Fabula LXI

«Sono felice di rivederti, Vittoria.» Deifobe, seduta davanti alla gabbietta per uccelli sulla sua scrivania, mi fissa con i suoi occhietti umidi, in cui non c’è traccia del calore che ha messo nella sua voce. Sta studiando la mia espressione e la mia postura, valutando se le ferite che ho subito abbiano compromesso la mia utilità, esaminando le mie nuove cicatrici. Quelle visibili, e quelle che mi porto dentro. «Hai recuperato molto più in fretta di quanto i medici avessero previsto.»
«I guanti hanno aiutato.» Li ho indossati quanto più ho potuto, durante la convalescenza. Il mio dottore è contrariato, dice che questa guarigione forzata potrebbe crearmi problemi in futuro. «Sono pronta a rientrare in servizio.» Ma non ho tempo di pensare al futuro. E il mio dottore può andare a farsi fottere.
«Vedo.» L’ufficio della Sibilla è più freddo del solito, e lei sembra essere diventata ancora più rugosa e rattrappita, nei giorni trascorsi dall’ultima volta che l’ho vista. Non credevo fosse possibile. «E che tu ti senta pronta è una splendida notizia. Ma non credo che sia il caso di affrettare i tempi del tuo ritorno.»
«Oh, andiamo. Abbiamo subito perdite pesanti, hai bisogno di me» sbotto. «E ho combattuto contro Delfine e salvato l’Ardente. Non è che mi aspettassi una parata e una medaglia, ma almeno di essere riaccolta a braccia aperte!»
«Da quello che siamo riusciti a ricostruire, il santuario è stato salvato grazie all’assistenza di una squadra dell’EXO.»
«Stavano seguendo una pista parallela sullo stesso caso, abbiamo collaborato, non vedo…»
«E non sei stata in grado di confermare né smentire il coinvolgimento nella sommossa di sopravvissuti dei 47» prosegue, interrompendomi. «In compenso, ora la città è infestata di voci fuori controllo.»
«Non per mia responsabilità. Nessuno di quelli che hanno cercato di uccidermi è stato così gentile da svelare l’identità di tutti i suoi complici.» I giornali non l’hanno riportata, immagino per le pressioni del nostro ufficio, ma la notizia si è comunque diffusa per le strade, così in fretta che mi è arrivata mentre ero ancora in ospedale. Due cadaveri sono stati ritrovati al Trivio poco dopo il fallito attacco all’Ardente, circondati dalle tracce di un incantesimo andato fuori controllo. E uno dei due indossava paramenti rituali simili a quelli utilizzati un tempo da uno dei 47. «Se potessi interrogare i collaboratori della drakaina arrestati dall’EXO, o confrontarmi col loro agente che ha combattuto con me, forse riuscirei a chiarire…»
«Indagini di quel tipo sono responsabilità di Cristoforo» taglia corto. E questo mette fine alla discussione: quando un caso finisce nelle mani del segugio più fidato della Sibilla, per ogni altro agente è più prudente dimenticarsene. Almeno davanti a lei.
Meglio così, comunque. La scena in cui mi tocca fare la brava professionista è durata meno del previsto. «Allora permettimi di occuparmi di quella che dovrebbe essere la nostra priorità. Delfine è libera, nascosta da qualche parte nella Fascia Desolata, e tiene prigionieri due dei nostri!»
Lei scuote piano la testa, e la sua pelle crepita come se stesse per sbriciolarsi. «Non è così semplice. Per entrambi ci sono gli estremi per parlare di diserzione.»
«Entrambi?» E dire che credevo di sapere a cosa sarei andata incontro, quando sono entrata qui. Ok, non devo perdere la calma. Ho bisogno di Deifobe. «Posso capire che ci sia bisogno di chiarire la posizione di Fra, ma non credo che lo stesso sia applicabile a Irene.» Fa male, pronunciare il suo nome. Ma non permetterò alla Sibila di fare finta di non conoscere quelli di cui sta parlando.
«Eppure il tuo rapporto iniziale dice che si è allontanata di sua spontanea volontà. Lo so, lo so…» Agita le sue minuscole mani per prevenire la mia obiezione. «Coercizione, circostanze eccezionali e così via. Ma non posso più permettermi di dare nulla per scontato. Abbiamo rischiato di farci sfuggire una sommossa sotto il naso. La nostra credibilità è compromessa.»
E con “nostra”, ovviamente, intende “mia”. «Lasciare due agenti nelle mani del nemico non la danneggerà ancora di più?»
