno. Le parlo di mia madre, della sua morte, del groviglio di tristezza e sollievo e senso di colpa che mi intrappola nei brevi momenti in cui realizzo che davvero non c’è più. Di Giulio, dei suoi problemi, della lotta per tenerlo lontano dai guai, alla larga da strizzacervelli e santoni approfittatori. Di quella volta che la mamma si era convinta fosse indemoniato e tentò di esorcizzarlo con l’aiuto di due amici del suo gruppo di preghiera, a forza di schiaffi, Credo e Atto di dolore. Dell’altra in cui cercò di dare fuoco allo sgabuzzino mentre eravamo tutti in casa, per stanare l’ombra sbagliata che si nascondeva là dentro. Delle nostre fiabe della buonanotte, le vite di violenza e martirio dei santi guerrieri.
«Tutti di san Giorgio ricordano la storia del drago, ma quella è solo un dettaglio. La parte succosa sono i sette anni di torture che ci sono volute per ucciderlo, e le decine di morti che ha provocato nel frattempo. Alla fine, prima di accettare cristianamente di farsi decapitare, ha fatto piovere fuoco per incenerire i suoi settantadue giudici. Mica male come strage d’addio, eh?» Jana sospira e mi posa la mano sul polso, stringendomelo per solidarietà. «Sono dovuta andare via. Avevo un tale casino in testa! Mi prendevo cura di loro, sì, ma Giu è rimasto comunque solo con lei. Certe volte penso che se avessi avuto più coraggio, se avessi deciso di stargli vicino invece si scegliere la via più facile per me…» Lei non cambia espressione, non si ritrae, non mi lancia nemmeno un’occhiata perplessa. Nessun giudizio, nessuna curiosità morbosa. Dovevo davvero arrampicarmi quassù in culo al mondo per potermi finalmente sfogare?
Alla fine il discorso si sposta sulla spada. Per forza. A furia di sentire stronzate sugli Ospitalieri, l’assedio di Malta, le orde di infedeli respinti e massacrati da qualche cavaliere la cui arma, chissà come, era finita nella nostra famiglia, mi sono rifiutata per tutta la scuola di interessarmi a qualunque cosa accaduta più di sessant’anni fa. «Diceva che un giorno sarebbe stato necessario impugnarla di nuovo. Soprattutto a Giu, ovviamente, ma alle volte anche a me. Che i demoni ci perseguitavano per quel motivo. Che la guerra tra luce e tenebre stava per ricominciare. La cosa assurda è che dopo l’11 settembre mi sembra di sentire le stesse follie ripetute da qualunque idiota con un microfono.»
«È davvero una fortuna che da un’educazione così sia venuta fuori una pacifista, eh?» Jana lo dice con tale genuina soddisfazione da strapparmi un sorriso.
«Dieci anni fa non ti sarei sembrata così!»
«Quindi gliel’hanno fatta tenere? La spada, dico» mi chiede, ed è la prima domanda da quando ho iniziato la mia tirata.
«Già. Perché dei preti abbiano fatto una cosa simile non lo capirò mai.»
«Tuo fratello avrà raccontato un po’ delle cose che hai detto a me.»
«A maggior ragione avrebbero dovuto buttarla via subito!»
Lei scuote la testa. «Agli uomini di fede di solito i simboli piacciono. Forse hanno visto qualcosa, oltre le parole e i gesti di vostra madre.»
Aggrotto la fronte. «Qualcosa?»
«Il metodo è stato contorto, sbagliato, certo… ma alla fine quello che voleva era darvi uno scopo, farvi sentire speciali. Tanta gente non lo trova mai, il motivo per cui è al mondo. Spesso neanche lo cerca. Invece a voi è stato offerto un destino da eroi e distruttori di demoni…»
«E martiri destinati a una fine orribile. Affascinante.»
«Beh, i preti ce l’hanno, questa attrazione morbosa per il martirio.» Si sporge attraverso il tavolino e mi fissa negli occhi. Sarà per colpa della luce, ma i suoi sono di un castano chiarissimo che tende all’oro carico del miele. Non ho mai visto un colore simile. «E quindi la tiene semplicemente lì, in camera?»
Scuoto la testa. «No, non l’ho vista.» Oro, sì. Riflette i raggi del sole splendendo come un pomeriggio di primavera, una luce che sa di sicurezza e nostalgia. La capra bela, giocosa. Non c’erano anche altri rumori, fino a poco fa? «Non so dove la tenga.»
