Fabula LIX (terza parte)

(continua da qui)

Miriam urla quando un calcinaccio le precipita accanto, esplodendo in una nuvola di polvere. Le corde lungo i muri ondeggiano impazzite, i talismani che sostengono sbattono tra loro con un tintinnio insopportabile. Un piccolo barattolo di ceramica cade dal tavolo, frantumandosi sul pavimento e spargendo ovunque grani di incenso.
Lotto per rimettermi in piedi, ma perdo di nuovo l’equilibrio. Sono un idiota. Come ho fatto a convincermi che quel trucco potesse funzionare? «Non… non stai facendo sul serio.» Qualunque cosa fosse ciò che mi stava motivando e illudendo fino a un attimo fa, coraggio, disperazione o incoscienza da overdose di adrenalina, ora mi ha abbandonato di colpo. Ma, per quanto la mia voce adesso suoni sottile e spaventata, non ho altra scelta che continuare a parlare. «Non puoi distruggere questo posto. Ci sono i tuoi compagni, ed è circondato da altri edifici. Ci abita della gente lì!»
«Mi ci avete costretto.» Il Velato cammina senza difficoltà, come se fosse l’occhio del ciclone che sta scuotendo la stanza. «Nella manciata di secondi in cui mi sono dovuto difendere dalla vostra aggressione non ho avuto tempo di andare per il sottile o di reagire in modo mirato. Mi sono mantenuto sul semplice.»
Semplice? In un altro momento forse mi verrebbe da ridere. «E come farai con l’incantesimo? Il potere che stai sprecando, i tuoi ingredienti…» Cosa sta facendo la spada dell’Ospitaliere? Renzo è immobile, appoggiato al muro, e fissa il mago con espressione impassibile. Non è già più in grado di muoversi?
«Gli ingredienti non sono un problema. Non prevedevo comunque di lasciarli intatti.» Come a confermare quelle parole, a un cenno del Velato il cappuccio rosso sul tavolo viene avvolto da un’alta fiammata di fuoco azzurro. «Per il potere, invece… Mi ci è voluto molto tempo per raccoglierne a sufficienza e creare le condizioni giuste per sfruttarlo.» Si china a raccoglier il fucile fatto cadere da Zampa de Gal. «Ma visto che ho dovuto sprecarlo, ora dovrò sostituirlo. Mi dispiace, ragazzi. Non era così che doveva andare, ma quello che sto realizzando qui è più importante della sopravvivenza di singoli individui.»
Le ultime parole non sono rivolte a me, ma ai seguaci dei 47. Anche nella confusione provocata dal terremoto non ci mettono molto a capire cosa intenda davvero il mago.
«Paolo, che cazzo vuoi fare?» chiede il ragazzino col revolver, che si è rannicchiato in un angolo e ha incrociato le braccia sopra la testa. «Non scherzare, non…»
Uno sparo trasforma le sue parole in un grido spaventato. Ma il fucile del mago ha distrutto solo il barattolo contenente gli occhi della Pizia. L’energia magica nella stanza reagisce, si scuote, si riempie di onde e increspature come acqua disturbata dal lancio di un sasso.
Questo incantesimo si alimenta di sacrifici. Quelli delle componenti magiche, che gli conferiscono scopo e proprietà speciali. E quello degli esseri umani, mio e dei seguaci dei 47, che compenserà il potere utilizzato per fermare me e Renzo.
«Spero che capirete» ricomincia Paolo. «Del resto avevamo messo tutti in conto di poter morire in questa guerra. In questo modo almeno lo farete con la consapevolezza di aver contribuito alla nostra prima, grande vittoria!» Parla con entusiasmo, passione, trasporto. Crede seriamente a quello che sta dicendo. Ci ucciderà tutti senza nessuna esitazione, scrupolo o senso di colpa. È impossibile ragionare con una persona così certa di essere nel giusto. Ed è impossibile combattere contro un mago.
Il fucile fa fuoco di nuovo, e stavolta a esplodere è il contenitore della lingua della sirena, che viene divorata dalle fiamme appena atterra sul pavimento. Ci siamo quasi, manca un solo ingrediente…
«Lo farai sul serio? Ci lascerai morire qui?» Miriam mi è strisciata accanto. È difficile capire se suoni più incredula, infuriata o spaventata. «Sei uno di noi, Paolo. Siamo amici!»
La stanza prende a tremare con ancora più violenza, e nella confusione che segue riesco a sentire a malapena la risposta del Velato. «Sì, mi sono affezionato a voi. Ma amici? I miei amici sono morti durante la guerra. Tutti, anche quelli che si illudono di essere ancora vivi. Siamo cambiati così tanto che a volte mi chiedo se i 47 che ricordo siano mai esistiti davvero.» Raggiunge il tavolo e prende in mano le foto di Mila. «Ce n’è solo uno che è rimasto lo stesso, il disgustoso traditore della sua gente. Un venduto ai mostri che ha soltanto dovuto smettere di fingere.» Le solleva davanti agli occhi e resta a osservarle con intensità. Mentre si concentra una rete di sottili, pulsanti vene azzurrine affiora sulla pelle del suo volto . «È ora che le cose cambino anche per lui.»
