Fabula II

Nei libri, la Frattura non è mai avvenuta. Le vecchie pagine stampate raccontano di un mondo in cui il sole non è stato inghiottito da un manto perenne di nubi, in cui computer, cellulari, auto e tv non hanno improvvisamente smesso di funzionare tutti insieme, in cui una lampadina accesa non è qualcosa per cui ringraziare gli dei. In cui di solito neanche ci sono dei, né spettri, spiriti e folletti emersi da uno strappo nella realtà a rimodellare il mondo secondo una fantasia aliena.
Tutti gli autori parlano di una geografia fantastica e di una storia immaginaria, ora che posti come la Francia, la Germania o l’Inghilterra sono concreti e raggiungibili quanto Oz e Valinor, ora che ciò che conoscevamo del passato dell’umanità ha lasciato le stesse tracce dell’Era Hyboriana. Tutte le nostre certezze sono state divorate dai cataclismi e dalla guerra, e non esiste una riga che li racconti, o descriva il nuovo e portentoso mondo che ha preso il posto del vecchio.
Nessuno ha ancora raccolto le testimonianze dei sopravvissuti cercando di metterle in ordine per ricostruire ciò che è accaduto dopo la sconfitta dei 47. E se qualcuno ha osato analizzare questa città, le sue strutture e le sue regole, o l’ha usata come scenario per nuove fantasie e avventure, non ha reso pubblico il suo lavoro. Anche tra i dissidenti, gli anarchici e gli attivisti per i diritti dei non-umani – devo sforzarmi per non pensare ancora a loro come ai miei compagni – esiste una sorta di regola implicita, per cui si può discutere di politica, economia, dinamiche sociali, ma non del perché e del come ci siamo ritrovati in questa situazione, o di quale futuro ci aspetti.
È troppo presto? Siamo ancora impegnati a elaborare lo shock di quello che abbiamo dovuto affrontare, a piangere perdite e dolori privati? Siamo vittime di una rimozione collettiva che ci spinge ad aggrapparci alla quotidianità, che vuole convincerci che nulla di davvero importante, in fondo, sia cambiato? Oppure questo atteggiamento ci è stato imposto senza che ce ne siamo accorti? Perché questo ostinarci a non ricordare fa il gioco delle divinità, dei maghi affaristi e dei sacerdoti politici, dell’élite che governa questa città sotto la foglia di fico di una finta democrazia, che…
«Sami, mi stai ascoltando?»
La voce di Vittoria mi fa sobbalzare. Abbasso il giornale. «Scusa, ero sovrappensiero» provo a giustificarmi, senza convinzione.
Si sporge sul tavolino rotondo che ci separa per sbirciare la pagina a cui ho aperto il “Municipale”. «Cosa leggevi di così interessante?»
«Inserzioni.» Per qualche motivo mi sento in imbarazzo a risponderle, come se mi avesse scoperto a fare qualcosa di stupido o osceno. «Guardo gli annunci in cerca di lotti di libri in vendita.»
La donna mi lancia un’occhiata che non riesco a interpretare. Potrebbe essere tanto di comprensione quanto di compatimento. «Ci vuole un po’ per liberarsi delle vecchie abitudini, eh?»
«Non voglio liberarmene. Puoi togliere un libraio da una libreria, ma non i libri a un libraio.»
«Cos’è, uno scioglilingua? Devo ripeterlo tre volte velocissimo?»
Scoppio a ridere. Ha ragione. I volumi saccheggiati negli edifici abbandonati sono roba da collezionisti danarosi, o da tipografie che sperano di mettere le mani su qualche titolo non ancora recuperato dopo la Frattura, da ristampare ottenendone i diritti. Aveva senso cercarli quando lavoravo per la libreria Nuova Luna. Ora, invece, anche se dovessi trovarne non potrei permettermeli. «Meglio di no, potresti evocare una bibliotecaria fantasma…»
«Hai davvero citato Ghostbusters
«Cosa?»
Sospira delusa e scuote la testa. «Ho capito, meglio se pensiamo al lavoro.»
Ripiego il giornale. L’articolo principale di prima pagina parla di un isolato nel Rione del Capro messo in quarantena a causa di una maledizione di origine ignota, che si diffonde di persona in persona come una malattia. La decisione del Tribuno di rimandare a data da destinarsi le elezioni dei consiglieri del Municipio 7, per ragioni di ordine pubblico, è relegata in un trafiletto insignificante. «Sicura di voler procedere? Siamo ancora in tempo per tirarci indietro. In ufficio non sembravano…»
Mi interrompo. Una ragazza molto giovane, il volto incorniciato da un hijab color pastello, ci posa davanti due tazze e un bollitore da cui sale un odore pungente, per poi allontanarsi in silenzio. Non è l’unica donna velata, in questo piccolo bar affollato e troppo caldo, in cui l’aria sa di spezie e sudore.
