Fabula LX

Irene rigira il coltello nel petto di Fra, prima di estrarlo schizzandosi addosso gocce del sangue scuro che imbratta la lama di ferro. I serpenti sibilano minacciosi contro il licantropo, che riesce a emettere solo un singulto prima di accasciarsi a terra, proprio accanto a me.
«No… no…» Le parole sembrano rifiutarsi di lasciare la mia bocca, riesco solo a sussurrare. Guardo il ragazzo che artiglia il lastricato con tanta, disperata forza da spezzarsi le unghie, mentre un rivolo di sangue gli scende da un angolo della bocca, che apre e chiude a scatti come se stesse cercando di divorare l’aria che gli serve per respirare. «Non dovevi, non era necessario.»
«Ti avrebbe ucciso.» Lei mi parla tenendo lo sguardo rivolto a terra. La sua voce non esita, non tradisce emozioni. Sta solo facendo una constatazione.
«Non puoi dirlo. È Fra, cazzo!» Come in risposta al suo nome, lui volta il viso verso di me. I suoi occhi sono smarriti, spaventati. Umani, anche se ancora di quell’insopportabile colore giallo.
«Forse lo è, e magari ci ha sempre ingannato. O forse è il lupo. Chiunque sia, è qualcuno che ti ha squarciato un braccio senza pensarci due volte.» Avevo quasi dimenticato la ferita. Riesco a malapena a rendermi conto di tutte le parti del corpo che mi fanno male. Immagino non sia un buon segno, ma in questo momento sembra una benedizione. «E avrebbe fatto lo stesso con la tua gola, lo sai.»
«Ci doveva essere un’altra soluzione, una che non comportasse… questo!» Faccio per avvicinarmi al ragazzo, e tutto il dolore che ero riuscita a ignorare fino a questo momento mi assale all’improvviso. Stringo i denti per non urlare mentre mi sforzo di tendermi verso Fra e sfiorarlo con la mano che riesco ancora a muovere. Lui accarezza le mie dita con le sue. Tremano. Muove le labbra, forse per parlare, ma tutto quello che riesce a fare è scoprire una fila di zanne in cui si aprono sanguinanti spazi vuoti, dove alcuni dei denti da lupo hanno lasciato il posto a quelli umani.
Irene getta via il coltello e porta le mani al petto, inspirando profondamente. Le serpi sono ritte tra i suoi capelli e si guardano attorno, all’erta. «Fra conosce i miei poteri, non mi avrebbe lasciato l’occasione di guardarlo negli occhi e paralizzarlo. Ho dovuto farmi venire in mente qualcosa. Ci metterà un bel po’ a rimettersi da una ferita del genere.»
Quelle parole mi scuotono come una secchiata d’acqua gelida. «Cosa?»
«Beh, il ferro non è argento, ma ha comunque effetto sugli spiriti. Il lupo dovrà impiegare tutto il suo potere per tenere l’ospite in vita, e anche passato il pericolo potrebbero volerci…»
Salto in piedi, nonostante farlo mi strappi un urlo di dolore, passo il braccio destro dietro le spalle di Irene e la stringo a me. Sento sibili minacciosi nelle orecchie e il tocco gelido di squame sulle guance, ma non me ne curo. «Non l’hai ucciso. Non l’hai ucciso! Oh, meno male!»
«Ma cosa ti viene in mente?» Si libera dal mio abbraccio, ed è così sorpresa che quasi solleva la testa per guardarmi in volto, fermandosi appena in tempo e poi sprofondando il mento nel petto, come per compensare. «Non potrei mai fare una cosa del genere. In quel modo, poi…»
Qualcosa che affonda nell’acqua di una pozzanghera. Un fruscio sul selciato. I serpenti che si agitano. Mi lancio su Irene, la afferro, la trascino via con me. La coda di Delfine scende dall’alto e ci manca di pochissimo, si abbatte sul lastricato col rumore di un’esplosione. «Smettetela.» Il suo corpo umano si solleva da terra, tornando a sovrastare le spire che ha raccolto attorno a sé come un nido, o una barriera protettiva. «Vi ho detto di non fare male ai miei figli.»