«Non più del fatto che siano riusciti a catturarli. D’altra parte, neanche far sapere di aver arruolato e poi fatto fuggire dei traditori aiuterebbe la nostra causa.» Passeggia piano lungo la scrivania, lasciando scorrere lo sguardo sugli affreschi alle pareti, come per trarne ispirazione. «Ci sarebbe una sola opzione in grado di ridurre i danni…»
Se si è fermata, è perché è certa che si tratta di qualcosa che non approverò. Eppure non posso proprio fare a meno di chiedere. «E sarebbe?»
«La morte di entrambi nella battaglia contro la drakaina. Nessuna incompetenza, nessun tradimento: un’eroica fine in servizio, come gli altri colleghi persi a causa di questa brutta storia.»
Non posso credere a quello che ha appena detto. Devo aver capito male. «Come?»
«Non è l’ideale, certo, ma è il meglio che si possa fare, data la situazione. E aver messo in fuga i ribelli nonostante gli attacchi a sorpresa e i compagni caduti alla lunga rafforzerà il nostro status e farà crescere la nostra leggenda.»
«Ma loro…» Non sta dicendo sul serio. Non c’è altra spiegazione. Sta testando la mia reazione, valutando la mia lealtà. Mi schiarisco la voce, incrocio le braccia dietro la schiena per nascondere i pugni serrati per la rabbia. «Irene e Fra però non sono morti.»
«A quanto ne sappiamo. Le cose potrebbero essere cambiate, o farlo in futuro.»
Una prova. Devo solo stringere i denti e aspettare che finisca. Non sta davvero suggerendo di dichiararli morti.
«E siamo comunque ancora noi in controllo di questo tipo di informazioni.»
Di abbandonarli al loro destino, sperando che non si sappia più nulla di loro. O magari di dargli la caccia per eliminarli, tanto per andare sul sicuro.
«Bisogna solo accertarsi che le persone che erano con te quella notte non parlino.  Poco male per i due attivisti della Scuola Liberata, ma sarà un vero peccato per l’agente dell’EXO. Oh, beh…»
E di fare lo stesso con Sami, e Malombra, e Silva, dopo tutto quello che hanno fatto per fermare quella maledetta rivolta. È semplicemente troppo assurdo per essere vero. Non sta succedendo. Non…
Mi accorgo di essermi mossa solo quando il mio pugno schianta la gabbietta della Sibilla. Astine di metallo spezzate e contorte schizzano verso l’alto, prima di ricadere sul pavimento, sulla scrivania, su di me.
«Maledetta stronza» ringhio. «Cosa c’è di sbagliato in te?»
Deifobe incrocia le braccia e scuote la testa. «Posso intuire che tu sia innervosita da qualcosa, ma quella gabbia mi serviva.»
«Innervosita? Stai parlando dell’omicidio dei miei amici e di persone che si sono messe sotto la mia protezione. Non hai previsto che mi sarei incazzata?»
«Non è la prima volta che discutiamo di omicidi in questo ufficio, se non sbaglio» replica lei, calmissima.
Accuso il colpo. «Stavolta è diverso…»
«Certo che lo è, coinvolge persone che ti stanno a cuore. Beh, io non mi posso permettere di lasciarmi confondere dai sentimenti. Il mio compito è tenere in piedi questa città, a ogni costo.»
«E credi di aver fatto un buon lavoro, finora? Delfine non si è ritirata perché l’abbiamo sconfitta, ma perché qualcosa, e non siano neanche sicuri di cosa, è andato storto nel suo piano. E ora lei è al sicuro a riorganizzarsi, mentre tutto ciò a cui riesci a pensare è a come salvarti la faccia.» Sbatto un pugno contro la scrivania. Il mobile trema e scricchiola, e la Sibilla barcolla, rischia di cadere sul pavimento. «Non eravamo pronti. Ti ho creduto, quando mi hai promesso che mi avresti sempre fornito i mezzi per affrontare le minacce contro cui avrei dovuto combattere, ma tutto quello che hai fatto è stato rendermi abbastanza forte da abbatterle. E quando questo approccio non ha funzionato a pagare è stata Irene.»
