Fabula LVIII (seconda parte)

(continua da qui)

«No!» Il fattucchiere non esita neanche un istante prima di rispondere.
«Lo hai già fatto una volta, puoi farlo di nuovo.» Mi muovo in cerchio, il più velocemente possibile. Tessalonica non è stabile sulle zampe, e il selciato bagnato non aiuta il suo equilibrio. Con rapidi cambi di direzione forse posso tenerla a distanza per un po’. Finché non deciderà di urlare, perlomeno. «Dobbiamo fare in fretta, aiutami!»
«Non ho idea di cosa ci sia dentro di lei, ora! Hai già rischiato tantissimo la prima volta, questa potrebbe essere peggiore. E quando la bestia inizierà a mangiare…»
«Hai altre idee?» La sirena mi insegue. Finto a destra, poi mi getto a sinistra. Ma lei balza verso di me, più rapida di quanto mi aspettassi. Uno degli artigli mi sfiora la gola prima che riesca a togliermi di mezzo, si impiglia nei miei vestiti, mi trattiene mentre cerco di fuggire. Scivolo e finisco a terra, mentre qualcosa di caldo e appiccicoso inizia a scendermi piano lungo il collo.
Non ho tempo per lamentarmi, qualcosa affonda in una pozzanghera alle mie spalle. Rotolo via un attimo prima di essere infilzato da un altro colpo d’artiglio. Arranco gattoni, ma vengo colpito alla schiena e inchiodato a terra. Il mio volto affonda in una piccola pozza, il sangue si confonde con l’acqua.
«Quanto ti odio…» La voce di Malombra mi arriva alle orecchie insieme al crepitio dell’ennesima esplosione di fiamme. Vengo afferrato per i capelli, costretto a sollevare la testa. Il fuoco che consuma Tessalonica splende sulla superficie scura dell’acqua, illumina il riflesso del mio volto terrorizzato e zuppo, di quello della sirena, che è appena dietro di me e che si sta scuotendo con fastidio per liberarsi di fumo e fuliggine, e di Malombra, che invece mi è davanti e mi sta reggendo.  Mi passa le dita sulla ferita al collo e si sporca la pelle sotto l’occhio cieco con un po’ del mio sangue. «Distraila, quando sarai dall’altra parte. E non morire» mi sussurra. Con la coda dell’occhio mi sembra di vedere qualcosa emergere da sotto la sua palpebra sinistra. Zampe ricoperte di placche brune e lucide,  che terminano in piccole chele e si aggrappano alla pelle del volto del fattucchiere. «Ora trattieni il fiato.»
«Cos…»
Mi spinge la testa nella pozzanghera e me la tiene giù. «L’asfissia è un buon metodo per alterare in fretta lo stato di coscienza» lo sento dire, mentre lotto inutilmente per liberarmi. Tessalonica inizia a urlare, qualcosa mi punge alla base della nuca. Ho bisogno di respirare, ma quando ci provo l’acqua mi invade il naso e la bocca. Non vedo nulla, ho la testa completamente immersa e questo non è possibile, la pozza sarà stata profonda dieci centimetri. Ma mi sta risucchiando, mi strappa via dalla piazza e mi trascina verso un fondo che non so neanche se esista, cancella i rumori e il peso e il dolore e…