C’è un’improvvisa, violenta esplosione di luce in un punto distante della piazza. Distolgo lo sguardo dalla drakaina il tempo che basta per accorgermi che si tratta di qualcosa che sta bruciando tra alte, intense fiamme. Che avrà combinato Silva?
Qualunque cosa sia, l’effetto su Delfine è immediato. Il suo grido è inumano, doloroso, disperato. Fa fischiare le orecchie e tremare le ossa. E attira i suoi seguaci.
Si avvicinano da ogni direzione, lemuri e folletti in prima fila, e dietro gli altri, dopo un attimo di esitazione. Passano senza difficoltà in punti che dovrebbero essere ancora protetti dalle barriere di Malombra, che sembrano essere crollate. I pochi guardiani del santuario rimasti cercano di contenerli, ma vengono dissolti quasi senza sforzo. Un muro di volti duri e furiosi, di armi, artigli e magia si sta chiudendo attorno a me, e per fermarlo posso usare soltanto un braccio.
Fossi da sola, forse potrei rassegnarmi. Citare la più stronza frase da film d’azione che mi venisse in mente e colpire i primi ad avvicinarsi con tutto quello che mi rimane, costringendo gli altri a finirmi in fretta.
Ma devo pensare ai fedeli dell’Ardente. A Silva, Sami, Malombra. A Fra, da portare al sicuro e curare. A…
«Stai indietro, e non guardarmi direttamente.» Riesco a malapena a sentire il sussurro di Irene. Si fa avanti a passi brevi, incerti, e di fronte a quella schiera di non-morti, cambiati e non-umani sembra minuscola.
«No, fermati!» Provo a trattenerla, ma riesco solo a trascinarmi per un paio di goffi passi prima di rinunciare. Ho dato fondo alle forze che mi rimanevano per schivare l’ultimo attacco della drakaina.
Non ho bisogno di accorgermi degli artigli di bronzo che le sono spuntati dalle dita, scivolando sopra le unghie, per intuire il piano della cambiata. I suoi serpenti soffiano, inferociti. Lei solleva la testa, sibilando insieme a loro. La sposta piano da destra a sinistra, facendo scorrere lo sguardo sui nostri nemici. Vedo la curiosità comparire sui loro volti mentre si chinano in avanti come per guardarla meglio, per capire cosa ci sia di così misterioso e sfuggente in quegli occhi, perché siano così attraenti…
«Non guardatela!» ordina Delfine, e a molti dei suoi uomini si fanno indietro, esitanti, confusi, parlottando tra loro. Non tutti, però. Sono ameno una dozzina quelli che restano bloccati sul posto, con un’espressione perplessa e sorpresa impressa sul viso, incapaci di spostarsi o di muovere qualunque parte del corpo. A parte gli occhi, che ruotano impazziti in ogni direzione ora che i loro proprietari stanno iniziando a capire ciò che gli è successo.
«Una gorgone.» C’è calore nella voce della drakaina. Dolcezza, forse persino affetto. «Non avrei mai immaginato di incontrarne una in questo luogo, in questo momento.»
«Sono… un essere… umano.» Irene parla con enorme difficoltà. Devono esserle spuntate anche le zanne.
«Sei progenie delle mie sorelle, sangue del mio sangue» replica Delfine. I suoi occhi sono fissi su Irene, eppure non sembra risentire degli effetti del suo sguardo. «Nata dalla terra e dal sacrificio della più grande di noi. Una sopravvissuta alle persecuzioni degli Dei.» Pronuncia l’ultima parola con disgusto. «Non sai quanto abbiamo sofferto credendo che la tua stirpe fosse stata cancellata da ogni piano di esistenza.»
«Smettila!» Mi trascino in avanti di un altro passo e la mia testa inizia a girare, ricordandomi che farei meglio a muovermi il meno possibile. «Irene, raggiungi gli altri e vai via da qui. Questa biscia è immune ai tuoi poteri, non c’è nulla che tu possa fare. Ci penso io a trattenerla.»
Delfine ignora la mia interruzione. «Non è certo il caso che ha deciso di metterti sulla mia strada proprio adesso. Il Fato ha voluto essere benevolo con noi.» Le sue parole ora suonano musicali, affascinanti. Persino ragionevoli. «Ci ha concesso l’opportunità di condividere la vendetta che tanto abbiamo aspettato.» Allunga la parte superiore del corpo verso Irene. Le serpi soffiano e la cambiata arretra, le mani sollevate a mostrare gli artigli.
