Fabula IV (prima parte)

Non riesco a decidere cosa questo sotterraneo sia stato, in origine. Un magazzino? Il piano interrato di un condominio? L’ingresso di un garage? Se c’erano elementi che ne rendevano chiara la funzione, sono stati abbattuti ed eliminati nel corso della sua trasformazione in una cripta.
L’aria sa di chiuso, polvere, cera e piante appassite. Tutt’intorno a me, montati su tavolini pieghevoli, ci sono altarini dedicati ai defunti: una foto incorniciata di un volto sorridente, quattro o cinque candele accese, vecchi fiori infilati in vasetti colmi d’acqua. E, qua e là, in piedi accanto al proprio sacrario, i vurdalak che sono venuti ad accogliermi.
Non sono decisamente vampiri alla Gary Oldman. Questi uomini e donne hanno un aspetto ordinario, a volte insignificante. Molti sembrano avanti con gli anni, e, benché le immagini che li ritraggono a volte sembrino risalire al pre-Frattura, tutti appaiono identici alla loro versione nelle foto, a parte il pallore, gli occhi nascosti da lenti scure nonostante la penombra e le vistose cicatrici sulla gola.
Ma non è quello il dettaglio che mi metti i brividi. È la loro immobilità perfetta, non interrotta neanche dai minuscoli, involontari movimenti causati dal respirare. Non sono certo i primi non-morti che incontro, ma nessuno degli altri mi è mai sembrato tanto umano, reale, eppure così inequivocabilmente defunto.
Rumori dalla scala accanto a me. Sami la scende con prudenza, e sembra rilassarsi un po’ solo quando mi vede, sotto di lui. «Sei davvero qui, allora» commenta.
«Paura di non essere pagato se non mi riporti intera in ufficio?» chiedo, con tutta la leggerezza che riesco a impormi. Non c’è nulla di peggio che sembrare spaventati in un covo di predatori.
Il bel tipo atterra accanto a me, con un salto. «Sai, non voglio perdere così presto il nuovo lavoro.» Ce la sta mettendo tutta per restare tranquillo, ma quel tremito nella sua voce non è sfuggito a me, e di sicuro neanche ai succhiasangue qua attorno. Serro la presa sulla valigetta. Se decidessero di aggredirci, farei in tempo ad aprirla e recuperare qualcosa per difendermi?
«Venite.» La donna davanti a noi ha capelli neri, stretti in una coda un po’ storta da un elastico fucsia, pantofole ai piedi, forme affogate in un tutone blu e azzurro. Era dall’altra parte della stanza un attimo fa, e non l’ho neanche vista muoversi. Direi che questo risponde alla mia domanda. «Vi porto dal Catapano.»
«Grazie» mormora incerto Sami, incamminandosi dietro la vampira, e lo lascio andare per primo. Sono sicura che qualcuno del nostro comitato di accoglienza ci seguirà, e preferisco essere in una posizione da cui posso guardargli, e guardarmi, le spalle.
Il percorso è lungo e tortuoso, e ci metto poco a perdere l’orientamento. Tutto qui sotto sembra identico, e a ogni svolta ho l’impressione di essere già passata per quella sala o corridoio. Attraversiamo una serie di stanze molto simili alla prima, anche se meno popolate. I non-morti che incontriamo si stanno prendendo cura degli altari alla loro vita perduta e sollevano la testa mentre passiamo, puntando su di noi i loro occhiali da sole in assoluto silenzio. Avrei l’impressione di essere in un tempio, se non sapessi cosa nasconde questa quiete.
Dietro le porte chiuse che superiamo potrebbero esserci i laboratori in cui il polveroso icore dei vurdalak viene distillato e tagliato, per ottenere una sostanza venduta a caro prezzo sulle strade a chi vuole provare l’ebbrezza di sentirsi un mostro per qualche minuto, senza affrontare il dolore e l’ineluttabilità della trasformazione. O le stanze in cui i vampiri dall’aspetto più giovanile si riposano in attesa del buio, per poi scivolare nelle case della Feconda gestite dai non-morti, in cui  è possibile pagare sesso e dolore con un prelievo di sangue. Oppure, più banalmente, gli arsenali di mazze, lame e catene per le lotte coi Cacciatori di Anime, i Variaghi o qualunque altra banda che stia passando una settimana di manie di grandezza, per il controllo della zona di confine tra la città e la Fascia Desolata.
