Fabula I (seconda parte)

(continua da qui)

Fisso i miei occhi nello specchio, faccio respiri profondi e ritmici. Uno, due, tre. Rilasso il corpo, cancello le preoccupazioni. Araneus, i debiti, l’ansia della vittoria si allontanano da me insieme al mio fiato. Nella mia mente può esserci spazio per un solo pensiero. Quattro, cinque, sei. Lascio scivolare via la stanza, la sua luce, i suoi movimenti e rumori. Esiste solo la liscia, perfetta superficie di ossidiana. E mi ci immergo, come in un lago dalle acque d’inchiostro. Sette, otto, nove. Spingo la mia coscienza attraverso quelle tenebre, a guidarmi solo la consapevolezza del luogo che voglio raggiungere. I piani vuoti dell’edificio, proprio sopra la mia testa. Non è un viaggio lungo, e posso farlo anche alla cieca. Devo solo concentrarmi. Devo solo volerlo un po’ di più…
Dieci. L’immagine si fissa nello specchio, non proprio nitida ma abbastanza riconoscibile. Un corridoio polveroso punteggiato da finestroni e porte di legno scadente, tutte uguali, su cui qualcuno ha scritto dei numeri col gesso.
La catoptromanzia è un’arte potente, soprattutto se praticata attraverso uno specchio scuro della qualità di quello sulla mia mano. Può mostrare tutto ciò che si desidera vedere, se la si sa usare e si ha abbastanza tempo da dedicarle. Purtroppo il tempo è proprio quello che mi manca. Anche nell’improbabile caso che Araneus fosse lento quanto me, gli spettatori non avrebbero mai la pazienza di restare ad aspettare che esplori ogni stanza con le mie capacità divinatorie.
Per fortuna, però, non mi tocca fare tutto da sola. Ora che ho aperto una finestra su quel corridoio devo solo compiere un piccolo sforzo concordato di muscoli e volontà. Quanto basta per farvi materializzare Lidia.
«Ma quanto ci hai messo?» Lo specchio è scomparso, sostituito da luce opaca che filtra attraverso vetri sporchi, da muri ricoperti di muffa, da piastrelle rotte. Vedo quello che vedono gli occhi del daimon, la sua voce mi risuona direttamente nelle orecchie. So di avere ancora un corpo mio, da qualche parte, ma è un pensiero che riposa sul fondo alla mia consapevolezza. Mi chiedo spesso se sia così che si sente lei, quando riposa dentro di me. «Andiamo!»
Corre a spalancare la porta contrassegnata col numero uno. Lancia un’occhiata nella stanza, una specie di sgabuzzino completamente vuoto, poi passa alla successiva. Prima della Frattura questo doveva essere un edificio adibito a uffici, piccoli e tutti uguali. Ma di quel tempo non è rimasto nulla.
«Secondo te cos’è, quell’Araneus?» Le sfide non sono sempre così semplici, per noi due, ma questo è il tipo di prova in cui eccelliamo. Grandi spazi e nessuna barriera fisica o magica da superare. In casi come questi occhi attenti e gambe veloci sono di solito più efficaci di ogni forma di chiaroveggenza. Lidia non sarebbe così rilassata da mettersi a chiacchierare, altrimenti. «Non ha l’aria del classico indovino.»
L’ho notato anche io. Non ho visto nessuno strumento di divinazione, e neanche una benda per escludere la luce e aiutare la concentrazione. Ma ci sono molti metodi alternativi per arrivare alla vittoria. Per esempio esplorare l’edificio usando la proiezione sul piano astrale, se si è abbastanza coraggiosi da sfidare i predatori che lo popolano. Oppure sfruttare una potente vista per cercare di leggere direttamente il contenuto della busta custodita dai notai, infrangendo la barriera creata dai loro sigilli incantati.
«No, niente vista, quel tizio non ha occhi da cambiato.» Perché quando sono io a ospitare Lidia posso percepire solo le sue emozioni, e lei invece può frugare senza ritegno tra i miei pensieri? «Ai ragni piace pasticciare con la mente degli umani. Scommetto che è un telepate. Ora starà spulciando le teste degli spettatori alla ricerca di quelli che hanno nascosto gli oggetti. Hai visto quanti erano? Ci metterà… Oh, guarda là!»