«Non devi avere paura di me» ricomincia la drakaina, suadente, ammaliante. «Cerca dentro di te, amica mia. Per quanto umana possa essere diventata la tua forma, ere di guerra e tormenti non possono non aver lasciato un segno indelebile nella tua memoria. Ricorda.» Inizia a tendere una mano, con cautela. «Ricorda il fulmine, il diluvio, la terra che si spacca e inghiotte. Gli occhi accecati, la carne dilaniata, la pelle strappata e usata come ornamento. La sorte orribile delle tue madri e sorelle, cacciate come prede, braccate senza pietà fino agli angoli più remoti del mondo. I tuoi fratelli, così belli e forti, marchiati come mostri, assassinati per soddisfare i capricci sanguinosi dei templi. I sicari al soldo degli umani e degli dei, esaltati come eroi.» Le sue dita si avvicinano al volto di Irene, le stanno già sfiorando i capelli. «Ricorda la paura, la disperazione, il bisogno mai soddisfatto di un rifugio sicuro. Uno come quello che adesso posso offrirti io. Sono più potente di quanto lo sia mai stata. E ci sono altri della famiglia, con me. Possiamo proteggerti, e vincere una volta per tutte questo conflitto che ci è costato così tanto…»
«Non toccarla, o sarà l’ultima cosa che farai» grido, nonostante sia consapevole dell’inutilità di quella minaccia. E infatti Delfine posa una mano sulla guancia della cambiata e la accarezza con aria materna. A quel tocco le serpi si placano, smettono di contorcersi e si accasciano quiete nel loro nido di capelli. Io invece vengo presa da una voglia matta di strappare una a una le squame di quella stronza.
Irene è immobile quanto i suoi serpenti. Faccio fatica a immaginare cosa stia succedendo dentro di lei. Riesco a percepire l’enorme potere persuasivo delle parole della drakaina, e non sono neanche rivolte a me.
Sta esitando perché è impegnata a elaborare una strategia, o perché sta pensando a quello che le è stato detto? Ricorda davvero tutta quella sfilza di eventi? No, non è possibile. Può anche essere una cambiata, ma resta un’umana.
O no? Cosa cazzo ne so io di cambiati? Cosa ne sappiamo, tutti?
Delfine porta il volto all’altezza di quello di Irene, la guarda dritta negli occhi. Sul suo viso così maledettamente splendido si disegna un sorriso, dolce, caloroso… che si trasforma in una smorfia di rabbia e sorpresa, quando la donna le conficca gli artigli nel braccio. La drakaina si ritrae di scatto, sanguinando da un lungo taglio tra il polso e il gomito.
«Ti ho detto… umana» biascica di nuovo Irene, e le serpi si sollevano come una feroce corona vivente.
«Stupida, tu hai bisogno di me.» Non c’è più traccia di gentilezza in Delfine, ora. «Hai un corpo fragilissimo, mi è bastato sfiorarti e annusarti per capirlo. Non può adattarsi a quella che sei, finirai col distruggerlo. Ma io posso aiutarti, trasformarti. Garantirti la sopravvivenza.»
«Forse dovresti preoccuparti di garantire la tua.» Malombra mi tira una pacca sulle spalle mentre si mette al mio fianco, strappandomi un lamento e guadagnandosi un’occhiata feroce, a cui risponde con una scrollata di spalle. Puzza di fumo e di un odore disgustoso che non riesco a riconoscere, e il suo occhio cieco pulsa come se qualcosa gli si stesse agitando dietro.
«E tu arrivi adesso?» sbotto.
«Scusa, ero impegnato a discutere con un revenant che credeva di essere indistruttibile. Indovina cosa gli ho fatto?»
«Cosa gli abbiamo fatto.» Silva è un po’ più indietro, e sta aiutando Sami a reggersi in piedi. Non so decidere quale dei due sembri messo peggio. Contando anche me, dobbiamo essere un quadretto davvero patetico.