«Ti ho concesso tutto quello che potevo! Hai avuto le armi, l’equipaggiamento, le informazioni, anche quelle riservate ai miei collaboratori di fiducia…»
«E a cosa è servito?» Lo urlo, piegandomi su di lei, il corpo che trema per la tensione e l’eccitazione che precede il primo colpo di uno scontro. Vorrei tanto farlo. Sfogare su di lei la mia frustrazione, distruggere la sua sicurezza, la sua arroganza. Ma è proprio quello che devo evitare. «Non possiamo risolvere ogni problema nel modo più diretto e violento.» Non avrei mai pensato che un giorno avrei detto una frase del genere. Ma se persino Bruce Willis ha potuto fare Il sesto senso… «Se vogliamo fermare Delfine dobbiamo rivalutare quello che sappiamo dei nostri colleghi e assicurarci che non abbiano motivo di tradirci per il modo in cui vengono utilizzati. Modificare l’atteggiamento verso i non-umani e i dissidenti, cercare di ottenere la loro fiducia, o almeno il loro rispetto. Capire come convincere i santuari a collaborare con noi e tra di loro.» Mi allontano dalla scrivania, senza voltarmi, respirando profondamente, il feroce impulso di colpire la Sibilla ora solo un vago desiderio. «In questo ufficio dovranno cambiare molte cose.»
«Parli come qualcuno che abbia il diritto di dare ordini.» Deifobe non sembra affatto impressionata. Immagino che poche cose riescano a scuotere un immortale. «Ma quel ruolo spetta ancora a me.»
«Vero. Ma su questo mi darai ascolto e mi sosterrai» replico, sicura.
«E perché dovrei, dopo questa prova di insubordinazione?»
«Magari perché ho ragione, e le mie sono ottime idee. Oppure perché, se non lo farai, parlerò.»
Finalmente riesco a ottenere una reazione. Sgrana gli occhi, e la sua voce tradisce una punta di incertezza, mentre mi chiede «Che cosa vuoi dire?»
«Racconterò tutto ciò che so, pubblicamente. La verità su di te e sui tuoi vaticini, su ciò che è accaduto con Delfine, su ogni manovra e sordido segreto di cui mi hai resa partecipe. Mi scopo un giornalista, anche se riuscirai a impedire la pubblicazione della mia storia sulla stampa ufficiale riuscirò a trovare altri canali per diffonderla.»
«Non lo faresti mai.» Scrolla le spalle. Ha già ripreso il controllo. «Sai anche tu quali sarebbero le conseguenze.»
«Conseguenze? Hai appena minacciato di morte praticamente tutte le persone a cui tengo, credi di poter fare di peggio? E se invece dovessi decidere di prendertela con me…» Allargo le braccia, accenno un sorriso. «Spero che tu abbia qualcuno davvero in gamba a cui affidare l’incarico di eliminarmi.»
Forse ho esagerato, con l’ultima frase. La città è piena di individui e creature che potrebbero liberarsi di me senza sforzo. Ma nessuno di loro, a quanto ne so, lavora per Deifobe, e nessuno è facile da ingaggiare. Dovrebbe chiedere favori, dare spiegazioni, mostrarsi in difficoltà. E sarebbe costretta a farlo anche se mi denunciasse ai colleghi, al Tribuno, alla polizia. Sono certa che è l’ultima cosa che vuole.
«Dannazione, Vittoria, non dovresti mettermi in questa situazione» borbotta alla fine. «Non ci guadagni nulla a schierarti contro di me.»
«Forse. Ma non ho neanche nulla da perdere.»
La Sibilla resta a fissarmi per un tempo che mi sembra lunghissimo. I suoi occhi sono solo due puntini scuri nel minuscolo volto rugoso, ma dopo un po’ iniziano a mettermi a disagio. Sta valutando opzioni a cui non ho pensato? Meditando vendetta, non appena ne avrà l’occasione? Aspettando, al di là di ogni ragionevolezza, per pura forza di un’abitudine che i secoli non sono riusciti a eliminare, che una voce divina le suggerisca come comportarsi?
«Va bene, questa volta faremo a modo tuo» sbotta alla fine. Devo fare ricorso a tutto il mio autocontrollo per nascondere il mio sollievo. «Ma spero che tu sappia che arriverà il momento in cui dovrai pagare il prezzo di tutto questo.» Annuisco. Non ne ho mai dubitato. «Cosa vuoi, allora?»
«Delfine, per cominciare. Voglio essere l’unica responsabile delle indagini, e avere la massima libertà nel condurle.»
«Come vuoi. Ma io e il Tribuno dovremo essere regolarmente informati dei tuoi progressi. E poi?»
«Mi servirà qualcuno che mi dia una mano…»

Malombra scoppia a ridere, così forte e improvvisamente da far sobbalzare Marciano. «Cazzo, Sami, devi stare attento quando dici certe stronzate.» Si piega sul tavolo, boccheggiando. «Per poco non mi fai morire.»
