Fabula LVI (prima parte)

La lotta è ricominciata. La accolgo a braccia aperte, mi ci getto con gioia ed entusiasmo.
Ho lasciato perdere bastoni e getti di fiamme. Strappo le armi ai miei avversari e le uso contro di loro. Spezzo ossa, frantumo denti, squarcio carne. Ricordo a tutti perché ci chiamano Furie.
Mi colpiscono, ogni tanto. Meno di quanto vorrebbero, e con meno effetto di quanto sperassero. Una ferita di striscio con un coltello, una mazza che mi sfiora nel punto sbagliato, squame affilate che mi sfregano contro la pelle. Me ne accorgo a malapena. Non mi rallentano neanche.
Sono sporca di sudore, polvere e soprattutto sangue, molto più altrui che mio. Sono attenta a ogni movimento intorno a me, pianifico tre mosse in avanti, tengo a bada il dolore e gestisco la fatica. Non ho tempo per pensare.
Irene non smette mai, invece. Sta coordinando i guardiani del santuario con la sicurezza che sa tirare fuori nei momenti di crisi. E questi esseri non sono un granché, quando si tratta di iniziativa personale, ma adorano obbedire. Quando meno me lo aspetto me li trovo accanto, che tengono a distanza un cambiato o vengono ridotti in cenere e scintille dalle parole di potere di qualche creatura mai vista prima, che è mio compito rendere immediatamente incapace di parlare.
Non ha smesso di pensare neanche quando ha visto Fra. Fra che è vivo, cazzo. Molto meglio che immaginarlo disteso in quella maledetta tenda, no? Magari si dovrebbe apprezzare un momento del genere, invece di mettersi subito a riflettere, valutare, dubitare per qualcosa che non sappiamo cosa significhi davvero e su cui Sami potrebbe anche essersi sbagliato.
Ha finito per far dubitare anche me. E adesso devo spaccare la mascella a un energumeno peloso con dita lunghe e mobili simili a radici per impedirmi di rimuginare, per esempio, sul fatto che io e Irene non siamo state vittime di agguati come le altre squadre, e che guarda caso Fra era andato via dall’ufficio prima che Deifobe ci assegnasse l’incarico.
Infrango una fiala ai piedi di un gruppo di cambiati. I vapori di loto li avvolgono, li confondono e stordiscono. Tra poco non saranno più sicuri del motivo per cui stanno battendosi, o del perché non siano a letto nonostante l’ora, e diventeranno innocui. Ma i guardiani che li sopraffanno si assicurano di accelerare il processo.
Mi fermo un istante a prendere fiato e verificare le mie condizioni. Mi resta una sola fiala, che contiene qualcosa di nero e gelatinoso che si agita frenetico nella sua prigione di vetro. Ho lunghi raschi sulle lenti, la gola che mi brucia per la sete e ancora nessuna voglia di smettere di picchiare chiunque mi capiti a tiro. Non potrebbe andare meglio.
«Indietro! Indietro!» Il grido che si solleva dagli attaccanti mi coglie di sorpresa. E adesso che fanno, si ritirano?
No, restano ai margini della piazza, si raggruppano lasciando spazio per il passaggio di una creatura enorme. Quando poso lo sguardo su di lei i cristalli davanti ai miei occhi visualizzano un’aura così potente da accecarmi. Un uragano di colori su decine di livelli, tinte che si sovrappongono e sfumano l’una nell’altra, la manifestazione di un’entità così antica e potente da sfuggire del tutto alla comprensione degli esseri umani.
Per fortuna non sono qui per studiare gli spiriti. Abbasso le lenti intorno al collo e finalmente la vedo. Grande, forte, splendida. Corpo di donna su coda di drago, proprio come nelle foto dell’archivio della Sibilla. Ma reale, per quanto sembri assurdo, capace di respirare, muoversi, parlare.
Striscia piano in avanti, contemplando il campo di battaglia con un’espressione di orrore e disgusto che diventa sempre più evidente. E che finisce per trasformarsi in rabbia. «Cos’è successo qui? Perché questa carneficina?»
La sua voce è un ruggito che fra tremare persino me. Ma solo per un istante.