«Sì, va bene, lavoro di squadra e bla bla bla. Il punto è che ora siamo arrivati anche noi.» Il fattucchiere si solleva sulla punta dei piedi e gira su se stesso, come per dare un’occhiata all’intera piazza. «Invece i tuoi lemuri se la stanno filando!»
Io e Delfine ci guardiamo attorno con la stessa frenesia. Malombra ha ragione. Alcuni degli spettri si stanno dissolvendo, lasciando nel punto in cui sono svaniti solo rozze maschere e armi improvvisate. Altri, quelli dall’aria più antica, stanno semplicemente andandosene, lasciando la piazza da soli o in piccoli gruppi.
«E questo cosa significa?» mormoro, non rivolgendomi a nessuno in particolare.
Qualcuno sta cercando di fermare i non-morti che si allontanano, ma senza successo. Due lemuri armati di lunghe lance sottili e dal volto coperto da maschere di bronzo stanno aggredendo il gruppo di grassi folletti che gli ha bloccato la strada.
«Che il legame con il necromante che li controllava è svanito» risponde Malombra. «Non è una cosa che si vede spesso. Magari il bastardo ha deciso di tirarsi fuori da questa storia e vuole impedire che si possa risalire a lui. Oppure è morto.»
«Fermatevi!» sbraita Delfine. Travolge i non-morti più vicini con un colpo di coda, che poi abbatte su quelli a terra schiacciando teste e maschere. «Cosa sta facendo quel mago? Abbiamo un patto!» grida ancora. «Dove diavolo è? Qualcuno vada a…»
Una folata di vento improvvisa, e un uomo compare dal nulla davanti alla drakaina. Ansima cercando di riprendere fiato, barcolla e cade in avanti, finendo gattoni.
No, non è un uomo, a guardarlo con più attenzione. Nel suo volto in continuo mutamento tratti grotteschi da folletto si alternano a fattezze umane, senza che uno dei due aspetti riesca a prendere il sopravvento. Il suo braccio sinistro termina in una mano tozza e bianchiccia con tre sole dita, sormontate da artigli neri.
«Zampa de gal?» Delfine si china sul nuovo arrivato, gli passa un braccio dietro le spalle mentre gli solleva il volto con delicatezza. «Cosa ti è successo?»
«Madre, il Velato…»
Il resto delle parole della fata si perdono nello scrosciare della pioggia. Non cerco neanche di ascoltarle. Ho problemi più urgenti. Fra è ancora a terra, incapace di muoversi, di trasformarsi, di fare qualunque cosa che non sia, ogni tanto, lanciare un sottile guaito. E Irene… «Come stai?» le chiedo, senza avvicinarmi. Uno dei serpenti si volta verso di me e mi fissa con le sue pupille affilate. «Quello che ti ha detto Delfine, sai, sulla possibilità che la tua condizione di salute possa essere…» Incespico sulle parole. Scuoto la testa per cercare di schiarirmela, ma peggioro solo la situazione. «Beh, è importante. Vuol dire che esiste un modo per farti sopravvivere. E se esiste possiamo scoprirlo anche noi. Dopo stanotte la Sibilla ci dovrà un sacco di favori, potremo usare tutte le sue risorse per questo scopo. Quindi per favore, adesso smettila con questa follia, riprendi il controllo dei tuoi poteri e vieni qui.»
Lei non risponde, non si muove nemmeno. E neanche il serpente, che resta a guardarmi, impenetrabile.
Delfine torna a sollevarsi, mentre alcuni cambiati aiutano il folletto a rimettersi in piedi e lo portano via. «Figli miei, gli umani che dovevano sostenerci in questa lotta hanno ancora una volta ceduto alla loro intrinseca inadeguatezza, e hanno fallito. Siamo costretti a ritirarci, per il momento.»
Un brusio incredulo riempie la piazza, punteggiato da qualche grido di protesta.
«Sta dicendo sul serio?» mormora Silva.
«Credo… credo di sì…» Non riesco a trovare nessun motivo per cui dovrebbe mentire. Cosa è successo? Che gli ha detto quella fata?
«Abbiamo vinto.» A Malombra scappa una risatina stridula. «Vinto!» Si volta e scuote la testa di Sami, afferrandolo per i riccioli scuri. «Abbiamo fatto il culo a una drakaina e al suo esercito!»
