Fabula LVII (seconda parte)

(continua da qui)

«Metti giù quell’arma, Zampa» ordino, esasperato. La spada mi supplica di reagire alla minaccia, di muovermi usando gli altri seguaci come scudo per arrivare addosso alla fata senza che possa colpirmi. Come se dovessi preoccuparmi di una cosa simile. «Tanto non c’è nessuno a cui puoi sparare, qui.»
Non ho neanche finito di parlare che Agostino fa capolino dalla porta. Uno scoppio improvviso e violento, e un pezzo d’intonaco e pietra proprio sopra l’ingresso va in frantumi, riempiendo di polvere il mio compagno mentre si getta a terra. Zampa borbotta qualcosa, allontana il fucile dalla spalla e tira indietro l’otturatore, facendone saltare fuori un bossolo. Le urla che riempiono la stanza coprono le sue parole.
Approfitto della confusione per chinarmi su Agostino. «Stai bene?»
Lui annuisce. «Ma facciamo che resto qua dietro per ora, eh?»
Miriam intanto si è piazzata davanti a noi. «Ma che fai? Renzo è uno dei nostri!»
«No, non lo è.» Il Velato ha ripreso a utilizzare la sua voce artefatta e difficile da comprendere. Non distoglie nemmeno lo sguardo dal tavolo, dove sta stendendo un pezzo di stoffa rossa cucito a forma di cono. «Ha tradito la causa. Ha rifiutato di ascoltarmi e unirsi a me, sta aiutando l’EXO a catturami, o magari eliminarmi.»
«Non l’EXO, cazzo!» I miei compagni mi fissano in silenzio, confusi, increduli. Non glieli lascerò mettere contro di me. «È l’Ospitaliere che sto aiutando. Mi ha persino affidato la sua spada, pur di aiutarmi a fermarti.» E la sollevo verso l’alto, anche se mi rendo conto che è impossibile per gli altri distinguerla da una qualunque altra arma. Che loro non possono sentire queste maledette voci che li vogliono morti per mantenere il segreto della loro esistenza e mi stanno inondando di decine di idee dettagliate su come ucciderli. E ho solo quel che rimane delle note di una melodia che sto dimenticando in fretta per tenerle a bada. «Senza contare che il tuo compare folletto mi ha rapito e intrappolato, e stava per farmi giustiziare. È questo il modo di trattare i tuoi seguaci? I tuoi compagni?»
«Compagni?» chiede qualcuno.
«Eddai, lo avete sentito tutti parlare» insisto. Il mago finalmente alza la testa dal suo lavoro, sospirando con rassegnazione. Si porta le mani al volto e inizia ad armeggiare col velo, sfilandoselo. E la faccia che compare non mi sorprende affatto. «E non vi siete chiesti perché proprio Paolo non fosse qui, in un momento del genere?»
Paolo. Senza occhiali, con la barba più bianca e quei paramenti rituali addosso sembra davvero un’altra persona. Ma lo sguardo è rimasto lo stesso. Ispirato, appassionato. Folle. «Nessun motivo di nascondersi tra amici, eh?»
«Figlio di puttana!» Zampa de Gal sembra sconvolto. Si allontana dal Velato, stringendosi il fucile al petto come se potesse proteggerlo da quello che sta vedendo. «Ci hai preso per il culo, hai ingannato la Madre! »
«Io? Siete stati voi a cercarmi.» Il sorriso del mago è raggiante. «Quando sono riuscito a convincervi a giurare che non mi avreste fatto alcun male pur di coinvolgermi nel mio stesso piano non riuscivo a crederci. Mi stavo pisciando sotto dalle risate!»
«Ma le Pizie…»
«Avete un intero collegio di veggenti che pensano che sia solo un velo magico a bloccare la loro vista  e non si rendono conto che, quando mi guardano in viso, vedono ciò che io voglio che vedano. Pensavi che mi chiamassero Velato solo per l’abbigliamento?» Mentre sta ancora parlando Paolo afferra una manciata di una qualche polvere da un barattolo sul tavolo e ci soffia sopra.
Una nuvola rossastra investe la fata, che lascia cadere l’arma e viene piegata in due da un violento attacco di tosse. Il suo volto inizia a cambiare, rivelando poco a poco le sue fattezze da folletto. «Erba di San Giovanni?» riesce a mormorare a fatica. «Pensi di danneggiarmi con questo trucco da contadino?»
«No, voglio solo interferire coi tuoi poteri quanto basta per finirti. Non posso permettere che tu vada a rovinare la sorpresa per Delfine, ci tengo a vedere la sua faccia quando, appena avrà finito di usarmi, cercherà di ammazzarmi e scoprirà di non potere.» Il mago punta un dito contro Zampa. «Avanti ragazzi, aiutatemi. Scopriamo quanto è resistente alle pallottole questo stronzo.»
Gli altri si guardano tra loro, senza sapere cosa fare, senza capire. Miriam raccoglie la sua arma e mi fissa, mordendosi le labbra. Agostino mi arriva alle spalle. «Devo raggiungere quel tavolo. Lì ci sono gli ingredienti per l’incantesimo, se li prendiamo o li distruggiamo…»
«Li sostituirà. No.» Il mago è distratto, Zampa è in difficoltà, i miei compagni confusi. La spada mi sta rendendo chiaro che devo agire ora. «Va fermato una volta per tutte.»
