Fabula LIX (prima parte)

Dovrei essere spaventato. Mi hanno sparato addosso, e gli sconosciuti dall’aria nervosa che mi tengono sotto tiro con altre pistole hanno appena ricevuto da uno degli eroi che idolatrano un caldo invito a farmi fuori.
Ma poco fa ho aperto un passaggio tra i mondi, una porta dove non dovrebbero esisterne. Ho manipolato energie che non riesco a comprendere, sono precipitato attraverso i piani di esistenza, ho visto frammenti di cose non destinate a occhi umani. E non sono affatto sicuro di come sia stato possibile, o di come abbia fatto a non impazzire e smarrirmi per sempre.
Dopo un’esperienza del genere è difficile dare il giusto peso alla minaccia costituita da un’arma da fuoco.
Il necromante, invece, è un’altra storia. Sta discutendo tranquillamente coi suoi compagni mentre tiene a bada Zampa de Gal, eppure questa stanza gronda magia. Nell’intera città ogni creatura con la ricettività mistica di un ratto sarebbe in grado di individuarla con precisione, se non fosse schermata da file di amuleti e talismani disposti sulle corde che corrono lungo tutte le pareti. Qui c’è una concentrazione di potere che farebbe impallidire Ippolito, con tutti i suoi demoni e i suoi trucchi. Più che sufficiente, ne sono certo, a superare ogni protezione i santuari possano aver posto sul Tribuno.
«Sta già lanciando l’incantesimo» mormoro a Renzo.
Lui mi guarda di sbieco, senza voltarsi. Sta tremando, ha la fronte madida di sudore e il volto pallidissimo. Non riesco a sentire le voci della spada, con così tanta magia intorno a me, ma non credo che riuscirà a sopportarle ancora per molto. Forse è già troppo tardi. «Come? Non dovrebbe pronunciare formule, o gesticolare, o almeno fare qualcosa con la roba che ha su quel tavolo?»
Ha ragione, ovviamente. Il Velato è certamente concentrato sul suo potere, ma non sta facendo nulla per dirigerlo e dargli uno scopo. Non sembra neanche interessarsi agli strumenti e agli ingredienti magici disposti davanti a lui. Polveri e incensi, candele, un mortaio, tagliere, coltello. Il cappuccio del monacello, due vasi di vetro contenenti, sospesi in non so quale soluzione giallognola, una lingua e dei bulbi oculari. Le foto che ha sottratto a Mila.
Eppure non c’è altra spiegazione.  «Non so come faccia, ma ti assicuro che è così.»
«Ehi, io sono ancora qui» sbotta la donna che Renzo ha chiamato Miriam. «Di cosa parlate?»
«Dell’incantesimo da cui sono tutti ossessionati e di cui nessuno mi ha spiegato l’effetto» risponde lui, con una scrollata di spalle appena accennata e una risata molto, molto stanca.
Un uomo sulla cinquantina, quasi del tutto pelato e molto più alto e robusto di me, si avvicina a passi pesanti. La piccola pistola nera che impugna sembra un giocattolo nella sua enorme mano. «Miriam, spostati» ordina, con una voce sorprendentemente sottile.
«Perché, Biagio?» La donna non si muove. Non che la sua opposizione servirebbe a molto, se quell’armadio decidesse comunque di superarla. «Che vuoi fare?»
Cerco di non prestare attenzione alla prevedibile risposta dell’energumeno. L’hai sentito Paolo… il Velato, vuole che… Mi chino verso Renzo e gli sussurro all’orecchio. «Non posso dirti molto, ho giurato all’Ospitaliere di mantenere il segreto. Ma quell’incantesimo riguarda il Tribuno, ed è ciò che getterà la città nel caos.» Insomma, lo so che è Renzo, ma… «E quello che hai detto prima non è esatto: almeno due delle componenti necessarie a lanciarlo sono insostituibili. Non dobbiamo affrontare per forza quel mago, basta…»
«Non farci crivellare di proiettili appena ci muoviamo?» Parlare sembra richiedergli uno sforzo enorme. Respira a fatica, si appoggia alla spada come se fosse un bastone. Chiude persino gli occhi. «Va bene…» mormora, e non sono sicuro che si stia rivolgendo a me. Almeno finché, alcuni secondi dopo, non li riapre. «Se mi succede qualcosa, raggiungimi immediatamente.»
La sua espressione è cambiata di colpo. Ora sembra sereno, arriva persino ad accennare un sorriso. Vorrei chiedergli qual è il suo piano, ma non c’è tempo per le domande. Non in questa situazione, non con l’incantesimo che sta prendendo forma davanti ai miei occhi. Mi limito ad annuire.
«Non te lo lascerò fare, non è…» Miriam si interrompe quando Renzo le posa una mano sulla spalla.
«Non ti preoccupare» le dice, superandola e andando faccia a faccia con l’energumeno.
«Renzo, lascia quella spada e arrenditi» comincia l’uomo. La mano che regge la pistola è scossa da un tremito.
«Biagio, lo so cosa stai pensando. Noi siamo i seguaci dei 47. Lui è il Velato. Dovremmo dargli retta. E chi non lo fa, soprattutto in un momento simile, non può essere che un traditore.»
«Oh, finalmente sei rinsavito?» si intromette il mago.
Ma Renzo non si lascia distrarre. «Però i 47 che noi prendiamo come modello sono gli eroi della guerra, quelli che hanno combattuto alla Frattura senza paura di soffrire e sacrificarsi, pur di salvare il mondo, di salvare noi. Non ciò che uno di loro è diventato a causa dell’orrore e del dolore della sconfitta. E ne sono così convinto che ora andrò a fermare Paolo, quindi o ti sposti…» Con un gesto lento, tranquillo, afferra la pistola di Biagio per la canna e la avvicina a sé, puntandosela all’altezza del ventre. «Oppure mi spari.»
Ma che gli è saltato in mente? Resto a osservare i due uomini senza osare muovermi, trattenendo anche il respiro. Tutti gli altri stanno facendo lo stesso, credo. Persino il necromante rimane in silenzio.
L’energumeno sembra spaventato, confuso. Ha gli occhi lucidi, la voce rotta,  balbettante.  «Ti prego, non ti muovere.»
Renzo  lascia andare l’arma, con cautela, e fa un passo indietro. «Non premerai il grilletto, lo sappiamo entrambi. Perciò…»
Lo sparo mi fa sobbalzare. Assordante, inaspettato, spaventoso.
Anche Renzo sembra sorpreso. Incrocia le mani all’altezza dello stomaco senza neanche lasciar cadere la spada, emette un rantolo soffocato, indietreggia barcollando per un paio di metri, prima di crollare a terra.
E solo allora scoppia il caos.
«Che cazzo hai fatto, Biagio?»
«No, no, non volevo, io… si è mosso, gli avevo detto di non muoversi!»
«Siete tutti impazziti, mettete giù quelle pistole di merda!»
«Non puntare quel fucile contro di noi, coglione. E tu dove credi di andare?»
Un altro sparo, altre urla. Non guardo nemmeno cosa sta succedendo, i seguaci dei 47 possono sbrigarsela tra di loro. Corro da Renzo.
Ha la bocca serrata, ma non riesce comunque a trattenere i gemiti. Il sangue che fuoriesce dalla ferita gli inzuppa le dita, ci sono lacrime agli angoli dei suoi occhi. Cosa si deve fare in una situazione del genere?
Poggio le mie mani sulle sue, in un disperato tentativo di fermare l’emorragia. «Stai tranquillo, troveremo una soluzione» gli dico, cercando di suonare rassicurante. «Vedrai che…»
«Non dire cazzate» sussurra tra i denti, ammutolendomi. «Avvicinati, e ascoltami attentamente.»