Ganimede è il pezzo degli Alcyone che mi piace di più. Racconta dell’arrivo sull’Olimpo del nuovo, giovane e bellissimo coppiere di Zeus dal punto di vista di Ebe, l’ancella che verrà messa da parte e dovrà diventare qualcosa di diverso. Una canzone che parla della fine della giovinezza e dell’età dell’oro, di delusione e rabbia, della necessità di cambiare e della paura che la accompagna.
E la sto ascoltando in questo momento.
Non è l’esecuzione perfetta a cui sono abituato. La cantante non va a tempo con la melodia, è sempre in anticipo o in ritardo di un secondo o due. Il volume della musica cambia all’improvviso, abbassandosi o alzandosi senza che riesca a capirne il motivo. Gli strumenti stonano spesso, e in maniera troppo evidente. Ma la voce che sento è sicuramente quella di Tessalonica.
Apro gli occhi. Questa spiaggia ha un’aria familiare, mi sembra di esserci già stato. Non credo però che anche l’altra volta fosse illuminata da questa strana luna che sporca di rosso-bruno tutto ciò che tocca con la sua luce. O che la sabbia fosse ricoperta di cadaveri di cornacchie e piccioni, avanzi marci di cibo, cocci di vetro e ceramica, pezzi inservibili di motori o elettrodomestici. Ogni tanto qualcosa cade dal cielo, atterrando con un tonfo sulla pila di rifiuti, innalzandola un altro po’.
Lei è seduta tra la spazzatura, a capo chino. Ha l’aspetto che aveva in vita, ma buona parte delle piume le sono cadute di dosso, e si stanno accumulando ai suoi piedi. Intorno al collo porta un grosso collare di metallo, da cui parte un cordone argenteo che affonda nella sabbia.
«Ti sento.» Tessalonica solleva il volto. Si passa una mano sulla nuca, provocando una pioggia di piccole piume azzurre. «Tu sei quello che deve morire.»
Annuisco. «Sono tornato.»
«Non per farti uccidere, vero?»
Sospiro. «Credo di no.»
«Oh. Peccato.» Resta in silenzio per un attimo. «Ti piace la musica?»
La domanda mi coglie di sorpresa. «Cosa?»
«La musica.» Fa un cenno verso l’alto.
«Oh, Ganimede.» La canzone continua a risuonare intorno a noi. È finita e ricominciata, un po’ più distorta e inascoltabile di prima. «Sì, molto. Sono… ero un fan.»
«Sai, prima della Frattura non avevo mai pensato di cantare. Ma non avevo neanche mai immaginato di diventare… così.» Si ferma ad ascoltare per un attimo. «Terribile. Eppure una volta credevo di essere brava. Forse era perché imbrogliavamo, tutti noi. Procne e gli altri si travestivano da uccelli anche se sono esseri umani modello standard.» Sorride. «E io… Quando sei una sirena, che merito c’è a saper cantare? Ti viene più facile che camminare.»
«Hai solo utilizzato le tue capacità. Non credo valga come imbrogliare, quello» replico.
«Chissà. Ma almeno ho provato a fare qualcosa di utile, a trasmettere un messaggio, un’idea. E verso la fine aveva anche iniziato a piacermi. Adesso però non credo di esserne più capace…»
Scuoto la testa. Ho ancora le urla del revenant che mi rimbombano nelle orecchie. «Mi dispiace per quello che ti hanno fatto.»
«Ah…» Si piega in avanti. Il cordone legato al suo collare si tende, emergendo dalla sabbia. Si estende per tutta la larghezza della spiaggia, e finisce in mare. «E per quello che mi hai fatto tu? Per come mi hai ridotto? Non ti dispiace?»
Mi faccio indietro, e per poco non scivolo sulla carcassa di un colombo. «Io? Ma non ho fatto nulla! È stata Delfine a condannarti, il licantropo a ucciderti e il mago a intrappolarti.»
«Ma quando sei venuto da me la prima volta questo posto era diverso, vero? E immagino siano morte delle persone, da quando mi hai risvegliata.»
«Sì, ma…»
«Come fai a dire di non c’entrare nulla, allora? Guardami!» Si alza in piedi, e altre piume le cadono di dosso. «Guarda cosa mi sta succedendo. Sto cambiando di nuovo. Di nuovo!» Si copre gli occhi con le mani, come per non doversi guardare. «Non voglio. Non voglio che succeda ancora.»
«Ma non…» Sto per dirle che è morta, che non ha più un corpo, che non sta succedendo davvero, ma mi trattengo. Certo che sta succedendo. Per lei sta accadendo, e chissà da quanto. Non ho la minima idea di come funzioni la percezione del tempo in questo posto, ma se la spiaggia si è ridotta così per l’accumulo di ciò che cade dal cielo vuol dire che le ore che Tessalonica ha passato da revenant qui devono essere diventati giorni. Mesi, magari. Che ha trascorso ad ascoltare la stessa canzone che si degrada diventando sempre più irriconoscibile, a osservare la sabbia trasformarsi in una discarica, a studiare i mutamenti del suo corpo. A chiedersi se non stesse diventando anche lei un rifiuto, un avanzo.
«Non ce la faccio. Non ce l’avrei fatta neanche l’altra volta, senza Delfine, e adesso non c’è più nessuno. Che cosa diventerò, stavolta? Tu mi hai fatto questo, devi saperlo!» Si avvicina ancora di più.
«Io… io volevo solo scoprire la verità sul tuo omicidio» mormoro.
«E perché? Perché hai sentito il bisogno di impicciarti?»
«Perché siamo dalla stessa parte!»
«Dalla stessa parte? Io mi sono sacrificata per la mia causa!» Si lancia contro di me, e stavolta inciampo e cado davvero con la schiena nella sabbia. «Tu invece sei un arrogante, condiscendente umano perfetto che dà una mano solo finché le cose non diventano sgradevoli per lui e i suoi simili.» Anche lei scivola, mi finisce addosso. Cerca di stringermi le mani intorno al collo, ma riesco ad afferrarle i polsi. «Tu hai parlato contro la signora. Hai spiato i segreti della Madre, che sta cercando davvero di cambiare questa città. Mi hai lasciata qui a marcire e cambiare invece di prenderti le tue responsabilità e farti uccidere per rimediare! E cos’hai fatto con quello che hai scoperto? Sei corso dai santuari? Dal Tribuno?»
Distolgo lo sguardo, mentre la spingo via con facilità. Questa sua versione è fragile, debole, leggera. «Ho fatto quello che dovevo.» Mi rialzo. «Quella di Delfine è follia, va fermata.»
«Perché? Perché degli esseri umani moriranno?» ribatte, fronteggiandomi.
«Non solo loro! E come puoi difenderla anche dopo che ti ha trasformata in …»
La canzone si interrompe di colpo. Sono così sorpreso dal silenzio improvviso che non riesco a completare la frase.
Tessalonica si guarda attorno, e quando torna a fissarmi nei suoi occhi vedo una nuova consapevolezza. «Tu… tu perché sei tornato qui?»
Cerco disperatamente una risposta all’accusa nascosta nel suo tono. Ma prima che riesca a trovare qualcosa da dire, la terra inizia a tremare.

(continua qui)

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