Fabula III (seconda parte)

(continua da qui)

L’aria si anima, trema come acqua, si riempie dei riverberi della sottilissima, delicata trama di magia che sembra pervadere ogni cosa in città, appena sotto lo strato più superficiale di realtà. Scivola attraverso i muri, cristallizzandosi in complessi modelli geometrici su più livelli, tanto da farmi sospettare che questo edificio non abbia ancora finito di materializzarsi del tutto. Vibra e scintilla quando il passaggio delle frecce magiche del mio collega solleva onde nella sua struttura. Si avvolge intorno al lemure come un filo dorato che lega tra loro le vesti, l’arma, ciò che la creatura spaccia per un corpo, e si annoda attorno e sotto la maschera in un nucleo di energia arcana, sigilli necromantici e disperata ostinazione a esistere nonostante tutto.
Non siamo una minaccia. Cerco di trasmettere il concetto allo spettro, di farlo risuonare nella sua mente al di sopra dei ruggiti della rabbia e dell’eco della disperazione, facendolo correre lungo il filo che tiene insieme la sua essenza. So che da qualche parte in lui c’è un barlume di coscienza, la capacità di ascoltare, comprendere e ragionare. Non volevamo invadere il vostro territorio. Se mi spingo abbastanza a fondo posso raggiungerla. Noi vogliamo solo…
La maschera si abbatte sul mio naso. Un crack sinistro che viene annegato in un’ondata di dolore. Crollo a terra reggendomi il volto, mentre il sangue mi scivola viscido tra le dita. Attraverso le lacrime che mi stanno riempiendo gli occhi vedo il lemure sollevare la lancia, deciso a trafiggermi. Se riuscissi a sfiorare la trama, ad allentare solo un po’ il legame che mantiene lo spettro in quella forma fisica, potrei farlo svanire, renderlo immateriale per il tempo sufficiente a metterci in salvo.
Ma i filamenti di magia si sottraggono al mio tocco, si fanno inconsistenti, sfuggenti. Anche impegnandomi con tutte le forze, anche sapendo che ne va della mia vita, non riesco a manipolarli neanche quel tanto che basterebbe a fermare l’arma che scende rapida su di me…
…ma abbastanza da deviarla e farla sbattere sul pavimento proprio accanto alla mia gola. Merda, ho ricordi confusi di quella notte di due mesi fa, ma sono certo che manipolare la magia della città non mi fosse sembrato così difficile, allora.
Beh, ci penserò più tardi. Ora devo approfittare dell’attimo di confusione del fantasma. Aggrapparmi alle sue braccia per bloccarle, anche se vuol dire essere trascinato di peso verso l’alto e sbattuto di nuovo contro il muro. Sarò felicissimo di svegliarmi ululando di dolore, domattina, se riuscirò ad arrivarci.
«Cazzo, non ce la faccio più!» Credo che Spina stia provando a gridare, ma la sua voce suona solo come un lamento sfinito. «Continua a rialzarsi, non ci riesco a stenderlo, non ci riesco…» Sembra stia per scoppiare a piangere.
«Ancora un ultimo sforzo!» provo a incoraggiarlo. Nella mente del lemure, appena oltre l’irresistibile bisogno di ucciderci, ora riesco a sentire insinuarsi il dubbio. Sa che avrebbe dovuto passarmi da parte a parte, poco fa. Non riesce a capire come abbia potuto sbagliare, ha paura che possa succedere di nuovo. E sente la pressione montante dell’esorcismo di Ucci.
«Imperat tibi majestas Deorum, omniumque Dearum Mysteriorum virtus.» La formula è al suo culmine. Di solito, arrivati a questo punto, tutti quelli che la recitano finiscono con l’urlare, ma non lei. La pronuncia come fosse una constatazione, un evidente, innegabile dato di fatto. «Ego te exorcizo.»
E il suo metodo funziona. Lo spettro vacilla, la sua stretta si fa più debole. È troppo forte per essere bandito da questo luogo con un esorcismo improvvisato, ma è comunque costretto ad arretrare. Mi trascina con sé verso la porta, dove il suo compagno si sta rialzando da terra ancora una volta, e io non oppongo resistenza. Non voglio perdere il contatto con lui.
Un tonfo mi fa capire che Spina ha raggiunto il suo limite, e anche Ucci ormai ha fatto tutto quello che poteva fare. Ora tocca a me.
Siamo più difficili da ammazzare di quanto pensassi, vero? Abbatto quel che resta delle mie barriere. Smetto di oppormi al lemure, alla gelida ferocia del suo spirito non-morto, e inizio ad assorbirla, a farla mia. Mi nutro del suo potere. Altri come te hanno provato a uccidermi. Quando torno a fissarlo negli occhi so che questa volta nel mio sguardo può vedere una sete di sangue che riconosce. Strappo dalla mia memoria ricordi da offrirgli in pasto, immagini dei suoi simili caduti attorno a me, di maschere infrante e corpi ectoplasmici bruciati. Non è finita bene per loro.