«Guarda che non sto scherzando» ribatto, lo sguardo perso nel mio tè. Il grasso volto di folletto che decora la tazza mi fissa gioviale, come se volesse incoraggiarmi. «Anzi, mi sembra una buona idea.»
Malombra sbuffa, cercando di trattenere un’altra risata. «Lavorare con le Furie? Davvero?»
«Solo come consulenti per l’indagine sulla sommossa di Delfine. E lavoreremmo esclusivamente con Vittoria.»
«Sì, l’hai già detto, e io ti ho già detto che è una stronzata. Ascoltami bene.» Sollevo la testa per guardarlo. La mia sagoma si riflette nelle lenti scure e tonde dei suoi nuovi occhiali. Non si è ancora deciso a far sostituire quella destra con una trasparente. «Vittoria è pericolosa. Una violenta con la superforza e la licenza di fare il cazzo che le pare. E lavora per il Tribuno.»
«Ma ci ha aiutati, ci ha salvato la vita! Senza di lei non saremmo sopravvissuti a Tessalonica, e tanto meno alla drakaina.»
«È stato solo un caso. Proteggerci le era utile. Hai già dimenticato che poco prima aveva dato l’assalto alla Scuola e aveva tutte le intenzioni di arrestarci?»
«Malombra ha ragione.» Da qualche tempo Marciano si trova d’accordo col fattucchiere molto più spesso del solito. Sospetto che sia perché non mi ha ancora perdonato per i libri bruciati, neanche dopo che ho perso il posto in libreria. «La gratitudine non è un buon motivo per immischiarsi con quella gente. Lo sai cosa fanno le Furie e quali sono i loro metodi.»
«Ma questa può essere l’occasione per cambiarli! Ho parlato con Vittoria, ed è sinceramente decisa a rivoluzionare l’ufficio del Tribuno. Vuole cominciare a comunicare con le creature della città, a capirle, a creare un rapporto di fiducia. Se vuole collaborare con me e Malombra è proprio perché agiamo e pensiamo in modo totalmente diverso da lei.» Il fattucchiere ridacchia di nuovo, il satiro mi fissa perplesso. Non sta funzionando. Non mi resta che giocarmi la carta che mi sono tenuto da parte. «E poi c’è l’offerta che mi ha fatto.»
«Uh?» Malombra smette di sogghignare, si sporge verso di me. «Offerta?»
«Ti ricordi quello che le hai chiesto durante l’irruzione? Ha detto che l’ufficio del Tribuno è pronto a far cadere ogni accusa sollevata in quell’occasione contro gli ospiti e i volontari della Scuola Liberata, e a riconoscerci come regolarmente insediati, invece che come occupanti. Questa struttura diventerebbe nostra. Non dovremmo più preoccuparci di sgomberi o retate!»
«Ah…» Il fattucchiere sospira, si ritrae. «Beh, avere un posto sicuro dove stare, una volta tanto, sarebbe un bel cambiamento. Ma non so se valga la nostra libertà.»
«Non diventeremmo mica schiavi…»
Marciano si abbassa, frapponendosi tra di noi, e solleva le mani per zittirci. «Aspettate un attimo, se c’è in ballo qualcosa che riguarda la Scuola dovremmo parlarne con gli altri, convocare una riunione generale.»
«Perché, pensi che qualcuno avrebbe da ridire?» chiedo, proprio nell’istante in cui Malombra dice «Ehi, nessuna assemblea può decidere quello che devo fare della mia vita!»
«Andiamo, ragazzi, non potete fare così. Abbiamo delle regole, qui» insiste il satiro.
«Sai dove puoi infilartele, le tue regole?» Malombra scatta in piedi. «Non sarei neanche dovuto venire ad ascoltare queste cazzate. Da una Furia non può venire niente di buono.» Gira intorno al tavolo a grandi passi, fermandosi accanto a me. «Se non ti sei completamente rincoglionito alla fine capirai che ho ragione. E ricordati che se ti metti nei guai questa volta non ci sarò io a salvarti il culo.»
«Adesso non… Ehi, dove cazzo credi di andare? Non abbiamo ancora finito!» sbraita Marciano, mentre Malombra spalanca la porta e imbocca il corridoio senza guardarsi indietro. «Torna qui, o ti ci trascino per i capelli, brutto…»
La sua voce si perde nel vociare della Scuola. Io resto seduto, le mani aggrappate alla tazza per ricavarne tutto il calore possibile. Dal giorno della battaglia ho l’impressione che il mondo sia diventato un po’ più freddo.