Tutte attività sufficientemente ai limiti della legalità da mettere il Catapano sulla lista nera del Tribuno, ma non abbastanza da fornirci un pretesto per spazzarlo via senza conseguenze. Quello che, invece, non si trova di sicuro qui sono i luoghi, lontani da occhi indiscreti, in cui i nemici dei vurdalak vengono dilaniati a morsi e dissanguati. Quelle cose avvengono nella Fascia, dove i cadaveri freschi sono uno spettacolo frequente ed è quasi impossibile trovare prove che confermino un sospetto.
La nostra guida si ferma, e noi la imitiamo. Sento dei fruscii dietro di me, ma quando mi volto non vedo nessuno.
«Qui» dice la vampira, aprendo una porticina di legno davanti a cui credo di essere già passata almeno tre volte, e che deve essere più pesante di quanto sembri, vista la fatica che fa a spostarla.
«Questa poi…» mormora Sami.
Oltre la soglia, le piastrelle luride e sconnesse del pavimento su cui abbiamo camminato finora lasciano il posto a lucidissimo parquet scuro, su cui si riflettono piccoli fuochi fatui intrappolati in globi di plastica trasparente che pendono dal soffitto. La loro gelida luce azzurra colora tutto ciò che tocca, come un leggero strato di vernice. Non c’è traccia di polvere sui bassi mobili, vetrinette cariche di libri e ordinati raccoglitori, che costeggiano le pareti prive di crepe e macchie.
«Avanti, avanti.» La voce che arriva dalla stanza è un sussurro appena comprensibile. La vampira batte una pantofola a terra, con impazienza. Entro, facendo cenno a Sami di seguirmi.
La porta sbatte dietro di noi, e per un attimo sento il pavimento tremare. Ogni mio istinto sta urlando “è una trappola”. Abbasso lo sguardo sulla valigetta. «Mi servono i guanti» borbotto.
«No. Non devi fare nulla che possa sembrare ostile» replica il bel tipo, a voce ancora più bassa della mia. «E guarda che non è detto che lui non riesca a sentirci.»
«Oh.» Mi mordo le labbra, e lancio una rapida occhiata tutt’attorno. I fuochi fatui creano lunghe ombre e riflessi inaspettati, ma la stanza in sé non sembra avere nulla di speciale. Ha un’aria da ufficio pretenzioso, tirato a lucido per fare bella impressione sui visitatori ma comunque accogliente quanto la sala d’aspetto di un dentista.
Del resto neanche l’uomo seduto dietro la piccola scrivania che riusciamo a raggiungere solo dopo un elaborato percorso forzato tra scaffali, tavolinetti e colonne, e che sospetto serva a obbligarci a disegnare coi nostri passi un qualche tipo di sigillo, è particolarmente impressionante. Ero consapevole che la prima immagine che mi era venuta in mente alle parole “boss dei vampiri”, un incrocio tra Al Pacino e Bela Lugosi, si sarebbe rivelata irrealistica, ma solo quando il Catapano si alza in piedi per accoglierci mi rendo conto di quanto.
Il vurdalak è più basso di me di una quindicina di centimetri, ha un ciuffo disordinato di capelli neri sulla testa, profonde borse sotto gli occhi e guance cadenti. Indossa jeans sformati e una giacca di panno dal colore difficile da riconoscere, sotto questa luce, ma che credo sia di una qualche sfumatura di verde. E immagino che il suo sorriso sembrerebbe gentile e impacciato, se non fosse per le cicatrici.
Le sue non sono sul collo, come quelle degli altri vampiri, e non sono state lasciate da morsi. Il reticolo di dozzine di sottili linee bianche che gli attraversa la guancia destra, dalla tempia fin sotto il mento, è opera di strumenti chirurgici.
«Buongiorno!» Il Catapano parla aprendo la bocca il minimo indispensabile. O forse al massimo delle sue possibilità. «Scusatemi se non vi stringo la mano…» Solleva le sue, tozze e grassocce, e ce le sventola davanti. «Non a tutti piace toccare quelli come me.»
«Nessun problema, signore» risponde Sami, e da come sorride e si muove ora sembra già sentirsi più a suo agio «Avere la possibilità di…»
«E le luci!» Il vampiro prosegue come se non lo avesse sentito. «So che possono dare fastidio a chi non ci è abituato, ma sia i miei occhi che i miei libri sono troppo delicati per le fiamme delle candele.» Indica il globo che pende proprio sopra la scrivania. «È strano anche per me, usare degli spiriti per l’illuminazione, ma brucerebbero anche se non lo facessero qui dentro, giusto?»
«Beh, sì…» Sami riesce a malapena a infilare quei monosillabi nel monologo del non-morto, prima di venire interrotto ancora.
