Fabula III (prima parte)

L’edificio è comparso nel corso di una settimana, un po’ alla volta, facendosi spazio tra due palazzine senza disturbarne l’esistenza, sistemandosi in una di quelle tasche di realtà che la città sembra tenere da parte, ripiegate e nascoste, in attesa di trovare qualcosa di interessante da infilarci dentro.
Due piani, un minuscolo cortile sul retro, circondato da un’inferriata tutta ruggine, un incongruo tetto spiovente e, a piano terra, una vetrata ricoperta di fogli di giornale e un’insegna infranta, che indicava chissà quale negozio.
Esplorare le costruzioni apparse da poco e assicurarsi che non siano troppo pericolose per chi ci vive attorno è un’operazione talmente di routine che viene lasciata a noi operatori spiritici municipali. Di solito, appena comparse, sono relativamente sicure. Non hanno avuto il tempo di venire invase da chissà quale creatura, si portano dietro al massimo qualche piccola infestazione. Si fa un sopralluogo delle stanze, un elenco degli oggetti che folletti saccheggiatori e sciacalli umani, che in qualche modo riescono sempre ad arrivare per primi, non hanno portato via, se serve si improvvisa una veloce purificazione, si piazzano le protezioni standard. Poi si lascia che gli esperti di ley lines e gli architetti geomanti dell’ufficio urbanistica litighino su come l’edificio dovrebbe essere utilizzato. Quando riescono a mettersi d’accordo, nove volte su dieci scoprono che nel frattempo è già stato occupato da qualcuno o qualcosa, ed è più conveniente lasciare le cose come stanno.
Perlomeno, è così che mi era stata descritta la missione. E ovviamente tutto è andato a puttane dall’istante in cui siamo entrati in questo posto.
«Sentite anche voi odore di fantasma?» ha chiesto Ucci, annusando l’aria. E poi è stato solo rumore, confusione e una corsa disperata lungo i corridoi, finché non abbiamo trovato rifugio in questa stanzetta, la porta bloccata con una sedia e quel che rimane di un fragile sigillo, che trema sotto i colpi dei lemuri inferociti che cercano di sfondarla.
«Quelli che cazzo ci fanno qui?» urla Spina, schiacciato contro la mia schiena. È un diciannovenne ancora più inesperto e spaventato di me. Il suo ciuffo di capelli giallo paglia è scarmigliato per la prima volta da quando lo conosco, e l’amuleto che porta al collo, un cristallo di rocca a forma di punta di freccia, si accende di rapidi lampi di luce bianca, come un fanale impazzito.
«Sono arrivati poco prima di noi» risponde Ucci, in tono tranquillo. È appena più vecchia di Spina, ma molto più alta e robusta di lui. Appoggiata accanto alla finestrella che dà sul cortile, braccia incrociate e intabarrata in una felpa troppo larga, nasconde il volto sotto i capelli tinti di viola, che lasciano intravedere solo gli occhi verde smeraldo, che brillano nella penombra. «Non hanno ancora impregnato le stanze della loro puzza. Moriremo perché stamattina hai fatto ritardo come al solito, stronzo.»
«Vaffanculo!» sbraita il ragazzo. «Moriremo perché hai un naso enorme che non serve a un cazzo! Dovevi avvisarci prima che finissimo in questo casino.»
«Smettetela!» Mi sforzo di suonare autorevole. Sono il più vecchio ed esperto del gruppo, dopotutto. Tocca a me essere responsabile, mantenere la calma, trovare una soluzione. Insomma, siamo nella merda. «Non morirà nessuno, qui.» Come in risposta alle mie parole, il legno scrostato della porta scricchiola sotto un altro attacco dei fantasmi.
«Non reggerà ancora per molto.» Spina mostra il medio a Ucci in risposta al suo “Ma va?” e continua. «Che facciamo, Agostino?»
Distolgo lo sguardo, sperando che aiuti a nascondere la mia indecisione. Osservo la scrivania di formica blu poggiata contro la parete di fondo, le cornici vuote e il tappetino per il mouse gettati sul pavimento, il neon bruciato che pende storto dal soffitto, e infine  la porta, la fragile barriera che ci separa dalla furia degli spettri.
Avverto il familiare senso di gelo, il sapore di sangue in fondo alla bocca che ho imparato ad associare alla vicinanza dei lemuri. I feroci fantasmi delle vittime di morte violenta, soldati e picchiatori che non riescono a smettere di combattere neanche dopo essere stati uccisi. Credevo di averne già affrontati a sufficienza per un paio di vite, ma loro devono pensarla diversamente. E stavolta non ci sono sciamani, piromanti o guerriere mistiche a darmi una mano. Solo due operatori freschi di licenza.
