Fabula LV (seconda parte)

(continua da qui)

«Cosa sta succedendo?» Renzo si ferma, si guarda attorno spaesato. Siamo in un altro luogo. E in un’altra ora del giorno, a giudicare dalla luce che filtra dalle nubi chiare sopra di noi.
«Non restare indietro!» lo chiamo, mentre l’omuncolo mi guida lungo un sentiero costeggiato da aiuole fiorite. Grossi fiori dai petali carnosi, di colori che sfumano dal rosa pallido al rosso sangue. Emanano un odore disgustoso, soffocante.
Non vedo muri o recinzioni, solo delle costruzioni in lontananza che sembrano capannoni industriali. Le finestre sfondate, l’intonaco caduto e la ruggine parlano di abbandono di vecchia data.
«Dove siamo?» chiede il mio compagno. «Dove sono finiti gli altri?»
Mi stringo nelle spalle. «Ci stiamo muovendo attraverso la città, a un qualche livello. È un’esperienza bizzarra, ma…» L’omuncolo svolta bruscamente a destra, e finisco con i piedi in una pozzanghera di qualcosa di troppo denso per essere acqua, che si è formata nel corridoio piastrellato che separa due file di alti scaffali di metallo vuoti. Cerco di non pensare troppo a cosa sia quello che ora mi imbratta scarpe e pantaloni. «Ma abbiamo visto entrambi cose più strane, no?»
«Non ne sono sicuro.»
L’eco della sua voce si diffonde nel vasto ambiente in cui ci troviamo ora. Forse era un deposito, una volta. Ora è un antro illuminato pochissimo dalla luce che filtra dall’esterno, e che non fa che riempirlo ancora più di ombre. Per fortuna l’omuncolo non sembra aver bisogno di luce per trovare la strada.
«Quell’essere sa davvero dove sta andando?» domanda ancora Renzo.
«Quando lo ha usato Davelli ci ha condotti dove volevamo andare. Non credo ci saranno…» Mi interrompo bruscamente, trattenendo l’omuncolo e fermandomi ad ascoltare. C’è qualcosa che non va.
«Ehi, che ti è preso?» Quelle parole si ripetono nel buio attorno a noi. Forse un po’ troppo a lungo.
«Perché tu fai eco e io no?» chiedo.
L’uomo sgrana gli occhi e solleva la spada, scrutando l’oscurità. Chissà dove, uno scaffale scricchiola, seguito subito da un altro.
«Facciamo presto!» L’omuncolo sembra percepire l’urgenza nella mia voce, perché ricomincia a camminare, più in fretta di prima. Stringo i denti e costringo le mie gambe tremanti a tenergli dietro. Attraversiamo rapidi il labirinto di strutture metalliche, i nostri passi che ci risuonano attorno. Forse troppo rumorosamente.
«Siamo seguiti.» Renzo dà voce alla mia impressione, e un attimo dopo le sue parole vengono ripetute da qualcuno, alle nostre spalle. Non un’eco, una voce. Una buona imitazione, anche, ma non perfetta.
«Non voltarti.» Almeno una cosa l’ho imparata. «Se hai l’impressione di essere seguito e sei al buio, non guardarti indietro.»
«Impressione?» chiedono le due voci dell’uomo, quasi simultaneamente. La seconda è un po’ più vicina, adesso?
La nostra guida volta ancora, in un corridoio più largo. Il buio si sta riempiendo di rumori: tonfi, scricchiolii, tintinnare di metallo contro metallo.
«Guarda, un’uscita!» Una porta tagliafuoco, proprio davanti a noi. Resisto a malapena all’impulso di mettermi a correre. L’omuncolo adesso sembra essere diventato di colpo lentissimo.
«Avanti, avanti…» mormora Renzo. O è l’altro a parlare?
Bisbigli. Frusciare di carte. Il cigolio di ruote che girano. Lo squillo di un telefono?
La porta si spalanca, senza che nessuno l’abbia toccata. Non ci sto a pensare, l’attraverso di slancio, abbraccio con gioia l’aria fredda e umida di un vicolo come tanti altri.
«Sì, cazzo, siamo fuori!» esplodo. Non riesco a trattenere una risata. «Quasi pensavo che non ce l’avremmo fatta!» Nessuna risposta. «Renzo?»
Lui sta fissando immobile la parete dove dovrebbe esserci la porta da cui siamo usciti, e che invece è un’uniforme distesa di cemento. «Che cos’era quello?» mormora. Sta stringendo l’elsa della spada con tanta forza che le nocche gli sono diventate bianche.
«Non lo so, e non sono sicuro di volerci pensare.»
«Sapevano di me. Sapevano… cose. Li hai sentiti?»
Scuoto la testa. «Ho sentito solo qualche sussurro incomprensibile. Forse ti sei solo suggestionato.» L’omuncolo mi tira per la mano. «E dobbiamo proseguire, non sappiamo se è sicuro rimanere fermi qui.»