Lo vedo, in bella vista sul pavimento della stanza in cui è appena entrata. Lontano, nel luogo in cui il mio corpo siede immobile, la mia voce pronuncia delle parole. Primo piano, stanza quattro, un orologio da tavolo rotto. Il ruggito di approvazione dell’annunciatore e gli applausi del pubblico sono rumori di fondo di cui mi rendo conto a malapena.
«Sono sicura che non ne hanno nascosti due sullo stesso piano, passiamo al prossimo?» Non mi lascia neanche il tempo di formulare un pensiero. «No, certo che no, figuriamoci. Non mi lasceresti più in pace!»
Beh? Cosa ci sarà mai di male a voler essere prudenti e meticolosi in questioni così importanti?
Purtroppo, però, al primo piano non troviamo altro. Perlomeno Lidia è abbastanza concentrata da limitare i «Te l’avevo detto!» al tempo che impieghiamo a salire le scale fino al secondo.
«Un posto così grande e abbandonato.» Il corridoio che si apre davanti a noi è identico a quello del piano di sotto, con l’eccezione delle due porte contrassegnate dalle immagini stilizzate di un uomo e una donna, sulla parete di fronte. «Strano che lo abbiano trovato libero. Mi sarei aspettata che fosse occupato, o infestato, o entrambe le cose.»
Il daimon ha ragione. Non riesco a percepire neanche la più piccola presenza, nemmeno ora che ho accesso ai suoi sensi, molto più acuti di quelli umani. Sembra che l’edificio sia stato sterilizzato spiritualmente.
«Non dire cose del genere, che impressione! Non voglio pensare a cosa potrebbero aver fatto a quelle povere creaturine!»
Faccio fatica ad associare il termine “creaturine” alle larve che di solito popolano i luoghi abbandonati, ma cerco di non soffermarmi su quel pensiero. Manca solo metterci a discutere di…
«Guarda che sono spettri di umani, dovrebbero sembrare più carini a te che a me! Così indifesi, confusi, nudi come neonati, e quasi si possono vedere le schegge della loro coscienza frantumata in quegli sguardi fissi e vuoti. E le vocine che sussurrano soltanto! Bisogna essere privi di cuore per non intenerirsi.»
Quando fa così non so mai quanto scherzi e quanti sia seria, e ora invece di rispondermi sembra diventata impegnatissima a controllare le stanze. Ma non troviamo niente, neanche nei bagni.
«Che spreco di tempo. Come se la sta cavando Araneus?»
Intorno al mio corpo non è successo nulla che abbia attirato la mia attenzione. Credo che la strega non abbia ancora aperto bocca.
«Bene, cerchiamo di mantenere il vantaggio!»
Al terzo piano abbiamo più fortuna: la stanza numero sei ospita una tazza di ceramica decorata con girasoli. L’annuncio ha il sapore del trionfo. Il mio avversario è ancora immerso nel suo mutismo.
«La Tenebrosa proprio non aveva qualcuno migliore da schierare? Che delusione!» Lidia non sta più nella pelle. È così eccitata che ha iniziato a spalancare le porte a calci, anche se credo che così perda più tempo che spingendole. «Ma che vuoi saperne tu? Se sei così esperta la prossima volta io resto stravaccata comoda e tu corri in giro come una matta!» Ecco. Prima di incontrarla non credevo che uno spirito potesse essere permalo… «E non provare a darmi della permalosa, o mi siedo a terra e non faccio più nulla!»
Non fa sul serio, lo so. Detesta troppo perdere. E mentre pronuncia quelle parole sta già salendo a due a due i gradini che portano al quarto piano. Ancora un paio e…
Si ferma. Lo avrei fatto anche io. C’è qualcosa di diverso, qui. «Lo senti, eh?» Il numero di porte, il colore e lo stato delle pareti, la disposizione delle finestre, tutto è come me lo aspettavo, quasi identico ai piani inferiori. Ma la luce è cambiata, si è fatta molto più flebile e incerta. E l’aria non era così fredda fino a un attimo fa. «Non mi convince. Hanno riservato trappole e guardiani per l’ultimo piano?»