«Sarebbe stato troppo facile, eh?» Il suo sorriso si allarga, e tutto il resto sembra sparire. «Ma almeno sappiamo che è qui. E che la Portatrice è davvero morta.»
Non so di cosa stia parlando, ma mi ritrovo ad annuire. C’è una parte di me preoccupata, spaventata, forse. E un’altra, curiosa, che si chiede cosa siano i suoni che sento riecheggiare tutt’attorno, come di qualcosa che batte contro un muro. Ma sono troppo impegnata a godere della luce che mi inonda, di questa sensazione che mi riempie e sta cancellando il dolore, la solitudine e il senso di colpa, per la prima volta da non ricordo più quanto, per stare ad ascoltarle.
Chiudo gli occhi quando Jana mi stringe entrambe le mani. Perché oppormi? Perché combattere?
Lei parla ancora, e la sua voce è autoritaria e dolce al tempo stesso. Materna. «Andiamo da lui.»

Un suono improvviso. Qualcosa che ha attirato la mia attenzione, ma è stato subito dimenticato.
Buio.
No, ho gli occhi chiusi. Ma aprirli migliora la situazione solo di poco.
Sono seduta a terra, appoggiata a un muro, ai piedi di una scalinata. Luce elettrica filtra dall’alto. Ho un mal di testa abbastanza forte da umiliare tutti i dopo-sbronza della mia vita.
Quando cazzo è scesa la notte? Dove diavolo sono?
Mi guardo attorno, con la cautela imposta dalle fitte che sembrano volermi spaccare il cranio.
Il pensionato di Giu. Perché sono qui? Pensare è difficile, provare a ricordare è doloroso.
Rumori dal piano di sopra. Qualcosa che viene sbattuto contro un muro.
Devo essere venuta a prendere Giulio. E poi… Mi aggrappo al corrimano lungo le scale per rimettermi in piedi. C’era una macchina rossa. E un bar. E un qualche tipo di animale, forse.
Sono stata drogata? Controllo di avere ancora tutti i vestiti. Raccolgo la borsa da terra, e mi pare che pesi come al solito.
Un urlo. Precipita verso di me dal piano di sopra. Dolore, terrore, o entrambi. E quella voce…
Ecco cosa mi ha svegliata!
Prendo le scale di corsa, e chi se ne fotte del mal di testa. Rischio di inciampare sul prete con cui ho parlato stamattina, disteso scomposto sui gradini, immobile, gli occhi spalancati che fissano vitrei il soffitto. Non riesco a capire se sia ancora vivo.
La mano corre d’istinto alla borsa. Dovrei prendere il telefono, andare fuori da qui, chiamare un’ambulanza e magari la polizia. Sarebbe la cosa più sensata da fare.
Ma ci metterebbero una vita ad arrivare quassù. E quegli strani rumori continuano. E Giulio forse è ancora là sopra. Scavalco il corpo, cerando di non guardarlo.
Altre urla, altri colpi. Arrivo in cima alle scale.
Giu è al centro del corridoio, e si trascina prono sul pavimento. Perde sangue dalla bocca e da un taglio sulla fronte, la sua gamba destra è piegata in un angolo innaturale, orribile, ma si lamenta appena. Ha gli occhi fissi sul fodero di cuoio liso e legno segnato dal tempo, rinforzato qua e là da fasce di metallo, da cui spunta l’elsa della spada di famiglia.
Si trova in terra tra me e lui, appena fuori dalla portata delle sue dita tese. È così concentrato nello sforzo di raggiungerla che credo non si sia neanche accorto di me.
Dovrei correre ad aiutarlo, ma non ci riesco. I miei piedi sono piantati a terra e si rifiutano di muoversi, le labbra si sono serrate e non fanno uscire un suono, le mani tremano incontrollabili.
Non è da solo. Gli altri sono in quattro, e camminano dietro di lui con studiata lentezza, rasenti alle pareti. A ogni passo battono contro il muro i grossi bastoni che stringono tra le mani, randelli di legno ricoperti di intagli, chiazzati qua e là da macchie scure.
Ma non sono quelle armi a terrorizzarmi. E non è neanche il fatto che quelli che le impugnano siano perfettamente proporzionati ma alti sì e no un metro, che la pelle dei loro volti sembri cuoio in cui occhi e bocca siano stati incisi rozzamente con un coltello, che le unghie dei lunghi piedi che sbucano sotto i vecchi maglioni di lana colorata, il loro solo indumento, siano artigli neri che graffiano il pavimento, o che dagli zucchetti rossastri sulle loro teste calve colino grosse gocce di un denso liquido purpureo.