«Non sembravano contenti» ricomincio. «E potrebbe essere pericoloso.»
«Anche per te. Sei preoccupato?»
«No. Se ha accettato di vederci vuol dire che sa chi sono, per cosa ho sempre combattuto. Certe cose non cambiano.»
Vittoria sembra voler dire qualcosa, ma ci ripensa e si concentra sul riempire la sua tazza col liquido rosso fragola contenuto nel bollitore. «E questo che razza di tè sarebbe?»
«Non credo sia tè.» La imito. Per un attimo resto a fissare il mio riflesso sulla superficie scarlatta della bevanda, un’immaginetta distorta di un uomo troppo magro e dal volto impossibilmente lungo. «Non ho idea di cosa sia. Le foglie vengono vendute fuori dai giardini del santuario della Feconda. Buone per gli infusi, e anche da masticare. È pieno di ragazzi coi denti coperti di macchie rosse, in quel Rione, e anche da queste parti.»
«Anche qui è Rione Feconda» mi corregge. Solleva la tazza e azzarda un piccolo sorso, sospettosa.
«Per te, per l’Ufficio del Tribuno, per i Municipi e probabilmente anche per la stessa Feconda. Ma chi conosce questo quartiere sa cos’è che veglia sui suoi abitanti, cosa si aggira di notte su tetti e balconi. Questo rione appartiene al Cantore.» Io bevo senza esitazione. No, questa roba decisamente non è tè, e lascia in bocca un retrogusto elettrico di incantesimi e noce moscata. Ma è profumata e sorprendentemente confortante, forse proprio per l’ombra di magia che contiene. Mentre la assaporo mi sembra un po’ più sopportabile persino la morsa gelata di colpa e rimpianto che mi serra lo stomaco da quasi due mesi. Dalla notte della battaglia dell’Ardente.
«Ufficialmente devo avvertirti che simili affermazioni possono suonare irrispettose  verso i santuari e sediziose nei confronti del governo, e potrebbero essere passabili di indagine disciplinare.» La seconda sorsata di Vittoria è più lunga e decisa. «Ufficiosamente a me non frega niente, ma occhio a chi potrebbe sentirti. Scommetto che questo locale è pieno di spie e agenti. Chi lo gestisce non è particolarmente discreto.» Indica la parete dietro di me. Mi volto a guardare: un collage di schegge di vetro colorato, una figura stilizzata vagamente umana, circondata da quattro ali che splenderebbero iridescenti, se ci fosse un po’ di sole a illuminarle. «E ho visto clienti che indossano crocifissi e rosari, che leggono libricini senza titolo dall’aria sospetta… Restare aggrappati alle vecchie credenze non è salutare per questa gente.»
«Non trattarli tutti come se fossero fanatici o Cacciatori di Anime. La fede è anche una questione di cultura, abitudini, identità. È parte di ciò che queste persone sono. Non puoi aspettarti che vi rinuncino solo perché improvvisamente il tempio di quartiere è stato occupato da una nuova divinità.»
«Però…»
«No, non rispondere subito.» Indico la tazza davanti a lei. «Finisci di bere e intanto pensaci un po’ su. Mi hai voluto con te per mostrarti punti di vista differenti e aiutarti a capire quello che passa per la testa di chi vive ai margini della città. Ma se non fai uno sforzo per metterti nei loro panni non serve a nulla.»
Sbuffa e mi lancia un’occhiataccia, ma segue il mio suggerimento. «Lui è religioso?» mi chiede invece
«Domanda difficile. Da quanto ho sentito potrebbe sembrarlo, ma più che altro penso sia superstizioso, convinto del potere dei riti e dei simboli sacri, e dell’effetto che potrebbero avere su di lui, più che del loro significato.»
«Buono a sapersi.» Un ghigno le piega le labbra. Un sorriso gelido da cacciatrice.
«Questo è un incontro diplomatico» mi affretto a ricordarle.
«Lo so, tranquillo. Sono anche venuta in borghese!» Allarga le braccia per mostrare il suo abbigliamento. Coi lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle, un cardigan scuro e una camicia bianca a coprire gli impressionati muscoli di spalle e braccia, e un paio di pantaloni neri che non sembrano nascondere armi, in effetti potrebbe sembrarmi quasi innocua, se non la conoscessi. E se non sapessi cosa contiene la valigetta che ha posato sotto il tavolo.
«Scusate…» La cameriera di prima si china tra di noi per riprendere il bollitore. Faccio per dirle che non abbiamo finito, ma lei sussurra in fretta «La porta di fronte al bagno», senza guardarci, e poi si allontana.