Il bel tipo riesce ad accennare un sorriso, che mi sembra tradire più sollievo che soddisfazione. E viene da sorridere anche me. Ce l’abbiamo fatta. Contro ogni previsione, nonostante la disparità numerica schiacciante e la forza del nemico. Ce l’abbiamo davvero…
«Raccogliete tutti i feriti» continua Delfine. «E trattate il lupo con estrema cura, gli devo moltissimo.»
Sta parlando di Fra? «No, non puoi portarlo via!» protesto. Ma lei non ha ancora finito.
«In quanto a voi e ai disgustosi adoratori degli dei…» I suoi occhi scorrono su ognuno di noi. Quando si soffermano su di me mi sembra di vederli davvero per la prima volta. In quello sguardo non c’è più traccia di premura, sfida, arroganza. Solo odio, un odio antico quanto il mondo, assoluto come possono esserlo sole le cose che esistono per un tempo molto più lungo di una vita umana riuscendo a rimanere sempre uguali a se stesse. E un minuscolo frammento di quell’odio da oggi è rivolto contro di me. «La vostra sorte dipende dalla gorgone.» Distoglie l’attenzione da me e la concentra su Irene, e se possibile questo mi terrorizza ancora di più. «Mi seguirai, mia cara? Vuoi venire via con me?»
Il mio cuore salta un battito. No. Non può volerlo davvero…
I serpenti sulla testa di Irene si contorcono e soffiano, ma la drakaina non si lascia intimorire. «Pensaci bene, prima di rispondere. I tuoi compagni hanno fatto soffrire i miei figli. Dovrei schiacciarli, ora che sono ridotti in queste condizioni pietose, e poi lasciare che i miei ragazzi sbranino quegli idioti che si sono radunati davanti al santuario credendo che l’Ardente li proteggerà.»
«Vorrei vederti provare» sbotta Silva. La abbraccerei, se non avessi paura di svenire se solo tentassi di fare un passo. Malombra invece è diventato pallido quanto una larva. Il suo entusiasmo ha avuto vita brevissima.
«Ma se mi seguirai spontaneamente, se accetterai il ruolo che ti spetta per diritto di sangue e nascita» continua Delfine, imperterrita «li lascerò in vita. Perché siamo una famiglia, e i tuoi desideri contano, per me.»
«Oh, questa è la più grossa stronzata che abbia mai sentito» mi intrometto. «Non ci pensare nemmeno, Irene. Può minacciare quanto le pare, ma ha già provato ad abbatterci, e siamo ancora in piedi.» Per miracolo, almeno per quanto mi riguarda. Ma questo non è necessario aggiungerlo.
«Non… non devi farlo… per noi» sussurra, con enorme difficoltà, Sami. Lo bacerei.
«Vero» si accoda Silva. «Abbiamo già compiuto un paio di imprese, stanotte. Possiamo farne un’altra.» Mi lancia un’occhiata, e annuisce. «E detesto quando qualcuno lascia da solo un collega.»
Malombra sospira. «Fanculo, se dobbiamo farlo, facciamolo.» Si sfiora l’occhio sinistro, sfoderando un ghigno feroce. «Ho qui una bestia a cui ho promesso un pasto, e che è ancora affamata.»
«Insomma, siamo tutti d’accordo. Che ne dici, Irene?» chiedo.
Lei finalmente si volta. Ha le labbra chiuse, piegate in un sorriso triste, come non potrebbe fare se avesse ancora le zanne sguainate. Le unghie di bronzo le sono rientrare nelle dita. I serpenti le pendono pacifici attorno al volto. Corre ad abbracciarmi, nasconde il viso contro il mio braccio. Posso sentirla soffocare i singhiozzi.
«Ehi, va tutto bene. Non ti avrei mai fatto affrontare da sola una prova simile» mormoro, accarezzandole la schiena. «Ora prenderemo a calci in culo il rettile, e poi…»
«Vic.» Un sussurro così esile che lo sento a malapena.
Mi chino su di lei. «Dimmi tutto.»