«Oh, ma non vi ho neanche fatto sedere, sono davvero… Devono esserci delle sedie pieghevoli da qualche parte…» borbotta, iniziando a guardarsi attorno.
«Davvero, non serve. Non abbiamo intenzione di trattenerci a lungo» intervengo, più bruscamente del necessario. Sami mi lancia un’occhiataccia, a cui replico con una scrollata di spalle. Non ho intenzione di dare corda a un vampiro logorroico.
«Certo che dovete. Sono così contento di avervi qui!» Il Catapano inizia a correre per la stanza, fermandosi di tanto in tanto per esaminare con cura un anfratto tra i mobili, o per sbirciare dietro una colonna. «Siete famosi, voi due. La Furia che ha tenuto testa a Delfine, e l’uomo che ha tradito la causa della lotta allo status quo pur di seguirla.» Il mio compagno aggrotta la fronte a quelle parole. «I cani sciolti del Tribuno, che battono periferie e bassifondi senza sosta, cercando di regolare i conti in sospeso con la drakaina e schiacciando i suoi agenti, quando li scovano. Gli spauracchi dei mostri della Fascia Desolata.» Si volta verso di noi e sorride. Le labbra si sollevano a malapena, ma abbastanza da scoprire la punta di una zanna, sul lato sinistro della bocca. Su quello destro intravedo solo una cavità scura.
«Questa è un’idea imprecisa del nostro lavoro.» Anche Sami sta finalmente iniziando a innervosirsi? La sua voce non è più rilassata come prima. «Noi stiamo cercando di capire, di comunicare con…»
«Non dovete preoccuparvi, il mio era un complimento. Mi piace un po’ di romanticismo, un po’ di dramma. Se non fosse così non avrei scelto questo quartiere, o il nome che porto. E non siete certo i primi spauracchi che incontro…» Senza pensarci, come per un riflesso, si porta una mano alla guancia coperta di cicatrici.
Pare che il Catapano sia stato il primo “vero” vampiro comparso in città. Il primo di cui sappiamo qualcosa, perlomeno. Nel suo fascicolo è registrato un ricovero forzato, subito dopo la trasformazione e prima che, secondo l’abitudine dei vurdalak, uccidesse e tramutasse in non-morti tutti i suoi familiari. Si sospettava fosse un cambiato, all’epoca.
Cazzo, non ho nessuna speranza di riuscire a intimidire qualcuno che è passato per il tavolo operatorio del Professore ed è in grado di raccontarlo.
«Il primo con cui ho avuto a che fare mi ha reso difficile parlare, la mia più grande passione, assieme alla storia. E adesso nutrirmi è complicato, doloroso. E questo corpo non dovrebbe neanche essere in grado di provare dolore!» continua il vampiro. Sembra aver rinunciato alla ricerca delle sedie. «Però mi ha anche dato cose che prima non avevo. Carisma. Una reputazione. Quando fai quello che devi, nonostante lo spauracchio abbia cercato di fermarti, quelli che temono lui iniziano a rispettare te.» Il suo tono si è fatto più lento, adesso, più deciso. «È così che ho ottenuto tutto quello che ho.» I suoi occhi si fissano nei miei. Non batte le palpebre, mai. «Averne altri due che si presentano a me con umiltà, chiedendo cortesemente udienza secondo i canali giusti, come avete fatto voi, fa sicuramente bene ai miei affari. Per questo ci ho tenuto che tutti vi vedessero, nel bar e qui sotto.»
«L’Ufficio del Tribuno è sempre felice di dare una mano» dico, e intanto sollevo la valigetta, con noncuranza, distrattamente. Non mi piace il suo discorso. E soprattutto non mi piace come mi guarda.
«E magari potremmo aiutarci a vicenda in maniera ancora più efficace» continua Sami. Bravo, tienilo occupato. Devo solo aprire questo affare, prendere guanti e fiale. «Una collaborazione sarebbe…»
Sento uno spostamento d’aria, quando il vampiro mi passa accanto, uno strattone quando mi sfila la valigetta dalle mani. Ma non riesco a vederlo. Quando tento di reagire, è già alle mie spalle.
«Ma quanto rispetto in più» continua, come se non avesse mai interrotto il suo discorso «otterrei, se riuscissi a fare quello che a Delfine non è riuscito?» Giro su me stessa caricando un calcio, ma la mia gamba attraversa solo aria. Sami grida. Il vurdalak ora è dietro di lui e lo ha afferrato per i capelli, costringendolo a piegarsi all’indietro, scoprendogli la gola. «Cosa succederebbe, se bevessi il vostro sangue?»

(continua qui)

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