«Non è la prima volta che devo vedermela con queste creature, so cosa fare.» Provo a ostentare una sicurezza che non ho, col dubbio di non riuscire a prendere in giro nessuno, mentre tento di improvvisare un piano. Nella mia borsa, un tascapane militare che ha l’aria di esserci stato davvero, in una guerra o due, ho erbe, incensi e sonagli per la purificazione, altri due sigilli scadenti fatti con carta, corda e campanelli, un mazzo di Arcani Maggiori un po’ macchiati, due mozziconi di candela e un accendino. Non il miglior equipaggiamento per la situazione. «Ucci, quanti sono?»
La ragazza scosta i capelli dal viso e si sporge verso la porta. Inspira attraverso il naso innaturalmente schiacciato, in cui le narici si aprono come tagli verticali, che il cambiamento le ha donato, insieme alla capacità di annusare cose che un odore non dovrebbero avercelo. «Solo i due che abbiamo visto» risponde poi, con sicurezza.
«Bene, poteva andare peggio.» E molto, molto meglio. «Non dobbiamo farli attaccare insieme. Tu» rivolgo un cenno a Spina «devi tenerne impegnato uno mentre mi occupo dell’altro.»
«Sei scemo? Io…»
«Solo per poco, puoi farcela.» Indico la pietra al suo collo. «Non risparmiarti. E preparatevi tutti e due a correre, quando ve lo dico.» Prendo uno dei sigilli dalla borsa, un fragile esagramma tintinnante con così poco potere che non riesco a percepirlo neanche tenendolo in mano. Spero tanto che i lemuri siamo più sensibili.
Uno schianto improvviso. Una delle gambe della sedia ha ceduto, e i lemuri spalancano la porta frantumando senza sforzo quel che resta dell’amuleto che avrebbe dovuto sigillarla. Sono molto simili tra loro: alti, avvolti in tuniche e mantelli bianchi ingialliti dal tempo, il volto nascosto da maschere di metallo ricoperte di macchie rosse e verdastre, una dall’espressione serena, l’altra appena un po’ sorpresa. Le mani, in guanti di cuoio scrostato, impugnano lance sottili, dalla punta inaspettatamente lucida e dall’aria pericolosa.
Un lampo candido, una voce che mormora in fretta, uno strale di luce argentata che mi passa crepitando accanto al volto e si abbatte sul lemure più vicino, scagliandolo indietro. Spina è già entrato in azione. La punta di freccia levita splendente davanti al suo volto, trattenuta solo dalla catenina intorno al collo del ragazzo, mentre lui, mani tese in avanti con i palmi verso l’alto e occhi di cui riesco a vedere solo il bianco, sussurra tra sé. L’unica parola che distinguo, ripetuta spesso, suona come raietta.
Il fantasma colpito pianta la lancia a terra dietro di sé, usandola come una stampella per mantenere l’equilibrio. Una seconda scarica di luce lo investe, ma con meno efficacia. Questa volta si limita a barcollare e a fissarsi il petto, dove un piccolo alone di bruciato è comparso sulla stoffa della sua tunica.
Il lemure dalla maschera serena si è voltato verso il suo compagno. È il mio momento. Gli sono addosso in un paio di passi, sollevo il sigillo e lo spingo contro la sua testa. Non è un semplice gesto, ma un atto di magia. Lo carico della rabbia per essere finito in questa situazione, della paura di ciò che potrebbe accadere ai miei colleghi, della volontà di sopravvivere. Attingo alla frustrazione del dover lottare ancora una volta contro questi fantasmi, alla consapevolezza di essere uscito vivo da ogni incontro con loro, alla certezza di voler essere lasciato in pace. Visualizzo ciò che avverrà: l’esagramma che si imprime sulla maschera, paralizzando lo spettro per il tempo sufficiente a scappare dalla stanza con Ucci e Spina, aggirando il lemure che il ragazzo sta stordendo con le sue frecce mistiche. Una rapida corsa fino alla porta, il sigillo rimanente usato per chiuderla dietro di noi in modo da rallentare gli inseguitori, la salvezza…
Il bordo della mia arma improvvisata, di carta dipinta, riesce a malapena a sfiorare il vecchio bronzo corroso prima di esplodere in una vampata di fuoco azzurrino. Lascio cadere l’esagramma, per la sorpresa più che per il dolore: le fiamme sono appena tiepide, ma riducono comunque in cenere il sigillo in pochi secondi.