Non è un canale a senso unico, quello che sto utilizzando. Il fantasma mi risponde coi suoi ricordi di violenza, memorie di vita e non-vita mescolate senza che sia più possibile distinguerle. Una battaglia su una piana assolata, urla, spinte, polvere, lame che affondano alla cieca tra corpi ammassati, sperando che quello che schizza alto sia il sangue di un nemico. Una segreta illuminata da lampade a olio, un ragazzino calvo che non dovrebbe essere lì, le sue lacrime che si raccolgono sul pavimento di pietra mentre viene ucciso piano, molto piano, proprio come ha detto il padrone. Grossi uccelli neri che divorano feriti ancora aggrappati alla vita, guerrieri sconfitti a cui dare il colpo di grazia in fretta, senza gioia, perché quello che importa è che all’alba ne arriveranno altri. L’uomo coi coltelli e la pistola che ha riso quando la padrona gli ha detto che avrebbe pagato per ciò che le aveva fatto, ma che ora sta morendo troppo in fretta per darle la soddisfazione che cerca. E poi i tre soldati… l’anziana e i suoi nipoti… l’uomo senza collo con una serpe che gli spunta dal petto… la coppia nella pineta…
Ripeto il mio nome, ricordo a me stesso chi sono, per non finire col perdermi in quel flusso incessante di immagini di morte. Chiudo gli occhi anche se so che non servirà a nulla, stringo i denti, trattengo le urla e le lacrime. Non posso permettermi di farmi respingere, di fuggire da quell’orrore…
Sì, sai uccidere anche tu. È tutto quello che i lemuri sanno fare, ciò che della loro vita si sono portati dietro nella morte. Oltre, in mancanza di un mago che gli assegni dei compiti, c’è solo l’ignoto, la mancanza di scopo, la consapevolezza della fine. Ma non ce la farai con me. E loro ne sono terrorizzati. Non possono smettere di combattere perché con la lotta potrebbe cessare anche la loro esistenza. Se mi affronti, io ti finirò.
Non mi crede, ovviamente. Sta iniziando a chiudersi, a tagliarmi fuori dal flusso dei suoi pensieri. Stringe la presa sulle mie mani, sento le sue intenzioni farsi di nuovo minacciose. Ho solo una frazione di secondo, prima che si liberi di me e unisca le forze col suo compagno per superare l’effetto purificatore dell’esorcismo e finire i miei colleghi.
E, nell’attimo che mi resta, gli mostro un ultimo ricordo.

«E sono andati via? Così, all’improvviso?»
Il Municipio 3 non si è ancora ripreso del tutto dall’incendio di due mesi fa. Un’intera ala dell’edificio principale è in ristrutturazione, e alcuni uffici sono stati spostati in sedi provvisorie. Quella degli operatori spiritici municipali è in una stanzetta appena sotto il livello della strada, che riceve luce da feritoie orizzontali all’altezza del marciapiede e riesce a essere afosa e soffocante anche se all’esterno si gela. In mancanza di spazio per le scrivanie, i faldoni di documenti scampati alle fiamme sono stati impilati per fungere da sgabelli e tavolini di fortuna, su cui mucchi disordinati di fogli più recenti si preparano a diventare nuovi mattoncini di quelle costruzioni.
In questo bivacco da scout-archivisti l’unico pezzo di arredo vero, la poltrona girevole del caposezione, sembra un oggetto alieno quasi quanto l’uomo che la occupa. Non conosco il suo vero nome, e, benché dicano sia qui da quando il Municipio è stato fondato, nessuno sembra saperne più di me. Tutti lo chiamano solo “il Merlo”. Immagino sia per il grosso naso a becco che domina il suo volto ancora più delle labbra spesse, quasi sempre atteggiate in una smorfia di disgusto, e che fa sembrare ancora più piccoli i suoi occhi scuri, persi in una fronte altissima e rugosa delimitata da una corona di capelli che gli arrivano alle spalle. Ha poco più di sessant’anni, ma, col suo panciotto damascato sotto la giacca, la cravatta a fiocco al collo della camicia e le dita ossute cariche di anelli d’oro sormontati da grosse gemme squadrate, sembra sforzarsi di dimostrarne almeno il doppio. Non sono ancora riuscito a scoprire come faccia a non grondare di sudore per tutto il tempo.
«Ah-ah» risponde Ucci, annuendo. È in piedi alla mia destra, e come al solito non fa nulla per nascondere la noia che le causano i rapporti post-missione. «Avranno avuto di meglio da fare.»