Solleva il volto di scatto, e i suoi occhi incontrano i miei. La conosco da anni, ma è la prima volta che ho la possibilità di vederli. Sono grandi, e luminosi nonostante siano lucidi. Sembrano pietre preziose. Hanno il colore dell’ambra e del miele, e contengono pagliuzze lucenti che splendono come oro. Mentre li fisso la stanchezza, il dolore, persino il freddo e l’umidità della pioggia paiono svanire. Potrei restare a guardarli per ore, magari per sempre…
Lei abbassa lo sguardo. Troppo presto. Ho l’istinto di trattenerla, di sollevarle il volto, ma quando provo a farlo mi accorgo di non riuscire più a sentire le braccia. Cerco di girare la testa per controllare cosa ci sia che non va, ma anche il collo si rifiuta di obbedire.
La consapevolezza mi penetra il petto come una lama. Ho abbassato la guardia, mi sono fatta fregare. Chi immaginava che lo sguardo della gorgone potesse essere così bello…
Irene scivola via dal mio abbraccio senza che io possa fare nulla per trattenerla. Tiene gli occhi ostinatamente rivolti verso il basso. «Mi dispiace tanto, ma ho dovuto farlo.» Non tenta più di nascondere le lacrime. «Gli altri capiranno, ma so che tu non mi avresti mai lasciata andare.»
Non può fare sul serio. Merda, devo fermarla. Perché le gambe non vogliono muoversi?
«L’ho guardata solo lo stretto necessario, la paralisi non durerà molto. Vi prego, non interferite, non fate nulla di stupido. E prendetevi cura di Vic finché non avrà ricominciato a muoversi.»
No, non ascoltatela, coglioni! Fatela ragionare!
E invece la lasciano correre dalla drakaina. Delfine la sta aspettando, e il sorriso sul suo volto è la cosa più disgustosa che abbia mai visto o immaginato.
Non seguire quel mostro, è troppo pericoloso. Tu non sai cosa nasconde, non hai visto quell’infinito abisso ricolmo d’odio…
«Oh, vaffanculo!» sbotta Malombra. Si lancia all’inseguimento di Irene, ma una fila di scagnozzi in completo formale gli blocca la strada dopo pochi metri e lo trascina indietro.
Silva li disperde minacciandoli con una mano avvolta dalle fiamme, ma il fattucchiere non ritenta la sua sortita.
Intravedo con la coda dell’occhio un gruppetto di persone che portano via Fra, tra i continui lamenti del licantropo. I miei compagni lo lasciano passare, immobili e in silenzio. Non si guardano tra loro. Non guardano me. Si vergognano per ciò che sta accadendo, ma non faranno nulla per impedirlo.
Beh, non io. Non sono una vigliacca. Sono una Furia, e indosso i miei guanti. Se mi concentro, se mi sforzo abbastanza, se mi impegno con tutta me stessa posso spezzare l’incantesimo che mi intrappola. Devo solo capire dove applicare la mia forza, da dove cominciare, e poi…
No. No! Stanno andando via. Cambiati, fate, spiriti iniziano a voltare le spalle al santuario e a incamminarsi lungo le strade che portano alla Fascia Desolata. È troppo presto, aspettate!
In parecchi si raggruppano attorno alla drakaina, formando una specie di corteo o di scorta. Irene è al centro del gruppo, e Delfine la tiene per mano. Le parla, ma non riesco a sentire cosa le stia dicendo.
Quando iniziano a muoversi non sono ancora riuscita neanche a recuperare il controllo di un dito. E non posso nemmeno urlare qualcosa, prima che siano fuori portata. Che le ritroverò, per esempio. Che quella serpe me la pagherà. Che riporterò a casa la mia amica, a tutti i costi.
Posso solo guardare, stando attenta a chiudere le palpebre quando qualche goccia di pioggia sta per scivolarmi negli occhi, mentre il cielo da nero diventa grigio e la piazza che si era trasformata in un campo di battaglia torna alla normalità.
Guardare la Fascia Desolata che inghiotte e fa sparire l’orda che avrebbe dovuto mettere a ferro e fuoco la città. E che fa sparire Fra, con la verità sul suo tradimento, e Delfine, che lasciandomi in vita ha commesso il più grande errore della sua esistenza millenaria
Che fa sparire Irene. Ma che non potrà nasconderla a lungo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...