Annuisce svogliatamente, e ricomincia a seguirmi. Dal vicolo raggiungiamo una strada più larga, illuminata da lanterne di carta appese davanti alle saracinesche chiuse di negozi con insegne in cirillico. Una campana sta suonando, e i rintocchi si mescolano alle note distanti di una canzone in inglese.
«Phil Collins» borbotta Renzo. «Ok, sono ufficialmente impazzito.»
Trattengo una risata. «Non sei mica il solo. E se tutti sono pazzi…»
«Tutti sono pazzi» risponde lui, secco.
Anche in questa strada non siamo soli. Ai balconi si affacciano volti che ci osservano mentre passiamo. Facce inespressive, grandi occhi sporgenti, piccole ali dalle piume iridescenti.
«È una mia impressione, o stiamo andando sempre più piano?»
Non replico a Renzo, ma sembra anche a me. E la stretta dell’omuncolo sulla mia mano è diventata più debole. La creatura mi pare anche più piccola, e un po’ meno solida.
Bambini sperduti…
Le parole sono portate da una folata di vento, che fa tremare le fiamme delle lanterne. Nelle ombre che ci ondeggiano davanti intravedo una bocca dalle labbra carnose, denti larghi, sporgenti e storti, un corpo curvo, mani nodose. Ma è la visione di un attimo, che scompare non appena la luce torna stabile.
«E questo freddo da dove arriva?» borbotta Renzo tra sé. Non si è accorto di nulla?
L’omuncolo però deve aver notato qualcosa, perché si è fermato completamente.
Bambini che maneggiano armi da adulti. Le saracinesche tremano, tutte insieme.
«Ok, penso che dovremmo andarcene da qui. Che ti prende?» Provo a scuotere la nostra guida, ma lui resta immobile, la luce dei suoi occhi ridotta a un flebile bagliore.
«Non dirmi che Davelli aveva ragione…» mormora il seguace dei 47.
«Merda!» Mi chino sull’omuncolo, lo prendo in braccio. È leggerissimo, quasi inconsistente. Non reagisce al mio tocco. «Siamo nei guai.»
«E credo che abbiamo scelto il posto peggiore per fermarci. La spada sta impazzendo.»
«Va bene piccolo, devi aiutarmi.» Sono affamato, pieno di dolori e completamente privo di forze. Os e il Velato mi hanno prosciugato di tutta la mia già scarsa energia mistica. Ma l’omuncolo è semplice. Se mi concentro, posso quasi percepirlo. Ha un solo desiderio, elementare, irrinunciabile: portarci a destinazione. E se riuscissimo ad aiutarci a vicenda…
La conosco, quella spada intonano in coro le voci al balcone.
Renzo scatta in posizione di guardia, con movimenti simili a quelli di Mila, anche se un po’ più lenti e macchinosi. Per un attimo i suoi occhi brillano di un riflesso metallico. «Venitela a prendere.»
«Non è questo il momento o il luogo per combattere.» Fisso gli occhi di luce azzurra dell’omuncolo. Mi apro, entro in sintonia con lui. Solo un piccolo sforzo. Ancora solo questo…
Le saracinesche iniziano a sollevarsi, fragorosamente. La strada, gli edifici, l’aria stessa stanno tremando di potere.
Ma me ne accorgo appena. La creatura si tende verso di me, e io vedo.
«Siamo lontani.»
«Cosa?»
«Siamo troppo lontani dal nostro piano di esistenza» spiego. «Abbiamo fatto fretta all’omuncolo nel magazzino, e ci ha portati via per il primo passaggio disponibile. È allo stremo delle forze, non sa cosa fare.»
«E tu?» Renzo vibra la spada contro qualcuno dietro di me. Piume colorate mi volano attorno, incenerendosi dopo un istante.
«Io…» Per l’omuncolo è facile vedere i passaggi tra i mondi, le sottili crepe illuminate che tradiscono la congiunzione di piani che non dovrebbero toccarsi. Ma intorno a noi non ce ne sono.
Voglio! La voce è un tuono tanto forte da scuotere la terra, farci barcollare. Le saracinesche si sono spalancate, e qualcosa ne sta emergendo.
Quello che la creatura non riesce a vedere è la struttura sottostante, l’impalcatura. Quella che ho già visto durante la battaglia con il Velato. Si estende fino a qui, è ciò che unisce questo piano di esistenza alla città che conosciamo. Pervasiva, bellissima. Fragile.
«Renzo!» Lo afferro per un braccio.
«Ehi, che fai?»
Bella domanda. Non ho idea di cosa stia facendo. Non so che conseguenze possa avere, e non so se avrò abbastanza energia per farlo. «Ce ne andiamo da qui.» Ma Silva ha visto qualcosa in me. Ha detto che non mi rendo conto di come funziono. Beh, se mai lo dovrò scoprire, questo è il momento. «Sfondiamo i confini tra i mondi.»

Annunci

Un pensiero su “Fabula LV (seconda parte)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...