L’unico grido di dolore se lo lascia sfuggire appena prima di chiudere gli occhi, di rimanere silenzioso e immobile mentre ancora gli sorreggo la testa e provo a tamponargli la ferita. Mentre ancora le sue parole mi risuonano nelle orecchie.
È un grido che fa scendere il silenzio nella stanza, zittisce le accuse, le recriminazioni, le minacce, persino i lamenti di Zampa de Gal, che a quanto pare a un certo punto ha ricevuto una pallottola nella coscia.
Ogni suono, tranne la voce del Velato. «Mi dispiace davvero tanto per Renzo.» Qualcuno ha iniziato a piangere. Credo sia Biagio. «Ma è stato lui a fare di tutto perché andasse a finire così. Spero che abbia capito anche tu, ragazzo.» Sta parlando con me? «Rassegnati e arrenditi.»
«Arrendermi?» È la mia voce, quella che sento? Quando è diventata così dura e fredda? «Credi davvero di poterne uscire così?» Mi volto di scatto. Non so cosa vedano i seguaci dei 47 nei miei occhi, ma li fa indietreggiare. Devo farlo ora. Approfittare del loro shock, della loro paura, del loro senso di colpa.
Allungo in direzione del mago una mano coperta di sangue. E poi la uso per iniziare a scrivere sul pavimento.
«Cosa credi di fare?» Il necromante suona impaziente. «Ti ho già sconfitto una volta, stanotte. E hai esaurito tutta la tua energia mistica, lo sento.»
«Lo credi davvero? Mi sa che sei più bravo a nascondere le cose che a notarle.» Fisso il Velato negli occhi, mentre continuo a tracciare simboli. C’è forse un’ombra di dubbio, nel suo sguardo? «Non ho neanche iniziato con te. Tu non sai come funziono…»

(continua qui)

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