Sapevo che sarebbe stato inutile parlare con Malombra, ma dovevo provarci comunque. E la sua reazione non cambierà certo la mia decisione.
«Ehi.» Sollevo lo sguardo. La ragazzina dall’enorme giubbotto blu è seduta davanti a me. Si è materializzata solo quanto basta per rendersi visibile, attraverso il suo corpo riesco a vedere la sedia e il muro dietro di lei. «È un po’ che non ti facevi vivo.»
«Mi dispiace. Ho avuto qualche problema.» La spossatezza dovuta a due esperienze extracorporee ravvicinate. Il licenziamento. I pensieri che continuano ad aggirarsi instancabili nella mia testa, facendomi passare le notti con gli occhi spalancati nel buio. «Mi ci è voluto un po’ per riprendermi.»
«Mh.» Si guarda attorno, ostentando disinteresse verso di me. «Ho sentito quello che hai detto. Andrai via da qui?»
«Oh, no. Inizio solo un nuovo lavoro.»
«E se l’assemblea non fosse d’accordo?»
«Avrò comunque il mio lavoro.» Mi stringo nelle spalle. «Solo che la Scuola non approfitterà dell’offerta che le è stata fatta.»
«Potrebbero incazzarsi con te, se accetterai comunque. Sbatterti fuori.» Mi sembra di distinguere una smorfia di disappunto sul suo volto. «E a me resterebbe solo Malombra con cui parlare.»
Scoppio a ridere. «Non è così male.»
«Scherzi? Il più delle volte ignora noi fantasmi, e quando ci parla lo fa solo per insultarci o lamentarsi del fatto che lo infastidiamo.»
«Ci tiene a voi, anche se non lo dà a vedere. E non dovrebbe essere difficile trovare qualcun altro con cui chiacchierare. Il mio amico satiro, per esempio. Ti piacerà.»
«Se quei due ti stanno così simpatici, perché gli hai mentito?»
«Cosa? No che non ho mentito» rispondo.
«Invece sì. Da morta queste cose le capisco meglio di quando ero in vita. Strano, eh?» Accenna un sorriso. «Non gli hai detto il motivo per cui vuoi accettare il lavoro. Quello vero.»
Sospiro. Che attore devo essere, se lo spettro di una ragazzina riesce ad accorgersi delle mie balle. «Non mi andava di parlarne. E non so se avrebbero capito una ragione personale e sentimentale, quando non sono riuscito a convincerli neanche con quelle razionali.»
«Sei tu ad avermi detto che a parlare di certe cose poi ci si sente meglio.» La sua forma acquista più consistenza. Pianta i gomiti sul tavolo e poggia il mento sulle mani incrociate. «Vuoi dire a me? Tanto che ti frega, anche se non capisco?»
Le sorrido, scuotendo la testa. Ha ragione, dopotutto. Cosa ci perdo, a parlargliene? «Ho dovuto fare una scelta importante, di recente. E ho scelto l’opzione più comoda, più egoista. Non me ne pento, perché facendolo ho aiutato qualcuno che aveva già sofferto troppo. Ma poco dopo anche un’altra persona si è trovata a dover scegliere.» Irene aveva la testa bassa, l’ultima volta che l’ho vista. Non so quale fosse la sua espressione, ma credo stesse piangendo. «E ha optato per quella più difficile. Si è sacrificata per me, per Malombra e per un sacco di altre persone. E io in quel momento avevo a malapena la forza di parlare, non riuscivo a muovermi. Non ho potuto fare nulla per farle cambiare idea.» Quando ci ha voltato le spalle nessuno di noi ha detto una parola. Per la sorpresa, o perché in fondo eravamo felici che ci stesse salvando? «Sento di doverle qualcosa.» Continuo a chiedermelo, e non riesco a darmi una risposta. «Di dover provare ad aiutarla.» E più ci penso, più mi sento attanagliare dal gelo. «Di dover fare una scelta difficile per lei.»
Lo spettro annuisce, con lentezza e serietà. «Credo di capire…»
«Ah sì?»
«Rimpianti, rimorsi, colpa.» Si stringe nelle spalle. «Chi capisce certe cose meglio di un fantasma?»
«Giusto.» Il tè si sta raffreddando. Non ho voglia di berlo. L’ho preparato solo per abitudine. «Magari sono anche io uno di voi, e non me ne sono accorto.» Un fantasma di cose passate, che presto non potranno essere più. Almeno questo freddo avrebbe una giustificazione.