È qui. Finalmente ce l’ho davanti. E so qual è il mio dovere.
«Delfine!» Anche il mio è un ruggito. Mi lancio di corsa contro di lei, pugni e denti serrati. È giunto il momento di vedere quanto sono davvero efficaci questi guanti…
Mi accorgo troppo tardi del ringhio e del rumore di unghie che battono sul selciato. Mi intercetta da destra, mentre sto ancora correndo, sbilanciandomi con la sua forza e il suo peso. Rotoliamo a terra insieme, ma riesco ad allontanarlo prima che mi finisca addosso. Sono subito di nuovo in piedi, in posizione di guardia.
Il lupo è a un paio di metri, i suoi occhi gialli piantati nei miei, le zanne scoperte in segno di minaccia.
«Fra…» Non faccio in tempo a terminare la parola che già mi è addosso. I suoi artigli mi strappano i vestiti, affondano nella carne. Incassa un pugno, blocca il successivo, salta indietro in tempo per evitare una ginocchiata al ventre e reagisce addentandomi una spalla.
È più veloce dell’altra volta. Più forte. Più arrabbiato. Come se non ci fosse uno spirito umano a trattenerlo.
«Smettila, ragazzino! Non mi riconosci?» Gli afferro la bocca con le mani e lo costringo ad aprirla, mi libero dalla morsa delle zanne, allontano il suo volto da me quanto basta per rifilargli una testata sul naso. Guaisce, e lo fa di nuovo quando gli afferro un braccio e glielo piego dietro la schiena. Lo spingo faccia a terra, finendo in ginocchio su di lui e trattenendolo con il mio peso. «Riprendi il controllo! Avanti, vieni fuori e parlami.»
«Lascia stare i miei figli.» Passa un istante tra le parole della drakaina e il fischio prodotto dallo sbattere dalla sua coda. Abbastanza per mollare Fra e saltare via, evitando il colpo.
«I tuoi figli dovrebbero essere abbastanza furbi da non far incazzare una Furia, se non vogliono farsi male.» Ma, nonostante la sbruffoneria della frase, mi allontano ancora un po’ da lei, per sicurezza. «E lui non è tuo.»
«A me sembra che lo sia.» Si china su Fra e lo aiuta a rialzarsi, con dolcezza. Poi punta di nuovo gli occhi su di me. Una volta sono rimasta intrappolata in un parco a tema che aveva sviluppato una coscienza, e nemmeno allora mi sono sentita così piccola. «Sei tu la responsabile di questa violenza?»
«No, quella sei tu. Io sono una di quelli che sta cercando di metterci una pezza. O credevi che la tua piccola sommossa non avrebbe incontrato opposizione?»
«Questa non è opposizione, solo un contrattempo. Il suo unico risultato sarà far aumentare un po’ il prezzo di sangue che pagheremo per cambiare questa città. Se l’Ardente sperava di fermarmi qui non avrebbe dovuto mandare una mortale a combattere la sua battaglia.»
«L’Ufficio del Tribuno ritiene che questa sia una battaglia di interesse generale per la cittadinanza ed è più che felice di dare una mano.» Gli scontri intorno a noi si sono fermati, e i guardiani hanno approfittato della mia chiacchierata con la drakaina per disporsi tutt’intorno a lei. Se Silva si è accorta di cosa sta succedendo, con un simile accerchiamento potremmo arrostire con facilità il drago. L’unico problema è che Fra è ancora accanto a lei. «Ma visto che mi sembra di capire che tu abbia deciso di interromperla, riconsegnarmi il mio collega sarebbe un apprezzato gesto di buona volontà.»
«Interrompere?» La risata della drakaina è inaspettata, potente, sonora. Fa tremare le gambe, ronzare le orecchie, vibrare la terra sotto i miei piedi. Anche il lupo sembra sogghignare con lei.  «Non ho fermato i miei figli perché non voglio più combattere, ma solo perché hanno già sofferto abbastanza.» Questa volta la coda si muove senza preavviso. Piomba su una fila di guardiani e li spazza via senza sforzo, lasciando dopo il suo passaggio solo una pioggia di scintille. «E adesso tocca a me punirvi per questo.»

(continua qui)

Annunci

Un pensiero su “Fabula LVI (prima parte)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...