Sono così spaventata perché questo è il tipo di cose che mia madre vedeva tutto il tempo. E perché sono molto più vicini a Giulio di quanto non lo sia io.
Mio fratello pianta le mani a terra per spingersi in avanti un altro po’, gemendo. Si costringe ad allungarsi, e la sua mano urta contro la spada. Solleva la testa. Uno degli occhi è chiuso dal sangue, e l’altro è tumefatto, ma credo che mi veda. Sembra sollevato, riesce persino ad abbozzare un sorriso.
Un randello si abbatte sulla sua nuca con il rumore secco di qualcosa che si rompe. Gocce scure schizzano verso l’alto, disegnando un arco mentre il volto sbatte a terra.
Un altro urlo, acuto, disperato, straziante. Sono io? Mi ritrovo accanto a Giu senza rendermi conto di come ci sia arrivata. È immobile, i suoi capelli sono impastati di sangue. Non lo chiamo, non lo scuoto. So che è morto.
Ucciso dai demoni della mamma.
Non è possibile. Non sta succedendo davvero. È un incubo, un delirio. Qualunque merda mi abbiano fatto bere sta creando queste immagini nella mia testa. Tra poco mi sveglierò e non le ricorderò neanche. Tra poco…
Un rumore raschiante, legno che sbatte contro il muro. I mostri sono attorno a me, mi stanno circondando. I loro occhi brillano arancioni in fondo alle strette fessure nei volti, le loro labbra sono contorte in una disgustosa parodia di sorriso. Ridono del mio dolore, della mia paura.
Ruoto su me stessa per tenerli d’occhio, e le mie dita incontrano la spada. Perché è qui? È importante per qualche motivo, credo, ma non riesco a ricordare quale sia. Con chi ne ho parlato?
Non importa, non ora. Afferro il fodero e lo stringo contro il petto. È un’arma. E se è per questa che sono venuti, questi figli di puttana…
Un bastone si abbatte contro la mia spalla sinistra. Una fitta di dolore improvvisa, crudele. I sogni non dovrebbero fare male, no?
Incasso la testa preparandomi a un altro colpo, che non arriva. I mostri battono le loro mazze contro le pareti. Ghignano. Stanno giocando con me. Per quanto tempo hanno tormentato Giu in questo modo?
Impugno l’elsa della spada, la sguaino. È arrugginita e priva di filo, ma è meglio di…
Destra! Alto!
Un altro randello cala su di me, ma stavolta non mi colpisce. Il mio braccio si è mosso da solo, la lama lo ha intercettato e deviato. Il sorriso sul volto del mostro che mi ha attaccato scompare.
Dietro di te. Para di seconda. Guadagna spazio e mettiti in guardia.
Ci sono voci nella mia testa. Sono tante, si sovrappongono, cercano di sovrastarsi. Ma nonostante la confusione, il mal di testa, il terrore, riesco a capire perfettamente quello che vogliono dirmi. E il senso di quelle parole mi diventa subito chiaro, come se lo conoscessi da sempre, anche se non le ho mai sentite prima.
Mi muovo come non mi sono mai mossa in vita mia, come non credevo di essere capace di fare. E a ogni passo, a ogni schivata, finta e stoccata, il movimento successivo diventa più facile, più naturale. Tutti gli altri pensieri scompaiono. Non c’è spazio per loro, la mia mente è già troppo affollata. In questo momento esistono solo i nemici, le istruzioni, la spada.
La spada. Anche lei sta cambiando. Non è il rottame che ricordavo. Tra le mie mani la lama splende lucida, il filo affonda nel solido legno dei randelli e ne taglia via pezzi ogni volta che li incontra. È leggera, equilibrata, bella da commuovere. Si fa strada con facilità nel cuore dei mostri.
Ne uccido due prima che gli altri inizino davvero a preoccuparsi e impegnarsi. Mi attaccano insieme. Le voci ridono dei loro rozzi sforzi, e io rido con loro. Trafiggo il terzo da parte a parte, con tanta forza da sollevarlo da terra. Il quarto tenta di fuggire. Come si permette di privarmi di una battaglia? Con lui mi prendo il mio tempo. Lo faccio squittire di dolore, prima di finirlo.