«Naah.» Scuote la testa con decisione. «Non sei abbastanza interessante.»
«Ah, grazie!» Mi alzo in piedi, esagerando un sospiro di sollievo. «È meglio che vada a vedere cosa stanno combinando quei due. Non vorrei che si ammazzassero.»
«Ok. Ma vedi di passare da qui più spesso!»
«Certo, io…»  Svanisce prima che riesca a terminare la frase, lasciandomi a fissare una sedia vuota. Esco dalla stanza chiudendomi la porta alle spalle.
Il corridoio è deserto, in questo momento. La vera attività comincerà nel tardo pomeriggio. Riesco a sentire la voce di Marciano, profonda e infuriata, arrivare dalla palestra.
Dovrei andare a vedere cosa sta succedendo. Calmarli, farli ragionare, trovare una mediazione. È il mio ruolo, quello che so fare meglio.
Invece inizio a camminare a passo svelto verso l’ingresso, ricambiando qualche cenno di saluto lungo il tragitto. La ragazzina aveva ragione. Non sono un fantasma. Non ancora.
Lo diventerò non appena metterò piede fuori da qui. Nessuno capirà o perdonerà. Presto sarò solo il traditore, il venduto, la spia, magari. Sami l’attivista, il volontario, l’amico cesserà di colpo di esistere. Di lui resterà solo un’ombra, una versione distorta e spaventosa di quello che era un tempo, a cui non vorranno pensare e di cui cercheranno di non parlare.
Sami. La Furia.

«Che ha fatto Davelli?»
«Te l’ho detto, pare abbia provato ad arrestare anche Mila, dopo che sono rimasti da soli.» Silva soffia verso l’alto il fumo della sua sigaretta. «Ovviamente lui non lo ammetterà mai, visto com’è andata a finire. Ma i prigionieri che è riuscito a consegnare ci hanno tenuto a raccontare di come, proprio mentre stava arrivando la polizia, lei gli abbia rotto il naso con la sua stessa stampella, per poi filarsela.» Sfodera un ghigno soddisfatto. «Purtroppo però neanche questo è bastato a mettere un freno all’esaltazione dell’eroico agente che ha sventato un pericolosissimo complotto anche durante la convalescenza.»
Giù in strada due uomini con le tute da lavoro di un qualche Municipio stanno tirando giù uno dei manifesti sul Tribuno. Sul muro accanto qualcuno ha scritto, in inchiostro nero, Stai kin ‘e paur’.
«Ecco perché non riesco a trovarla da nessuna parte.» Osservo la mia amica, appoggiata accanto a me alla ringhiera di questo balcone minuscolo, la pelle ancora pallida e tirata, magra come non l’ho mai vista. «Ora che ci faccio con la sua spada?»
«A proposito, come hai fatto a nasconderla e portarla via, quel giorno?»
«Con un borsone, che ho dovuto svuotare di scatole di munizioni e di un paio di pistole, e un velo.»
Aggrotta la fronte. «Un incantesimo di mascheramento? Non credevo che…»
«Ma no, intendo proprio quello che copriva il volto del Velato. È incantato, e a quanto pare riesce a bloccare persino la vista. Funziona bene, da quando l’ho avvolto intorno alla spada non sento neanche più le voci degli spiriti nell’arma.» Sospiro. «Ma se l’Ospitaliere venisse a riprendersela mi sentirei comunque più tranquillo.»
Sorride. «Troverai un modo per rintracciarla. Sei riuscito a fare cose anche più improbabili, ultimamente.»
«Se lo dici tu…»
«Non hai detto di aver affrontato un mago? Due volte?» Scuote la testa. «Davvero, Agostino, il solo fatto che tu sia qui a raccontarlo è pazzesco.»
«Entrambe le volte qualcuno si è sacrificato per salvarmi, però. E non ho idea di come abbia fatto a tenere testa al Velato, per i pochi minuti in cui ci sono riuscito. Credo di aver visto qualcosa che mi ha aiutato, ma… Merda, è come quando ti risvegli dopo aver sognato. Sul momento ricordi tutto, ma bastano un paio di minuti per rimanere solo con qualche vaga impressione di cui non riesci neanche a parlare. »
«Ma sei davvero così scemo? Come fai a non capirlo ancora?» Schiocca le dita davanti al mio volto, creando una piccola fiammata che mi fa sobbalzare. «Sveglia!»
«Per svegliarmi devi carbonizzarmi le sopracciglia?»
Ignora la mia domanda. «È la città. È lei che ti parla e ti aiuta.»
«…cosa?»