«A quanto pare abbiamo fatto abbastanza anticamera» commenta Vittoria, sollevata. «Meglio andare sul sicuro. Vado avanti io, e se nessuno striscia fuori dal retro urlando e con le ossa rotte nei prossimi due o tre minuti, mi raggiungi.»
«Aspetta, separandoci non saremo troppo…»
Si alza in piedi senza farmi finire, raccogliendo la valigetta con aria distratta e noncurante, e si perde nella penombra del corridoio che si apre nel muro a destra del bancone, l’ingresso contrassegnato dalla parola WC accompagnata da una freccia, impresse in inchiostro rosso sul muro.
Inizio a innervosirmi non appena rimango solo. Cerco di non farlo notare, ma ho l’impressione che tutti mi stiano osservando. L’uomo calvo con tatuaggi di santi e madonne che gli si arrampicano lungo il collo, seduto con le spalle al bancone per tenere d’occhio tutto il locale. La donna anziana in abiti grigi e con un velo da monaca a coprirle i capelli, convenientemente in piedi davanti a uno specchio che le permette di guardarmi mentre mangia un tramezzino. Il giovane con l’imponente barba nera due tavoli più in là, intento a scrivere qualcosa su un quadernetto mentre sfoglia un grosso e malridotto volume rilegato in verde, e che magari possiede mezzi soprannaturali per origliare e sta finendo di appuntare tutto ciò che ho detto finora.
Vittoria era seria? Ci sono spie e informatori qui? Credevo che abbandonare i movimenti dissidenti per diventare un consulente dell’Ufficio del Tribuno avrebbe avuto almeno il vantaggio di liberarmi dall’ansia di essere seguito, o di sparire dopo essere stato catturato in una retata nel cuore della notte.
Invece la mia paranoia sembra essere peggiorata, e l’indagine che stiamo seguendo non aiuta a ridurla. C’è un sacco di gente che odia le Furie, qui ai margini della Fascia Desolata.
Cerco di distrarmi sfogliando il giornale, senza riuscire a leggerne neanche una parola. Mi agito a disagio sulla sedia. Quanto tempo è passato? Un minuto? Meno?
Beh, non importa. Se ci fosse qualcosa che non va a quest’ora il rumore di teste spaccate e muri sfondati mi avrebbe già messo in guardia.
Lascio sul tavolo i soldi per il conto e mi inoltro nel corridoio. La luce che illumina la sala principale, passando attraverso le vetrate sulla strada, qui non arriva. L’unica fonte di illuminazione sono le fiammelle di tre lumini dall’aria funerea, posati in una nicchia scavata nella parete di sinistra. La porta del bagno, come da cliché, è in fondo a destra, un rettangolo celeste chiaro che emerge a malapena dalle ombre. Ma di fronte non riesco a distinguere nessuna…
Un clic improvviso, uno strattone che mi fa perdere l’equilibrio e mi trascina lì dove dovrebbe esserci un muro, e dove invece ora c’è una stretta apertura, attraverso cui cado. Una luce fredda mi viene accesa in faccia, accecandomi per un attimo. «Ma che cazzo…»
Qualcuno mi afferra per una spalla e mi solleva di peso, rimettendomi in piedi senza sforzo apparente. Mi ritrovo a fissare il volto pallido e smunto di un uomo che regge una torcia elettrica. Più basso di me, capelli radi, spalle curve, baffi spelacchiati, una giacca troppo larga indossata su una canotta grigia. Nonostante il buio ha gli occhi coperti da grossi occhiali da sole, e vistose cicatrici sul collo, dove la pelle sembra essere stata lacerata da morsi brutali. «Statti calmo» sussurra. Ha qualche difficoltà a parlare. Immagino sia per i lunghi canini da animale feroce che gli spuntano dalla gengiva superiore. «È solo uno scherzo. Così se qualcuno ti seguiva mica ha capito dove cazzo sei finito.» Indica con la torcia la parete alle sue spalle, in cui non c’è più nessun passaggio.
«Tu sei…» comincio. Mi interrompe scuotendo la testa. Domanda sbagliata. «Dov’è la mia amica?» chiedo ancora, teso, ma sforzandomi di imitare il suo tono di voce.
«È andata avanti, tranquillo.» Illumina una scala a pioli che spunta dal pavimento, proprio accanto a me, e scende in uno stretto passaggio rotondo. «Là sotto. Vai anche tu, io ti faccio luce.»
Esito, gli lancio un’altra occhiata. Ho organizzato io questo incontro. Ho studiato i dossier, raccolto le informazioni, ascoltato i testimoni, negoziato coi contatti. Sapevo che avrei avuto a che fare con vurdalak e con vampiri. Ma non me li ero mai immaginati come un ometto col riporto, le scarpe di vernice e un difetto di pronuncia.
«E fa’ in fretta» mi sgrida. «Il Catapano vi sta aspettando.»

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