«Due lemuri hanno deciso di non uccidervi mentre eravate indifesi perché avevano di meglio da fare. Ovvio.» Il Merlo sposta lo sguardo su di me. «Sentiamo, è anche la tua ipotesi?»
Cerco di evitare i suoi occhi fissando l’impressionante sfilza di spillette raffiguranti croci greche e di Lorena, flora e fauna araldica, squadre, compassi e piramidi, che gli adornano entrambi i baveri della giacca. «Potrebbero essere stati spaventati da qualcosa» borbotto, titubante. Non posso fargli capire che so con certezza che è andata così. Non voglio dover rispondere alle domande che seguirebbero.
«Quindi sono stati gli spiriti a picchiarti?» mi chiede ancora. Porto istintivamente una mano al naso, e la ritraggo con un lamento. Annuisco. «E anche il moccioso?»
Lancio un’occhiata a Spina, alla mia sinistra. La borsa del ghiaccio che tiene premuta sull’occhio destro mi nasconde il suo volto. Sospiro. «No.» Quando il lemure è fuggito il legame tra noi si è interrotto. Ma la sua rabbia, la sua furia, il suo desiderio di distruzione erano ancora dentro di me. E il ragazzo è stato il primo ad avvicinarsi. «Io…»
«Agostino mi è caduto addosso durante la battaglia» mi interrompe Spina. Resto a fissarlo, incredulo. «Siamo finti a terra e ho sbattuto sul pavimento. È un impedito.»
«Dimmi qualcosa che non so» sbuffa il Merlo. «Basta, ne ho abbastanza, andate ai vostri posti. Finché non è pronto il verbale dell’ispezione da qui dentro non uscite. Se vi viene fame potete mangiarvi tra di voi.» La sedia si volta verso la pila di scartoffie appoggiate al muro che, in virtù della maggiore stabilità, il caposezione ha eletto come sua scrivania, mettendo fine al colloquio.
«Grazie» mormoro imbarazzato a Spina, mentre torniamo alle nostre postazioni improvvisate. «Mi spiace davvero tanto, quando ti ho colpito non ero in me, e…»
«Sì, ti ho creduto la prima volta che lo hai detto. E poi quei pugni li ho sentiti appena. Picchi come una ragazzina.» Si stringe nelle spalle e scopre l’occhio tumefatto, indicandolo con sufficienza. «Non sono una spia. E neanche un ingrato come quella stronza di cambiata.» Una delle matite verdi di Ucci, penso lanciata con tutta la forza della ragazza, gli rimbalza sulla testa, ma lui non si lascia interrompere. «Per quello che ho capito, te ne dovevo una. Sei tu che ci hai salvato oggi, anche se non ho idea di come cazzo hai fatto.»
«Mi sopravvaluti» replico. Non posso spiegare neanche a lui ciò che è successo. Non senza svelare cose che è molto meglio per tutti che nessuno venga a sapere.
E, dopotutto, non è che sia stato particolarmente eroico. Le probabilità che due lemuri così antichi e potenti, senza un necromante a dargli ordini, fossero sbandati dell’armata di spettri del Velato erano piuttosto alte. E ho abbastanza ricordi dello scontro con quel mago e della sua morte da poter convincere un fantasma non particolarmente acuto di essere stato io a sconfiggerlo. Sì, ho distrutto il tuo padrone. Uno dei maledetti 47. Se tu e il tuo compagno volete continuare a esistere è meglio che spariate subito da questo rione, perché state facendo arrabbiare l’operatore sbagliato.
Insomma, ho scommesso, bluffato e vinto. E mi sento uno schifo.
Un operatore decente non si sarebbe mai trovato costretto ad arrivare a tanto. Se mi fossi sbagliato, se quei due fossero stati i lemuri di qualunque altro delle decine di incantatori che vivono in questa città, avrei fatto ammazzare me e i ragazzi.
Merda. Perché quando lavoravo con Silva tutto sembrava così facile e naturale?
«Ah, dimenticavo!» La voce del Merlo ci costringe a voltarci. Non ha girato la sedia verso di noi, si limita a sventolare sopra la testa una busta gialla. «Ho già avvisato DaVinci e Linus, domattina vi voglio tutti operativi e presentabili. Perfino tu, orchessa.» Ucci solleva un sopracciglio. Penso che sia la sua versione di un’espressione indignata.
«Addirittura lei?» chiede Spina. «Che succede, il Tribuno viene a inaugurare i nuovi uffici e a tirarci fuori da questo cesso?»
«L’unico cesso qui è la tua bocca. No, imbecille, è lavoro.» Finalmente il capo volta la sedia verso di noi. I suoi occhietti ci passano in rassegna con sospettoso disprezzo. «Avete sentito della maledizione che si è mangiata un intero isolato, giù al Capro?»

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