«Ho iniziato a sospettarlo quando mi sono accorta che, ogni volta che avevamo bisogno di una risposta, qualcosa ci metteva sulla giusta strada. Fantasmi. Dei. Le carte di Iza.»
«Le voci disincarnate, quando siamo andati a prendere Davelli… Cazzo, hai deciso di seguire l’indizio sui matrimoni solo per questa teoria ridicola?»
«L’ho messa alla prova.» Scrolla le spalle. «E ho avuto ragione. Avevi una domanda, e la città ha risposto. In modo un po’ contorto, certo…»
«Chiamalo contorto.» Gli operai hanno finito di rimuovere il manifesto e sono rimontati sulle loro biciclette. Cercano di immettersi nella colonna di ciclisti che affolla la strada senza sbattere contro nessuno. Per un istante mi sembra di cogliere un senso, in tutto quel confuso movimento. Una struttura di sottili linee luminose che gli conferisce ordine, che pervade e sostiene marciapiedi e asfalto, muri e finestre, questo stesso balcone. Dove l’ho già vista? Quando? Provo a concentrarmi sullo strano senso di familiarità che mi trasmette, ma nel momento in cui lo faccio la sensazione svanisce, insieme alla rete di luce. «Non ha senso, lo sai? Vorrebbe dire che questo posto è vivo, in qualche modo.»
«E ti meraviglierebbe? La città cresce, cambia, si estende attraverso i mondi e i piani di esistenza. Forse si è persino generata da sola, chi lo sa? A me sembra piuttosto viva.»
«E io cosa c’entro?»
«E che ne so? Magari sei un qualche raro tipo di cambiato e non te ne sei mai accorto. Magari sei qualcosa di nuovo. Anche la città lo è, del resto. L’unica cosa che non capisco è il motivo per cui avrebbe dovuto iniziare a parlarti solo ora.»
«La teoria è tua, non chiederlo a me.» Perché dalla Frattura non mi sono mai sentito vivo, coinvolto, eccitato per qualcosa, prima che tu venissi da me mormora una vocina nella mia testa. Perché non avevo domande da porre, finché non ho iniziato a lavorare con te. La zittisco con una vigorosa scrollata del capo. «Piuttosto, tu come ti senti?»
«Delusa. Finalmente riesco a identificare l’assassino che stavo cercando, e le Furie prendono il controllo del caso. Folco e Davelli sono di nuovo degli eroi, e io devo ritenermi fortunata per essere stata reintegrata in servizio attivo. E Salvo aspetta ancora che la faccia pagare a quei due stronzi.» Nei suoi occhi compare una sfumatura arancione. «Però potremmo riprovarci. Ufficialmente l’EXO non riconoscerà mai il tuo coinvolgimento, ma i pezzi grossi dell’agenzia devono essersene fatti un’idea leggendo i rapporti riservati. Non avresti difficoltà a farti assumere, e potresti diventare il mio operatore a tempo pieno.»
Scuoto la testa. «Mi dispiace, ma ti ho già detto che non posso. Mi piacerebbe continuare ad averti come agente, ma non me la sento di lavorare per l’EXO.» Non dopo aver visto il volto famelico del demone di Ippolito, quando gli ho mostrato il rifugio del Velato e il suo incantesimo. Non dopo aver sentito le sue parole. Il maestro, per ragioni che risultano incomprensibili a me come a ogni altra creatura dotata almeno dell’intelligenza di un tafano, si dice soddisfatto del risultato dei tuoi sforzi e felice di adempiere alla sua parte dell’accordo. E benché abbia provato a spiegargli che il più stupido dei cammelli dotati di parola dal più puerile dei fattucchieri che abbia avuto il dubbio onore di conoscere avrebbe fatto meglio di te, ha aggiunto che è ansioso di rinnovare la vostra collaborazione, qualora sorgesse una necessità così veniale da essere alla portata dei tuoi trascurabili talenti. Tradotto, significa che il mago non ha ancora finito con me.
Ma io ho chiuso con lui e i suoi ricatti. Devo stargli il più possibile alla larga, tenere la testa bassa e sperare che, insignificante come sono, finisca per dimenticarsi di me. E questo richiede di evitare ogni contatto con l’EXO, per quanto possibile.
«Ma cosa farai?» insiste Silva mentre rientriamo nell’appartamento. Quello di Renzo. Due piccole camere, un angolo cottura, un ripostiglio pieno di cianfrusaglie. E una minuscola donna in kimono azzurro che ci spia affacciata allo stipite della porta del bagno. «Né io né Folco possiamo pubblicamente garantire per te, e col tuo curriculum ufficiale nessun’altra agenzia ti assumerebbe come operatore. Non penserai davvero di metterti a fare doposcuola!»
