Intermezzo – Santi con la spada (prima parte)

«Ha chiamato la zia. Ieri notte mamma…» Non ho bisogno di dire altro. Quando uso il tono da sorella maggiore sa che parlo sul serio.
Giulio non si volta, ma la testa gli sprofonda tra le spalle e il ticchettio della tastiera del pc si interrompe. 
«Alla fine l’hanno fatto.» La sua voce è quella di sempre. Nessun singhiozzo, nessun tremore. «L’hanno avvelenata.»
«Ma cosa dici?»
«Tutte quelle pillole, giorno dopo giorno… lo sapevo…»
Mi avvicino a lui, piano. «Non era veleno, erano medicine.» Gli sfioro con le dita i capelli cortissimi. «La stavano curando.»
«Non aveva bisogno di essere curata.» Piega all’indietro la testa, per fissarmi. I suoi occhi sembrano piccoli, in quel volto largo, e chiarissimi. Gli occhi di nostra madre. «Non stava male.»
«Sì invece, lo sai anche tu.» Aggrotta la fronte, e torna a guardare lo schermo. Un forum, credo, dai colori troppo scuri e su cui si alternano muri di testo giallo e verde acido. Trattengo un sospiro. «Ci aspettano per il funerale, dovremo partire…»
«No.»
Serro i pugni. Sapevo che ci sarebbero stati problemi, ma il suo rifiuto è stato più rapido e netto di quanto mi aspettassi. «Che vuol dire, no?»
«Non posso lasciare questo posto. Mamma non vuole.»
«Voleva» lo correggo, e devo ingoiare il groppo che mi sale in gola. «È solo per un paio di giorni, e ci sarò io con te, tutto il tempo. Non vuoi salutarla?»
«Qui sono al sicuro.» Batte un paio di tasti, senza convinzione. «Solo qui.»
Mi guardo attorno. La camera è così ordinata da far dubitare che qualcuno ci viva dentro. Non c’è un calzino o una maglietta lasciata in giro, il letto è rifatto perfettamente, il pavimento lucido, il mobilio profuma di limone. «Giu, è solo una stanza in un pensionato di preti.» Il crocifisso sopra la porta d’ingresso è in immacolata plastica bianca, come il rosario nella scatola sul comodino. L’unica cosa a sapere di vecchio sono le stampe ingiallite appese in cornicette di legno consunte. Di vecchio e di famiglia. «A casa con me saresti al sicuro quanto qui.»
Capisco il mio errore solo quando lui inizia a scuotere rapidamente la testa. “Casa” e “sicurezza” non sono concetti che vanno d’accordo. «Qui ho loro.» I suoi occhi corrono ai quadretti alle pareti. Si somigliano tutti, quei santi con la spada e l’armatura da pupi siciliani, ma non faccio nessuna fatica a distinguerli. Giorgio, Martino, Michele, Alfredo, Giovanna. Giulio il Veterano, con una divisa da legionario romano dagli improbabili colori pastello. Il beato Gerardo, con la croce di San Giovanni bianca sulle vesti nere. L’intera maledetta collezione.
«Come li hai trovati?»
«I padri di qui mi hanno aiutato, quando gliel’ho chiesto.» Il suo tono si fa accusatorio. «Non avresti dovuto buttare via quelli di mamma.»
Mi prendo un momento per scartare le prime repliche che mi vengono in mente. Mi disgustavano. Non riuscivo più a sopportare di vederli. Avevano già fatto abbastanza male a te e a lei. «Ormai si erano rovinati, non aveva più senso conservarli» borbotto.
«Ma se volevi dare via anche la spada!»
«Ti hanno fatto tenere quel rottame?» Non riesco a trattenere un lamento di frustrazione, quando annuisce.