C’è una nuova pioggia di calcinacci, altre grida, schegge e caos. Sollevo un braccio per ripararmi gli occhi, e ne approfitto per nascondere le labbra mentre parlo alla donna al mio fianco. «Hai ancora la pistola?»
Miriam annuisce e la posa sul pavimento. «Sai usarla?» mi chiede.
«Ho sparato due volte, nei periodi peggiori dopo la guerra, e mai contro un essere umano.» Sorvolo sul fatto che non ho colpito il bersaglio in nessuna delle due occasioni.
«Io ho un  po’ più di pratica, ma non riuscirei mai a fare centro con la terra che trema ancora più delle mie mani. Renzo non ci aiuterà?»
«Non lo so.» La spada sembra aver deciso di non fargli muovere neanche un altro passo. Forse l’emorragia imprevista causata dalla ferita alla spalla ha reso critiche le sue condizioni prima di quanto avesse preventivato. O forse gli spiriti nella lama non riescono ad accordarsi sulla strategia migliore da seguire, e sono intrappolati in una feroce e inconcludente discussione.
Miriam batte i pugni contro il pavimento, soffocando trai denti un urlo rabbioso. «Merda, se ripenso al lavoro fatto per questo posto, e solo perché potesse tirarcelo addosso! Non so più neanche quante volte ci ha fatto spostate tutti quei cazzo di amuleti di un millimetro sopra o sotto, a destra o sinistra…»
«Gli amuleti?» Quelli appesi alle pareti sono talismani standard, in legno, ceramica, metallo. Niente di particolarmente potente o esotico, ma perfettamente in grado, in numero sufficiente e nelle posizioni adatte, di isolare la stanza da percezioni esterne.
Però ce ne sono troppi. Sarebbe bastato metterne alcuni intorno agli angoli e alla porta, e invece corrono in file irregolari lungo tutti i muri, in un’alternanza di forme e materiali che non sembra seguire nessun criterio. Il lavoro di un dilettante che non sa esattamente cosa sta facendo e finisce con l’esagerare per andare sul sicuro.
Il Velato è tutto tranne che un dilettante, però. E allora…
«Non sta succedendo davvero» mormoro.
«Magari, non sai quanto lo vorrei anche io.»
«No, dico sul serio. Nessuno è stato colpito dai pezzi di intonaco, neanche uno dei talismani alle pareti è caduto o si è rotto, il Velato riesce a muoversi senza nessun problema. Stiamo vedendo e sentendo quello che lui vuole farci vedere e sentire!» Il pavimento sotto di me non smette di tremare. Ok, se è un’illusione è parecchio realistica. Ma più ci sto attento, più noto dettagli che non tornano. La gente degli edifici qua attorno avrebbe dovuto accorgersi di queste scosse e riversarsi per strada in preda al panico, ma non si sente nessun rumore provenire dall’esterno. Il tavolo non è fissato e non sembra molto pesante, ma anche se ondeggia moltissimo non si è spostato di un millimetro. «Ha dovuto improvvisare una trappola che impedisse al tempo stesso a me e Renzo di interferire, e a voi di fuggire. Ma non è affatto perfetta.» E perché dovrebbe esserlo? Probabilmente tra poco verremo comunque tutti finiti a fucilate.
«Come fai a esserne sicuro? A me questo terremoto sembra fin troppo autentico» ribatte Miriam, cercando di alzarsi e ricadendo di schianto.
«Ne sono sicuro perché non può permettersi di distruggere questo posto.» Un incantesimo non accompagnato da nessun gesto rituale, da nessuna parola di potere. Metodi troppo scontati, prevedibili, facili da interrompere. La formula, invece, è su queste pareti, tradotta meticolosamente nella disposizione dei talismani, dettagliata nel loro alternarsi, nei saliscendi, nell’andamento spiraliforme con cui si arrampicano verso il soffitto. La stanza ha continuato a lanciare l’incantesimo per tutto il tempo, intrappolando l’energia magica e impedendole di disperdersi, modellandola, indirizzandola, istruendola. L’ha custodita in attesa degli ultimi ingredienti, e ora aspetta solo le morti che ripristineranno il potere mancante prima di scatenarla. Quindi, almeno fino a quel momento, queste pareti devono rimanere intatte. Il Velato non  può aver deciso davvero di abbatterle.
Ok, non ho la certezza di avere ragione. Forse c’è qualcosa che non ho considerato, o un elemento fondamentale mi sfugge perché non ne so abbastanza di magia pratica, o sto solo delirando per il terrore. Ma se così non fosse…
Ripetermi che il pavimento in realtà è immobile non rende più semplice mettermi in ginocchio. «Renzo!» chiamo. Lui solleva la testa dal petto. È pallidissimo, e il muro alle sue spalle è sporco di sangue. Troppo sangue. «Devi tirare giù gli amuleti, quelli sopra di te!»
Alza gli occhi verso le corde sospese sulla sua testa. Non serve un grande sforzo. Solo un movimento del braccio, un colpo di spada che le mozzi facendo cadere i talismani, interrompendo lo schema dell’incantesimo.
Un solo fendente…

(continua qui)

Annunci

2 pensieri su “Fabula LIX (terza parte)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...