«Col cazzo.» Miriam mi punta la pistola contro il petto. «Voi non fate nulla finché non ho capito cosa sta succedendo qui. E neanche tu!» aggiunge, voltandosi un istante in direzione di Paolo.
Come se tutti stessero aspettando solo che qualcuno prendesse l’iniziativa, gli altri seguaci sollevano le armi contro di me o il Velato. «Siete impazziti?» grida il mago.
«Mi dispiace Paolo, ma ha ragione. Ci devi delle spiegazioni» interviene Vanni, esitante. La canna della sua doppietta da caccia ondeggia indecisa dal Velato alla fata. «Per esempio, chi cazzo sei veramente?»
«Chi sono? Uno dei 47! Uno di quelli di cui avete promesso di mantenere viva la memoria.»
«E sei stato tu a dirci che dovevamo farlo, a riunirci, a istruirci. Senza rivelare chi fossi» ribatte Miriam.
«E allora? Era necessario, per la sicurezza mia e vostra. Ma per il resto, vi ho forse mai mentito? Ho sempre detto solo la verità, anche quando credevate che quello che vi raccontavo fossero deliri o sogni. Vi ho spiegato che l’esempio dei 47 non doveva andare perduto, che loro sarebbero tornati a guidarci e che nel frattempo toccava a noi ispirare gli esseri umani, in questi momenti difficili. E guardate» allarga le braccia in un gesto teatrale «uno dei 47 è qui! E grazie a me voi non siete più persi e spaventati, siete diventati una vera forza di resistenza. Non avete più paura di nessuno, siete pronti a ribellarvi, a vendicare il più disgustoso tradimento della storia dell’umanità, a cambiare le cose per sempre!»
«Sai, sembrano proprio le stesse cose che tutti continuano a ripetere della signora di Zampa de Gal» sbotto. «Ma tutto ciò che ho visto di quella benefattrice parla di sangue, violenza e desiderio di vendetta.»
«E quel che resta dei compagni che lei afferma di aver salvato è su quel tavolo» interviene Agostino. È appoggiato allo stipite della porta e non riesce a pronunciare tre parole senza ansimare e fermarsi a riprendere fiato, ma la sua voce è decisa e rabbiosa. «Resti strappati ai cadaveri degli amici che ha consegnato alle tue torture, gli stessi che diceva di amare, che la chiamavano Madre. E tu, Velato, parli tanto di tradimenti ma stavi per uccidere l’Ospitaliere. Sei pronto a sacrificare tutte queste persone in battaglia, se sarà necessario. Tu e la drakaina siete mostri della stessa specie. Approfittate di chi ha disperatamente bisogno di aiuto, lo manipolate per coinvolgerlo nelle vostre vendette personali e lasciate che muoia per portarle a termine al posto vostro.»
«Non mi paragonare a quella cosa disgustosa! Non farlo!» Il Velato batte un pugno sul tavolo, facendo vibrare barattoli e contenitori. «Avete sentito? Ora sarei io il mostro. Lo dice… chi sei tu, un altro di quei fottuti agenti EXO? Un’azienda specializzata nello speculare sulla sofferenza dei mortali è venuta a farmi la morale. Allora amici, che facciamo, ci consegniamo in massa per l’arresto, o qualcuno può sparare a quei due e mettere fine a questa insensatezza?»
La pistola trema nelle mani di Miriam, ma resta puntata su di me. La spada mi supplica di fare qualcosa. Mi parla di schemi, movimenti, possibilità. Del farmi strada attraverso i miei compagni e le loro pallottole, facendoli fuori uno a uno.
Ma non voglio farlo. Non posso. E le voci si stanno infuriando per questo. Premono per entrare in me, senza curarsi del fatto che probabilmente mi distruggerebbero. Mi cola sangue dal naso, ho le orecchie che ronzano, gli occhi mi lacrimano e ho l’impressione che stiano per saltarmi fuori dalle orbite.
Ma non m’importa. Ripeto la canzone. Resisto, senza curarmi delle conseguenze, mentre cerco altre soluzioni. Non sarò io a ucciderli. Io devo salvare tutti.
Potresti farlo.
Folco! Per poco non urlo il nome dello sciamano, quando la sua voce torna a risuonarmi nelle orecchie.
Mi dispiace averti lasciato solo. Non è stato facile ritrovarti dopo che sei sparito all’improvviso.
La pressione nel cranio diminuisce un po’, pensare resta doloroso ma non è più un’agonia. E c’è davvero un modo per arrivare al Velato senza dover affettare gli altri seguaci?
Certo. Basta essere precisi e veloci. Molto più precisi e veloci di quanto tu sia stato finora, temo.
Merda. Già quando ho affrontato Zampa de Gal mi sembrava di essere completamente al di sopra delle mie possibilità. Non ce la posso fare. Non così fuori allenamento, non così stanco, non con le voci che devono passare attraverso la mediazione della musica per farmi muovere. Non così…
Anche gli spiriti lo sanno. Ma ci sto parlando, e potrebbe esserci una soluzione. Te la senti di fare un patto con loro?  

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