Scuoto la testa. Frugo nella mia borsa, agganciata allo schienale di una sedia, e ne tiro fuori un pacco di biscotti e una lettera, che le porgo. «Questa mi è arrivata ieri.»
Mentre lei legge, io verso i biscotti in un piattino. Renzo mi ha chiesto di fare tre cose, poco prima di perdere i sensi: chiedere scusa a sua moglie, salutare una certa strega che lavora in ospedale, e portare ogni tanto dei biscotti a Celeste.
Le prime due si sono rivelate più difficili del previsto. La strega, un certo Benny, pare sia scomparsa da qualche giorno, e non sono ancora riuscito a rintracciarla. Ed è venuto fuori che la moglie di Renzo è una delle Pizie di Delfine tenute sotto custodia e in completo isolamento dall’EXO.
Quindi mi concentro sulla terza. Anche se all’inizio mi aspettavo che Celeste fosse un pappagallo, o qualcosa del genere.
«Operatore spiritico municipale?» Silva suona incredula.
«Ho fatto la domanda qualche tempo fa.» Poso il piatto sulla soglia del bagno. La donnina si china in avanti, afferra rapidissima un biscotto e torna a nascondersi. Non si fida ancora di me. Beh, neanche io lo farei, a parti invertite «E pare che il Municipio 3 abbia dei posti liberi, un sacco di dipendenti hanno chiesto il trasferimento dopo l’incendio.»
«Non puoi dire sul serio. Solo i disperati che non riescono a trovare nient’altro accettano quel lavoro.»
Sventolo una mano. «Presente.»
«Voglio dire che sei troppo in gamba per diventare un operatore municipale!»
«In prova. Devo superare otto settimane di tirocinio.»
Getta la lettera sul tavolo, con un verso di disgusto. «Vedi? È una stronzata.»
«Può darsi. Ma è un modo per continuare a fare quello che voglio.» Mi allontano dal bagno, lasciando Celeste al suo pasto, e mi rimetto la borsa a tracolla. «E ci saranno molti altri nuovi assunti, come me. Potrebbe essere l’occasione per un rinnovamento, per invertire la tendenza e fare qualcosa di buono con le risorse di un Municipio.»
«Fuggirai al massimo dopo due settimane, e verrai a chiedermi di riprenderti con me. Spera che non mi abbiano assegnato un operatore nel frattempo.»
«Terrò le dita incrociate» ridacchio. «Torno tra un paio di giorni» dico poi, rivolto verso il bagno. «Se vuoi altri biscotti il pacco è qui sul tavolo, aperto.»
Celeste non si affaccia nemmeno. Mi chiedo se riesca a capirmi. Beh, la confezione è in bella vista, se le verrà fame riuscirà comunque a trovarla.
Silva ricomincia a parlare quando siamo sulle scale. «Quel Renzo doveva essere una persona interessante. Un seguace dei 47 con la casa infestata e una moglie cambiata al servizio della drakaina.»
«Oltre che portatore della spada dell’Ospitaliere, anche se per poco. E se non fosse stato per lui…»
Usciamo in strada. L’aria è gelida e pulita, e attraverso le nubi filtra un po’ più luce del solito. Dov’era il manifesto sul Tribuno, ora ce n’è uno che annuncia una ricompensa per chiunque aiuterà la polizia a individuare i membri dei seguaci dei 47, ricercati per sedizione, traffico d’armi e omicidio.
«Io devo tornare in ufficio» annuncia Silva. «Tu cos’hai da fare?»
Ci penso su un attimo. Devo rileggere i miei appunti sulle tipologie di reati soprannaturali previste dallo statuto cittadino, per essere pronto quando inizierò il nuovo lavoro. Trovare il modo di contattare la guerriera mistica proprietaria della spada magica nascosta in un borsone sotto il mio letto. Cercare una strega scomparsa per avvisarla della morte di un suo caro amico a causa di un mago. Faccio spallucce. «Niente di speciale.»
È solo un giorno come un altro, qui in città.

Cari lettori, con questa Fabula la prima stagione di Tales from the City giunge al termine. Vi ringrazio per avermi accompagnato fin qui, e spero che abbiate gradito il viaggio quanto me!
E se siete interessati a notizie sul futuro di questo blog e di questa storia, oltre che sulla seconda stagione, fate un salto su queste pagine anche domani! 

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