Le voci esultano, lanciano grida di vittoria attraverso le mie labbra. È così che deve essere. Per tanto, troppo tempo sono state in ozio. Ma ora finalmente sono tornate, e con loro anche io. Una nuova Portatrice, una vera, questa volta. Non come…
Lancio via la spada, che rimbalza a terra con fragore metallico. Crollo sulle ginocchia, scossa dai conati. Vomito qualcosa di giallo e aspro. Che cazzo è stato? Cosa c’era nella mia testa?
Mi accascio su un fianco. Sto piangendo. Giu è dove l’ho lasciato, ma non riesco a vedere i corpi dei mostri. Sono spariti.
O forse non ci sono mai stati. Sono impazzita. Alla fine è successo. Mal di testa, allucinazioni, vuoti di memoria… Non sono stata io a fare del male a Giulio, vero? Me lo ricorderei, se lo avessi fatto. Dio, ti prego, tutto ma questo no, questo no…
«Gott non può risponderti ora.» La voce di un uomo dall’accento tedesco. Viene dalle scale verso di me. Ha grossi baffi e una faccia che credo di aver già visto. «La puttana del Venusberg ti ha ridotto male, eh? Più forte di quanto credessi. Tutto troppo veloce.»
«Che… che cosa?» Non ho la forza di oppormi quando mi raggiunge e mi fa sdraiare sulla schiena. Mi tasta il polso, mi allarga le palpebre per controllare le pupille. «Mio fratello… bisogna chiamare l’ambulanza. La polizia.» La mia voce suona monotona, priva di emozioni. «Ho fatto una cosa orribile.»
«Non hai fatto niente.» Raccoglie qualcosa da terra e me la mostra. Una grossa scheggia di legno, tagliato rozzamente da chissà dove. «Mazzamurelli. Cattivi. Colpa mia, non ti ho seguita. Ho pensato che la chiesa ti avrebbe protetta, che lei ancora verschlafen… mezzo addormentata.»
«Non capisco, di cosa parli?» È un pezzo dei randelli, quello che ha raccolto? Ma quel legno era inciso, e questo sembra solo il frammento di un ciocco.
«Hai incontrato qualcuno oggi, sì? Donna, gentile, mezza capra. Il Cronista si arrabbierà con me, devi dirglielo che non c’entro.»
«Il Cronista? Quello di internet?»
Mi aiuta a rimettermi in piedi, mi sostiene quando barcollo. «Dobbiamo andare da lui, subito.»
«No. No!» Cerco di allontanarlo, ma tutte le forze sembrano avermi abbandonata. «Non so cosa sia questa storia e non vado da nessuna parte. Devo restare con Giu, spiegare cos’è successo.»
«Spiegare che? Non sai niente» insiste l’uomo.
Stronzate. So cosa ho visto. So cosa è successo nella mia testa. So che, quando lo racconterò, mi prenderanno per pazza. Che diranno che ho ucciso mio fratello, e che potrebbe essere vero. So che finirò in una clinica psichiatrica come mia madre, se decideranno che sono troppo matta per il carcere. E se ho fatto davvero quello che credo sarebbe la cosa migliore, per me, per tutti…
«Non hai fatto niente. Il Cronista te lo spiegherà. Lui fa capire le cose più difficili.» Come fa questo tizio a rispondere ai miei pensieri? «Lui voleva aiutare Giulio. Mi ha mandato qui per questo. Ora aiuterà te.»
«Ma chi cazzo sei tu?»
«Non ho ancora deciso. Allora?»
Abbasso lo sguardo su Giu. Posso fermarmi ora. Fare la scelta ragionevole. Pagare per quello che è successo, ammettere che la nostra è una famiglia di folli pericolosi e porre fine a tutto.
O posso provare a credergli, per una volta. La prima e l’ultima.
Non ho bisogno di dire niente. L’uomo annuisce soddisfatto e mi guida verso le scale.
«Se questo è un trucco, se c’entrate qualcosa con quello che è successo» trovo la forza di sussurrargli «vi ucciderò. Te e chiunque sia questo Cronista di merda.»
«So che lo farai. Sei l’Inhaber di quella spada.» Si ferma. «Dobbiamo portarla con noi. Non possiamo lasciarla qui.»
Le voci nella testa. La gioia che ho provato uccidendo. Ripensarci mi fa tornare la nausea. «Prendila tu, se ci tieni. Io quella cosa maledetta non la tocco più. Giuro, mai più.»

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