Fabula LVII (prima parte)

Pioggia. Mi batte con forza sul volto in grosse gocce gelide, scuotendomi da un torpore pesante da ammalato. Mi scivola sulle labbra secche e spaccate, sulla lingua gonfia e dolorante, dandole un po’ di sollievo. Il suo suono è gentile. Non si impone, non ordina, non confonde. Non pretende nulla da me, solo di inzupparmi, di scorrermi lungo le guance e il collo, giù per il petto e le braccia, fino alle mani, alle dita libere, a quelle che stringono l’elsa della spada…
La spada?
La consapevolezza torna improvvisa, ed è brutale. Il Velato e Zampa de Gal. Il viaggio con l’omuncolo. Le saracinesche di quello strano luogo, le cose che nascondevano, acquattate nel buio a spiare in attesa dell’istante in cui nessuno le stesse guardando per emergere, afferrarmi e trascinarmi via con loro. E poi la caduta… no, lo scivolare, verso l’alto, o il basso, o in chissà quale direzione, attraverso rumori colorati e lampi assordanti, sfiorando frammenti di immagini e luoghi e volti sconosciuti e familiari e noti senza averli mai visti, mentre le voci nella lama dell’Ospitaliere urlavano e si ritraevano, terrorizzate all’idea di perdersi e smettere di esistere…
E invece sono ancora lì, un fastidioso ed esitante vociare di sottofondo che sta tornando lentamente a intensificarsi. Apro gli occhi. Sopra di me il cielo nero, lo scorcio di un muro di pietra, una lanterna in cui una fiamma azzurrognola si sta spegnendo, segno che, anche se le nuvole nascondono la luce, ormai è l’alba.
Mi metto a sedere. Sono sull’asfalto, accanto a un marciapiede. Non so per quanto sia rimasto sdraiato qui. A quanto pare ci sono anche lati positivi nel fatto che praticamente non circolino più auto.
Lungo la strada ci sono altre lanterne, e sotto molte di loro è stato appeso un manifesto. L’ho già visto. Raffigura una foto in bianco e nero del Tribuno su un palco, durante un qualche discorso pubblico. L’aria di semplicità e trascuratezza dei paramenti che fa risaltare ancora di più la naturale eleganza, le chiazze calve tra i capelli e i segni di ustione sul volto portati con fierezza, il gesto pacato e misurato con cui accompagna le sue parole, quello di un uomo che vuole essere associato alla pace e all’ordine. Il numero al di sopra della sua testa e la parola che gli attraversa il torace sono in un rosso che mi ricorda troppo il sangue. 47 e Traditore.
Qualcuno ha lavorato sodo per affiggerne così tanti, Delfine deve aver allertato tutti i suoi alleati. Probabilmente anche i miei compagni hanno dato una mano.
C’è un incrocio, a un paio di isolati. E a un angolo, tra un portone e una vetrina, una porta nera e lucida. Siamo nel posto giusto, anche se il fatto che due grossi mastini neri siano di guardia sull’uscio di quell’ingresso al santuario, invece che in giro a pattugliare le strade, dimostra che anche qui c’è qualcosa di diverso dal solito. La Tenebrosa è preoccupata.
«Ce l’hai fatta. Siamo al Trivio!» Mi volto verso Agostino. È seduto sul marciapiede, la schiena contro il muro, le gambe strette al petto. Fissa il vuoto davanti a sé con gli occhi sgranati, e quel che resta dell’omuncolo sta terminando di dissolversi in fili di fumo nero tra le sue braccia.
«Mai più… mai più…» mormora. «Mai mai, giuro.»
«Stai bene?» Mi rialzo e lo raggiungo. È pallidissimo, e quando provo a toccarlo si ritrae come se lo avessi morso.
«Bene. Sì, sto bene» mente, tirandosi su a fatica e restando appoggiato al muro, come se avesse paura di cadere. «Solo… non rifacciamolo, eh?»
«Promesso.»
«Tu come stai?»
Non bene. Le voci si stanno facendo sempre più rumorose e invadenti, e non c’è traccia di quella di Folco. Seguirmi attraverso una caduta tra i mondi dev’essere stato troppo persino per lui. «Dobbiamo fare presto. Riconosco la zona, non siamo lontani.»
Non insiste con la domanda. Annuisce e mi segue, barcollando e stando attento a non allontanarsi dal muro. Per fortuna non c’è ancora nessuno per strada. Due tizi ridotti come noi che si trascinano dietro una spada attirerebbero troppa attenzione.