«È un reperto storico e un cimelio di famiglia. È stata usata dagli…»
«È un pezzo di ruggine scadente, che nonno ha raccattato chissà dove e su cui papà raccontava storie» sbotto. «E dopo che lei ci si è fissata in quel modo, tu ancora…»
«Fissata?» Si alza dalla sedia di scatto, rovesciandola a terra. Mi supera in altezza da quando andava in seconda media, ma ora è molto più magro dell’ultima volta che l’ho visto. Con quelle occhiaie profonde e il volto segnato da rughe vecchie e nuove sembra avere dieci anni più di me, invece di quattro in meno. «Lei ci ha protetto. Ci ha sempre difeso!» La sua voce si rompe quando cerca di alzarla, e la sua mano trema, mentre mi punta un dito contro. «E tu non hai fatto niente quando le hanno dato della pazza e l’hanno rinchiusa!»
«Aveva bisogno di aiuto, e anche…» Mi mordo le labbra, prima di aggiungere un “tu” alla frase.
«Lei era stata benedetta, vedeva e sentiva cose invisibili agli altri. Era un dono di Dio, è stata una bestemmia pensare di doverlo curare.» Sembra accorgersi solo ora di aver fatto cadere la sedia. La raddrizza con un sospiro. «Non venirmi a dire che non è stato quello che l’ha uccisa. Lo dice anche il Cronista che la normalizzazione…»
«E adesso questo chi è?»
«Un amico. Uno che capisce. Ci parlo su internet» borbotta, un po’ imbarazzato.
«Insomma, è un estraneo a cui racconti i cazzi tuoi. Ma come ti viene in mente? E sarei io a metterti in pericolo?»
«Lui sa! Mi dà consigli, mi aiuta a… »
«Devi smetterla di stare sempre attaccato a quell’affare. Non ti fa bene, e il prete all’ingresso si è lamentato delle spese e dei problemi col telefono. Dobbiamo stare attenti ai soldi, soprattutto ora.»
Invece di rispondere si mette a sedere, voltandomi le spalle. Valuto l’ipotesi di tirargli una sberla sulla testa, come facevo quando eravamo piccoli.
«Di cosa parlate tu e questo… come si chiama?» chiedo invece, sforzandomi di suonare tranquilla.
«Cronista.» Batte svogliato qualche tasto sul computer. «Di un po’ di tutto. Le cose che mi sono successe,  quello che dice mamma…»
«Diceva.»
La mia precisazione lo fa esitare, ma prosegue. «Anche lui sa. I demoni, le persone che mi seguono.» Abbassa la voce fino a sussurrare. «La grande cospirazione.»
Scuoto la testa. «Ne abbiamo già parlato tante volte. Quelle cose non esistono. Certe volte può capitare di sbagliarsi e credere di vederle, ma non ci sono davvero.»
«Alcune le abbiamo viste insieme, però.» Il suo tono si è fatto sottile, lamentoso. «Da piccoli.»
«Sì.» Provo sempre a girare attorno a quei ricordi, ma sono un muro contro cui continuo ad andare a sbattere. Chiudo gli occhi per resistere all’impatto. Mia madre che mi strappa dal letto in piena notte, con Giu che già le piange tra le braccia. Il suo sussurrare terrorizzato mentre mi trascina in un angolo del soggiorno e mi mette un santino tra le mani. Le preghiere biascicate a fatica, fissando la porta chiusa e gli angoli bui, sobbalzando a ogni scricchiolio. Lei che mi ripete nelle orecchie “arrivano, Dio proteggici, arrivano…” «Ma eravamo solo bambini spaventati, con un sacco d’immaginazione.»
«È comodo così, eh? Fare finta che fosse tutta fantasia e accusare lei. Dire quello che tutti vogliono sentirsi dire e lasciarla pagare per cose di cui non ha colpa, come se fosse stata una cattiva madre, mentre tu vai avanti con la tua vita e te ne freghi.»
«Me ne frego?» Questa volta la mano la sollevo, ma riesco a trattenermi prima di colpirlo. «Io? Chi cazzo è che si è sempre preso cura di voi, stronzo ingrato?» Afferro la sedia e la scuoto. Lui china la testa, spaventato. Non dovrei gridargli contro, lo so. Non dovrei approfittarmene. Però… «Dove saresti finito se non ci fossi stata io a badare a te quando lei perdeva il controllo? E lei, senza di me a tenere lontane le merde che volevano prendersi tutto quello che papà ci ha lasciato? È morta e non ho potuto neanche vederla e dirle addio perché ero troppo impegnata a farmi il culo per…» Un singhiozzo interrompe le mie parole. Non riesco a decidere la ragione delle lacrime che mi scendono lungo il volto. Rabbia? Esasperazione? Di certo non dolore…
Giulio resta in silenzio per un tempo che sembra interminabile. E alla fine mormora «Vai via.» Ricomincia a battere sulla tastiera, il più velocemente e rumorosamente possibile. «Non vengo da nessuna parte con te.» 

