Intermezzo – La sentinella

 

Spalanco gli occhi di scatto. E poi li richiudo, feriti dolorosamente dalla luce che mi piove addosso spietata attraverso le vetrate attorno alla stanza.
Quando li riapro, stavolta con lentezza e attenzione, mi ritrovo a fissare l’orologio sul comodino accanto a me. Non sono passati neanche venti minuti, da quando mi sono sdraiato per quelle che sarebbero dovute essere tre ore di sonno.
Qualcosa mi ha svegliato.
Mi metto a sedere tra i cigolii della branda, mentre cerco di capire cosa sia stato. Non una variazione nel picchiettio regolare che sale dal basso, quello continua indisturbato. Meglio. In città non gradiscono le interruzioni del lavoro.
Mi costringo ad alzarmi in piedi, e lo sforzo è sufficiente a farmi venire il fiatone. Ma a svegliarmi non sono stati neanche il raschiare nei miei polmoni, il rantolare ruvido del mio respiro, il vago sapore di sangue in fondo alla bocca. A quelli ci ho fatto l’abitudine. No, qualcosa ha disturbato i confini della mia consapevolezza. Qualcosa che non riconosco.
Stacco dal suo gancio la maschera e me la infilo, sistemando gli oculari da binocolo sugli occhi e il filtro del respiratore sulla bocca. “Oltre che per la sorveglianza, serve a proteggerti dalle polveri a cui sarai esposto” mi hanno detto quando me l’hanno consegnata, il giorno prima che arrivassi qui. “E il design a testa di cerbiatto è stato studiato per incrementare i tuoi poteri.” La seconda frase potrebbe anche essere vera. La prima…
La tosse mi piega, improvvisa, dolorosa, bruciante. Carta vetrata strofinata contro il mio petto, dall’interno. Mi trascino fino al cesso cadendo sulle ginocchia, sollevo la maschera quanto basta per sputare un grumo di saliva, muchi e sangue, e resto lì, aggrappato alla tazza, scosso da quei profondi muggiti come da un terremoto. Forse sarà questo l’attacco che mi stroncherà. Che mi lascerà così debole da non potermi più muovere, a morire di sete su questo pavimento del cazzo. O, più pietosamente, che mi lacererà i bronchi e mi soffocherà nel mio sangue. O che…
Passa. Non ci ha messo neanche molto a smettere di provare a sfondarmi la cassa toracica. E anche se tremo, sono esausto e mi sento una merda, sono in grado di rialzarmi e rinfilarmi questa fottuta maschera inutile.
Magari non è neanche colpa di quelli che l’hanno costruita, mi dico, mentre faccio scorrere una delle grandi finestre ricurve che costituiscono i muri del mio alloggio ed esco sulla balconata circolare che corre attorno a questa mostruosità di cemento e mattoni.
Cinquanta metri della più brutta torre di osservazione che si sia mai vista. Dovevo restarci due mesi, e invece ci sono intrappolato da otto. Con provviste per altri tre, e neanche uno straccio di filtro di ricambio. Trovarne un paio da mandarmi, o organizzare cambi regolari coi sostituti che mi erano stati garantiti, per il Municipio 8 pare essere più complicato che lasciarmi qui a crepare.
Mi aggrappo alla ringhiera di metallo che corre lungo il bordo della mia piattaforma di osservazione, per non essere sbilanciato dal vento che a quest’altezza non si risparmia e fa sbattere come una vela la bandiera che sventola sopra di me. Quella bianca, che segnala alla città che qui tutto è nella norma.
Sotto di me, in ogni direzione, si estende il Camposanto, la grande discarica della tecnologia. Colline di computer e cellulari, schermi piatti, macchinari industriali, console, terminali bancomat, navigatori satellitari, macchine fotografiche digitali, veicoli grandi e piccoli, e un chissà quanta altra merda. I cadaveri delle uniche vittime della Frattura che nessuno ha potuto divorare. Non ancora del tutto.
Tra i cumuli di rifiuti si snodano stretti sentieri. Da quassù non potrei distinguere le minuscole sagome che li percorrono di continuo neanche se, per un attimo, le nuvole di polvere velenosa e fumo spesso e maleodorante che avvolgono questo posto si diradassero. Non che ne abbia bisogno. La mia consapevolezza speciale mi trasmette l’impressione di centinaia e centinaia di esseri che si agitano frenetici, laggiù. E chiunque, anche se privo del mio dono, sentirebbe il rumore.
Metallo su metallo, colpi di piccoli attrezzi. Ting, ting, ting. Il lavoro di coboldi, knocker e coblynau non si ferma mai. Smantellano i resti di quegli apparecchi, recuperando tutti i metalli e i materiali che possono essere riutilizzati. Anche con l’acido e il fuoco, quando è necessario.
Pare siano immuni alla polvere, loro. E alla fame, alla fatica, al sonno. Operai perfetti, mossi solo dalla voglia irrefrenabile di compiere quest’immane fatica.
Cazzate, secondo me. Se fosse vero non avrebbero bisogno dei sorveglianti, gli strani, silenziosi nani che hanno disseminato questa terra avvelenata di elaborate trappole di grovigli di cavi e incantesimi, in modo che nessuno possa allontanarsi o avvicinarsi senza il loro consenso.
Sono invisibili, di solito, tranne che al tramonto. Allora è possibile intravedere le loro piccole sagome dalle spalle curve in cima a cumuli di rifiuti, o rannicchiate in un angolo, le mani nervose che accarezzano spade e lance lucidissime, gli occhi perennemente tristi intenti a osservare il lavoro delle creature intrappolate in questo posto. Compreso il mio.