Il lemure esita. Immagino sia confuso: non deve capitargli spesso di essere attaccato con equipaggiamento così scadente da autodistruggersi al contatto con la sua aura. Maledico di cuore l’ufficio acquisti mentre approfitto di quell’istante per lanciare la borsa a terra dietro di me.
«Ucci, le erbe!» grido. «Con esorcismo standard 4, vediamo se…» L’asta della lancia dello spettro mi sbatte sulle costole e mi priva di voce e fiato. Indietreggio alla cieca e mi ritrovo spalle al muro. Lui mi segue. Approfitto del poco spazio che ci separa per afferrare goffamente l’impugnatura della sua arma, trattenendola per impedirgli di trafiggermi.
Lui mi spinge contro la parete, solleva l’asta nonostante la mia resistenza, cerca di premermela contro la gola. Punto un piede al muro e spingo con tutte le mie forze, ma non riesco neanche a rallentarlo. Dietro la testa del lemure vedo passare un altro degli strali di Spina, un lampo già più flebile di quelli precedenti. Non può continuare così. «Come non detto, fanculo l’esorcismo e scappate, voi due!» provo a gridare, riuscendo a emettere solo un urletto strozzato. Un lemure è impegnato con me, l’altro non può essersi già ripreso. Hanno una possibilità, se…
«Naa.» Odore di bruciato, di salvia, di alloro e lavanda: un mazzetto di erbe essiccate tenute insieme da un cordino di paglia, un’estremità che si consuma in nuvole di fumo aromatico, viene sventolato tra il mio volto e la maschera dello spettro. Il lemure fa un salto all’indietro, spaventato o forse disgustato, e solo per un soffio non finisce sulla traiettoria dell’ennesimo colpo di Spina. Io riprendo fiato, appoggiandomi a Ucci. «Tutto intero?» mi chiede lei.
Annuisco. Lo spettro sposta lo sguardo sulla ragazza, sulle mani che agitano le erbe purificatrici come una mazza mentre cantilena una filastrocca in latino incerto. Cambia impugnatura sulla lancia, si sporge in avanti, solleva la punta dell’arma verso di lei. La spingo via nell’istante il cui lo spettro scatta per affondare il colpo, che mi sfiora e frantuma l’intonaco dietro di me.
«È una buona notizia che lo stia innervosendo?» mi chiede la cambiata, indietreggiando con cautela.
«Solo se riesco a convincerlo a tentare di ammazzare me, finché non hai finito.» Non proprio il più salutare dei piani. Al lemure però sembra piacere, perché sventaglia di lato la lancia e mi colpisce di nuovo con l’asta. La botta al fianco è violenta, dolorosa. Devo aggrapparmi a lui per non cadere, cercando di trattenere i conati quando, a quel contatto, il sapore di sangue che mi riempie la bocca diventa ancora più forte.
La gomitata che ricevo nello stomaco non mi aiuta nel compito. Le gambe cedono, crollo in ginocchio, ancora con le dita strette debolmente agli abiti dello spettro. Lui mi afferra per i capelli, tirandomi indietro la testa. Mi ritrovo a fissare la maschera, le labbra di bronzo incurvate in un sorriso pacifico, appena accennato, le fessure per gli occhi dietro cui si intravede solo buio. La consapevolezza che il prossimo colpo sarà letale mi investe come una frana.
E allora faccio quello che avrei preferito evitare, quello contro cui ho costruito difese mentali negli ultimi due mesi. Abbandono ogni resistenza, spalanco le mie percezioni, mi apro al fantasma. Lascio fluire dentro di me la sua rabbia, la sete di sangue, la confusione.
La mente di un lemure è un posto terribile, gelido, rosso, pieno di grida. Dolore, trionfo, paura, una smania incontrollabile, e nessuno più a contenerla e indirizzarla. Lo smarrimento di un’anima inselvatichita che ha perso il suo necromante. Mi immergo in quelle sensazioni, setaccio le sue emozioni mentre mi attraversano, alla ricerca di qualcosa da usare o di un modo per comunicare, sforzandomi di tenere a bada le ossessioni, tanto più profonde di quelle dei vivi, che tentano di strisciare dentro di me e contagiarmi.
Mi rialzo, piano, mentre lui rimane immobile, paralizzato da quella improvvisa comunione a cui non sa dare un senso. Fisso i non-occhi della maschera.
E, per la prima volta dallo scontro col Velato, la città mi si rivela.

(continua qui)

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