Il cortile del pensionato è assolato e caldo come un forno. Mi sembra di essere sul punto di prendere fuoco, a restare ferma qui nei miei abiti neri. Anche il prete, che mi ha inseguito lungo le scale e alla fine è riuscito a bloccarmi, sembra messo in difficoltà dal clima.
«Signora, ho sentito che c’è stata un po’ di discussione con Giulio. Va tutto bene?»
Signora? Resisto all’impulso di voltarmi per essere sicura che non ci sia un’altra donna dietro di me. «Tutto a posto. Piccole questioni di famiglia che andavano risolte.» Spero che gli occhiali da sole che nascondono gli occhi arrossati e il trucco rovinato aiutino a dare un po’ di dignità a questa balla.
«Quando si affronta una perdita così grave come quella di un genitore può capitare che emergano delle tensioni» continua lui, con aria seria. Annaspo in un attimo di panico. Quanto è rimasto a origliare? Cos’ha sentito? «Se può essere utile una parola, il conforto di una preghiera, io…»
«Non sarà necessario, grazie» taglio corto, più brusca del necessario.
«Sì, bene.» Deglutisce, sorpreso e offeso. Mi chiedo se reagirebbe, se non fossi io quella che paga per Giulio. «Il viaggio a cui aveva accennato quando ha chiamato, invece, si farà comunque?»
«Certo.» Lascerò calmare mio fratello e tornerò a parlargli tra qualche ora. Capirà. Se mancasse al funerale finirebbe per pentirsene, e non se lo perdonerebbe mai. «Forse partiremo un po’ più tardi del previsto, però.»
Il sacerdote annuisce, ed esita un istante prima di riprendere a parlare. Credo sia perché è alla ricerca delle parole giuste per affrontare una questione di soldi. Approfitto di quel momento per salutarlo, in un tono più educato di quello tenuto finora, e filarmela il più in fretta possibile. Lo sento balbettare qualcosa, ma non mi volto.
Oltre il cancello il paese è un’impressione di pietra bianca resa accecante dal sole, e verde attraente e ronzante di alberi che si arrampicano sulle alture circostanti o scendono spericolato verso valle. Non c’è una strada che non sia stretta e inclinata, o da cui non sia possibile vedere una delle tozze torri che svettano al di sopra delle vecchie case.
Mi appoggio alla mia auto, misericordiosamente parcheggiata in una chiazza d’ombra. Guidare fino alla civiltà e tornare quassù più tardi non è un’opzione, ci metterei troppo. Chissà se da qualche parte qui attorno c’è un ristorante, un bar, o un qualunque altro posto in cui sfuggire dal caldo…
«Le chiese sono fresche.» La voce di un uomo dal forte accento straniero, forse tedesco. Due grossi baffi, barba di tre giorni e aria trascurata, affacciato al finestrino di un’Uno rossa che ha fermato per rivolgermi la parola. Dalla radio arrivano le note di quell’insopportabile canzone spagnola simile a una filastrocca che ultimamente si sente ovunque.
«Cosa?»
«È pericoloso stare ferma sotto il sole. La testa…» Si tira dei colpetti sulla fronte col palmo della mano. «Ci sono chiese vicine.» Indica una stradina che si arrampica verso il centro del paese, poco distante. «Fresche, belle. Kostenlos
«Oh. Grazie.» Mi sento davvero stupida ad aver creduto, per un istante, che potesse aver risposto al mio pensiero. «Penso che ci andrò.»
L’uomo annuisce, soddisfatto. Non accenna a ripartire, e solo adesso mi rendo conto di quanto questo posto sembri maledettamente solitario, e di quanto lui sia più grosso di me. Prendo la strada che mi ha suggerito, percorrendola in fretta, respiro trattenuto e orecchie tese, sforzandomi di non voltarmi a controllare che non mi stia seguendo.