Dei, spero davvero di no. Non potevano metterci un enigma da risolvere o un incantesimo da disperdere? I guardiani di solito sono creature spaventose e inquietanti che spuntano urlando dalle ombre, o ti pedinano in silenzio, comparendo e scomparendo fulminei ai margini della tua percezione o restando immobili alle tue spalle, spingendoti a voltarti di continuo finché non decidono che è giunto il momento di farsi vedere.
«Quante storie. Non sono aggressivi, servono solo come distrazione.»
E con me funzionano benissimo, soprattutto quando, dopo essersi rivelati, rimangono visibili e continuano a fissarmi, lasciandomi il dubbio che da un momento all’altro possano aggredirmi, o ricominciare a gridare, o assumere un aspetto ancora più spaventoso, o…
«Non lo fanno mai. Fifona.»
Solo perché non mi piace essere spaventata? Se è per questo non ho neanche mai capito cosa ci fosse di divertente nelle scene degli horror in cui i mostri saltano fuori all’improvviso…
«Ecco, ora non so più di cosa stai parlando. E comunque non abbiamo altra scelta che andare avanti. Se hai paura chiudi gli occhi.»
Sottolineare che in questo momento non sto usando i miei occhi e che per non vedere dovrei chiudere i suoi non produce reazioni. Ma Lidia usa molta cautela nell’aprire la prima porta che incontriamo.
Ci ritroviamo a fissare il solito cubicolo, disturbando uno scarafaggio che corre a nascondersi. «Visto? Nulla di cui aver paura. Ci stavamo preoccupando troppo, a pensarci bene. Non possono esserci trappole o pericoli permanenti, o gli spettatori non avrebbero potuto gironzolare liberamente per le stanze disponendo gli oggetti. E gli organizzatori di regola non dovrebbero sapere dove li hanno lasciati. Creare protezioni su un solo piano, dove potrebbe anche non esserci niente da trovare, è uno spreco.» Apre la seconda porta. «Forse abbiamo percepito qualche potente creatura di passaggio, prima, e abbiamo pensato a chissà che!» Si affaccia oltre la soglia.
Buio. Tenebre impenetrabili, soffocanti. Che succede? Ha chiuso gli occhi? «Certo che no.» Credo si stia muovendo, ma non ne sono sicura. Intorno a noi l’oscurità è un muro uniforme. «Non riesco a vedere o trovare la porta. Doveva essere qui, e invece…»
Cosa? Questo sì che è impossibile. Che le è saltato in mente, si mette a farmi scherzi nel bel mezzo di una sfida?
«Non lo farei mai, lo sai. Non è uno scherzo e non ho gli occhi chiusi. Non vedo, non tocco nulla se muovo le braccia intorno a me e…»
Si interrompe. Cosa c’è che non va? Le è successo qualcosa? No, me ne sarei accorta. Credo si stia concentrando. Sì, è così. Sta usando i sensi che sono solo suoi, che sfuggono alla mia comprensione umana. Percepisco insieme a lei un odore che brilla di blu elettrico, un suono che è un sapore agrodolce sulla lingua, un’idea che è un doloroso pizzico sul polso.
«Va bene, ora non perdere la calma.» La voce di Lidia è un sussurro che le sue stesse orecchie riescono a malapena a cogliere. «Non so cosa stia succedendo e non so cosa fare ora.» Ok, è preoccupante ma possiamo gestire la situazione. Non andrò in panico per questo. «E un’altra cosa.» Un rumore. Un passo, credo. Ha ricominciato a muoversi? Con questo buio non riesco a capirlo.
Eccolo di nuovo… No, quelli che sento strisciare sul pavimento non sono i suoi piedi. Dei, non sono i suoi piedi! «Oh, ci sei arrivata anche tu. Non siamo sole, qui.»

(continua qui)

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