Il percorso da seguire è stampato nella mia memoria, anche se è un po’ che non vengo da queste parti. La piazza col piedistallo della cui statua restano solo i piedi. La strada larga, dove un altro mastino ci osserva passare, gli occhi che bruciano di luce verde. A destra alla terza lanterna, in un budello di vicolo, facendo scorrere la mano lungo il muro finché le dita non incontrano qualcosa inciso nella pietra. Testa di gallo, torso di uomo, serpenti al posto delle gambe.
È facile non accorgersi che proprio di fronte all’abraxas  c’è un passaggio, stretto com’è. Un adulto ci si riesce a infilare solo di fianco, per i primi due o tre passi. Poi si allarga un po’, abbastanza per permettere di piegarsi e passare sotto un arco sulla sinistra, dove ci sono degli scalini che scendono fino a una vecchia porta di legno fradicio. Almeno all’esterno.
«Che posto è questo?» mi chiede Agostino, ansimando di fatica.
«Uno dei nostri rifugi. Dei seguaci dei 47, voglio dire.»
«E perché pensi che siano venuti qui?»
«Per quello che hai detto prima. Questo posto è difficile da trovare, schermato e protetto da vista e divinazione, con pareti spesse che non lasciano passare i suoni. E in una zona che pare abbia un significato speciale nella storia dei 47. Si dice che questo sia il luogo in cui è stata combattuta la prima battaglia della guerra… ovunque fosse all’epoca.»  Credevo fossero balle e deliri, ma sto iniziando a cambiare idea. E le voci della spada ora sono molto più vivaci e sonore. Non so se è perché riconoscono il luogo, ma non è una buona notizia. «E poi il Velato lo conosce bene.»
Non resto ad aspettare le domande che seguiranno inevitabilmente a quell’affermazione, né a riflettere sulla possibilità che potrei essermi sbagliato e che la stanza sia vuota e abbandonata come quando l’ho fatta evacuare per paura di Davelli. Chiudo gli occhi, cercando di rievocare la musica di Celeste, ma senza Folco ad aiutarmi è solo un’eco, una melodia monca, distorta. Le urla con cui le voci mi dicono ciò che devo fare sono dolorose e difficili da comprendere. I miei movimenti non sono più spontanei e aggraziati come prima, adesso è come se qualcuno mi stesse spostando di peso, contro la mia volontà, quasi fossi un burattino particolarmente pesante e complicato da utilizzare.
Ma quando la lama si abbatte sulla porta la taglia comunque in due senza difficoltà, passando allo stesso modo attraverso il legno marcio e le solide assi di rinforzo che vi avevamo montato dietro. Una metà cade a terra, l’altra si spalanca ruotando sui cardini.
La luce delle candele che proviene dall’altra parte della soglia cancella immediatamente il dubbio di aver sbagliato posto. Faccio per entrare, ma la spada intima prudenza, mi blocca sull’uscio, mi fa ruotare su me stesso. E mentre mi volto brandisco la lama in un arco che sale verso l’alto, proprio a lato dell’ingresso. Colpisco qualcosa. Un rumore metallico, un oggetto che cade sul pavimento, un grido femminile.
«Ma chi…» Varco la soglia. Miriam è in piedi accanto alla porta, e si regge un profondo taglio sulla mano. Il sangue che le cola dalla ferita finisce sulla pistola  ai suoi piedi.
«Renzo?» Le voci mi gridano di attaccare, di trafiggerle la gola e passare al prossimo bersaglio. Ma non posso farlo. Mi afferro il polso della mano destra con la sinistra, e lo stringo più forte che posso. Ignoro il dolore pulsante che minaccia di sfondarmi il cranio. Mi costringo a rimanere fermo, mentre sul volto della donna lottano sorpresa e sollievo. «Ma che cazzo fai? E dov’eri finito? Ti abbiamo cercato tantissimo, e poi è successo di tutto! Davvero, non hai idea di chi è arrivato poco fa.»
«Fammi indovinare. Uno dei 47?» La stanza è piena. Ci sono altri cinque dei miei compagni, tutti con un’arma da fuoco che avevano puntato contro la porta e adesso stanno abbassando, riconoscendomi. E dietro di loro Zampa de Gal e il Velato, intento ad armeggiare intorno a un tavolo ingombro di oggetti che non riconosco.
La fata però riconosce me, immediatamente. E tira fuori un fucile dal borsone ai suoi piedi.

(continua qui)

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