Ma non sono neanche loro ad avermi svegliato. E non sembra esserci nulla fuori dalla norma, ai piedi della torre.
Cammino lungo la balconata. La larga strada polverosa che porta alla città appare deserta. Sulle rotaie usate per trasportare i materiali di recupero da qui alla nuova zona industriale, dove gli ingegneri col marchio del martello inciso sulla fronte e gli alchimisti sperimentali sono intenti a riscoprire vecchi metodi di produzione e a esplorare le nuove possibilità offerte dalla Frattura, ci sono solo un paio di carrelli fermi. E lungo la litoranea non vedo nessuno dei grossi veicoli lucidi, neri e senza aperture che si dice trasportino le scorte alimentari prodotte nei campi a ovest, e che ancora non ho capito come facciano a muoversi, così regolari e senza fare alcun rumore.
E allora, cos’è che ho sentito? Non sarà che…
Serro le mani attorno alla ringhiera mentre sollevo riluttante lo sguardo. Sono troppo lontano, mi ripeto, troppo lontano. Niente che sia laggiù può afferrarmi e trascinarmi via.
Ma non mi piace comunque guardare il mare.
Oggi è una giornata tranquilla. Le onde sono alte e sovrastate da spuma, lì dove l’acqua è viola profondo e porpora e sempre agitata, ma si riducono a leggere increspature nelle zone in cui è nera e punteggiata di luce, quelle in cui il riflesso del cielo notturno le è rimasto impresso addosso come un ricordo di cui non si riesce a liberare. E all’orizzonte non intravedo nessuna delle immense creature che a volte incrociano al largo, incubi di troppe teste su colli sottili come tentacoli, di braccia fuse con pinne e ali, di occhi che bruciano nel buio come fari da cui non ci si può nascondere e code che si sollevano fino a sfiorare il tetto di nubi e tornano a immergersi senza rumore o spruzzi.
Magari è proprio per questo che mi tengono a morire qui. È meglio che certe cose non vengano riportate in città, nemmeno come ricordo nella testa di un povero stronzo che continuerebbe a sognarsele tutta la vita.
Distolgo lo sguardo, con sollievo. Qualunque sia la cosa che non dovrebbe esserci, grazie a chiunque risieda in cielo di questi tempi non è neanche in mare.
Faccio di nuovo il giro della piattaforma. Perché non vedo nulla? È qualcosa di invisibile, come i miei carcerieri? Si muove sottoterra, o sottacqua? No, non credo che riuscirei ad accorgermene, in quel caso. Se fossi così bravo sarei nel circuito delle sfide tra chiaroveggenti, invece che in questo cesso.
Cos’è che mi sfugge? Dov’è che non ho…
Oh, che coglione! Se non portassi la maschera mi schiaffeggerei da solo.
Sollevo la testa, e faccio appena in tempo a vederli, mentre passano sopra di me. D’istinto mi rannicchio, aspettandomi un attacco di strigi, ma mi rendo subito conto che sono troppo grandi. Sembrano…
Regolo le lenti della maschera. Uomini. Uomini che volano, un intero stormo. Planano giù dal cielo grigio, oltre la torre e i confini del Cimitero, trasportati dai venti e dal battere occasionale delle grandi ali piumate. Resto a fissarli, dimenticando persino il doloroso obbligo a respirare, per un attimo. Non ho mai visto nulla del genere. Nessuno ha mai visto nulla del genere, a quanto ne so. Si sarebbe sparsa la voce, se qualcuno avesse incontrato dei cazzo di… cosa diavolo sono? Gli angeli non dovrebbero andare in giro a torso nudo e avere capelli così neri, giusto?
Qualcosa si solleva dai cumuli di rifiuti, sale verso l’alto con lentezza, quasi esitando. Un fragile essere di gomma, vetro e plastica, con sottili ali di lamiera sulla schiena, che può volare solo perché qualcuno l’ha creato imprimendogli la profonda convinzione di essere in grado di farlo. Una delle trappole dei nani, forse. Ma, qualunque cosa sia, le creature alate sono troppo veloci per lui. Prova a inseguirle, ma allontanarsi dal Camposanto non è semplice, per chi appartiene a questo posto. Inizia a perdere quota e pezzi dopo pochi metri. Le ali sono l’ultima cosa a cadere, dopo essere rimaste sospese in aria da sole per qualche secondo.
Nessun altro sembra essersi accorto di lui. Gli esseri volanti sono già lontani, sopra la lunga strada che conduce fuori da questo posto.
Merda.
Corro nella mia stanza, apro il cassetto più basso dell’armadio, quello dove tengo le bandiere di segnalazione. Le passo in rassegna. Rossa per i problemi interni al Camposanto, gialla per gli incidenti sui binari, verde per l’arrivo di un convoglio, blu per il rientro dei lavoratori dalle fabbriche al cambio di turno mensile, arancione per i casi in cui sia io ad avere bisogno d’aiuto. Nella mia permanenza qui, una volta o l’altra le ho usate tutte. Tranne una.
La tiro fuori dal cassetto, ammaino la bandiera bianca e la isso al suo posto. Mi faccio indietro e resto a guardare mentre il vento la gonfia e la dispiega, la rende ben visibile. Quando qualcuno, al Municipio, si degnerà di controllare come vadano le cose quaggiù, vedrà attraverso il suo binocolo questo pezzo di stoffa nera che sovrasta la mia torre, e con un po’ di culo sarà uno di quelli in grado di riconoscere il messaggio che sta inviando.
“Fare attenzione. Qualcosa di nuovo è arrivato in città.”

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