Le spagnole mi accompagnano con la loro interminabile cantilena fin quasi in cima alla salita, quando finalmente sento l’auto mettersi in moto e allontanarsi. E il sollievo aumenta quando vedo che nella piazzetta in cui sono diretta ci sono altre persone. Due uomini anziani siedono dietro un banchetto di frutta e verdura dall’aria improvvisata, e una donna un po’ più vecchia di me sta passeggiando poco più in là. Si porta dietro, legata a una corda a mo’ di guinzaglio, una capra bianca, che si ferma di tanto in tanto a brucare l’erba cresciuta tra le sconnessioni della pavimentazione. I fruttivendoli non sembrano farci caso, da queste parti non dev’essere una cosa insolita quanto lo sembra a me.
Qui gli edifici sono abbastanza vicini l’uno all’altro da produrre un po’ d’ombra, ma l’aria che intrappolano forma comunque una cappa soffocante. C’è davvero quella che sembra una piccola chiesa, in cima a una brevissima scalinata, ma le porte di legno sono chiuse, e non si smuovono quando le spingo.
Mi butto a sedere su un gradino. Mi sento sfinita. Da quando ho ricevuto quella chiamata dall’ospedale, prima dell’alba, non mi sono fermata un attimo. La chiamata…
Strofino la mani sugli occhi e ricaccio indietro le lacrime. Perché cazzo sto piangendo di nuovo? Lei non mi è mai mancata, negli anni che abbiamo passato lontane. Sono stata meglio senza di lei, e anche Giu. In clinica, quando andavo a trovarla, mi sembrava di parlare con un’estranea, anche dopo che aveva iniziato a stare meglio. Anzi, soprattutto dopo. Quella donna invecchiata e magra che sorrideva sempre, si muoveva piano e parlava a bassa voce non era mia madre. L’ultima volta che l’ho vista, un paio di mesi fa, abbiamo chiacchierato di sciocchezze per quasi un’ora, e per tutto il tempo ha continuato a fissare qualcosa fuori dalla finestra. Non mi ha mai guardato.
Neanche per un’ultima volta…
«Tutto bene? Hai bisogno d’aiuto?» La donna con la capra è china su di me. Ha tratti forti, un sorriso gentile e capelli castani con ciocche tinte di rosso, raccolti sopra la testa con un grosso foulard a motivi etnici. Top, pantaloni di stoffa larghi, sandali, un profumo dolce che non riesco a identificare, una cascata di collane di legno e catenine con cristalli. Una fanatica new age  fuori tempo massimo.
«Sì, io…» Appena apro la bocca per parlare sento sulla lingua il sapore amaro delle lacrime. Ho continuato a piangere senza neanche accorgermene. La donna mi passa un fazzoletto di carta, e lo accetto con un cenno di ringraziamento. «Non è niente, davvero» continuo, cercando di rimettermi in sesto.
«A guardarlo da fuori non si direbbe, ma quello laggiù» indica una porta chiusa solo da una tenda a perline, sul lato più lontano della piazza «è un bar. Ti ci accompagno? Così prendi un bicchiere d’acqua… o qualunque cosa pensi possa servirti bere adesso.»
La capra bela, e dà quasi l’impressione di volermi incoraggiare ad accettare. Ma posso farcela da sola, e non ho nessuna intenzione, ora come ora, di avere a che fare con estranei…
E mi ritrovo che mi sto alzando per seguirla, senza una vera ragione per farlo. Cazzo, devo essere ancora più stanca di quanto credessi.
«Comunque io sono Jana» continua lei, porgendomi la mano per aiutarmi a rimettermi in piedi. Non ne ho bisogno, ma la afferro lo stesso, istintivamente. C’è qualcosa di confortante in quel contatto.
«Piacere, Emilia» comincio, e mi blocco subito. Di solito mi piace il mio nome completo, ma in questo momento mi suona troppo formale e distante. «Ma di solito mi chiamano Mila.»

(continua qui)

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